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Edo Ronchi: «Green economy italiana a macchia di leopardo, serve una crescita più omogenea»

Il presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile esamina la situazione italiana alla vigilia della Cop21 di Parigi

Mariella Caruso
6 novembre 2015

Image by iStockSono 23 e coprono otto settori strategici le “policy recommendation” indirizzate al ministro dell’Ambiente e al ministro dello Sviluppo economico  messe a punto dai gruppi di lavoro tematici del Consiglio nazionale della green economy al termine della quarta edizione degli Stati generali della Green economy introdotti dalla prima “Relazione sullo Stato della Green economy in Italia” presentata da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile che Wisesociety.it ha incontrato a Ecomondo.

Ronchi cosa comprendono queste “policy recommendation”?

Un green bonus per le start up ambientali, agevolazioni fiscali per le imprese che investono in eco-innovazione; strumenti finanziari innovativi e di mercato da utilizzare per i servizi eco-sistemici, un piano di azione nazionale per l’energia e il clima, il rilancio dell’occupazione giovanile in agricoltura attraverso agevolazioni fiscali e creditizie con accesso al microcredito, un piano di adattamento climatico contro il dissesto idrogeologico, la promozione dell’economia circolare, un indirizzo green nell’utilizzo dei fondi europei e detrazioni fiscali per incentivare la sharing mobility.

A cosa servono queste raccomandazioni?

A qualificare la ripresa verso la green economy. Le misure in esso contenuto sono tutte in chiave di sviluppo sostenibile che vede coniugare economia ed ecologia. Servono inoltre a stimolare politiche che aiutino il Paese e le imprese a puntare sempre di più sulla green economy.

Siete arrivati alla quarta edizione degli Stati generali della Green economy. Quattro anni fa quando siete partiti non era ancora chiaro quanto l’economia sostenibile potesse aiutare il Paese. Si può dire che avete precorso i tempi?

Direi di no, anche se mi sarebbe piaciuto essere in anticipo in un processo che coinvolge l’economia mondiale. È dal 2008 che l’Unep (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ndr) parla di green economy e ci sono rapporti internazionali precedenti. In Italia, in effetti, eravamo un po’ di ritardo e stiamo cercando di recuperarlo.

L’Italia come sta cercando di recuperare il tempo perduto?

In Italia ci sono punte avanzate e capacità reattive molto buone. Sono state fatte cose eccellenti nel riciclo e anche nelle nel settore delle energie rinnovabili, ma si tratta di salti in avanti spesso strettamente territoriali e non temporamente omogenei. Bisognerebbe lavorare più organicamente, non accumulare ritardi e imparare a fare squadra per far raggiungere a tutti un livello di punta.

Ma la crescita della green economy ben fotografata dalla Relazione sullo Stato della Green economy in Italia quanto è spinta da una reale cultura verde rispetto alla convenienza a investirci perché è di moda e, al momento, profittevole?

Al momento le due cose vanno di pari passo. Gli imprenditori guadagnano bene perché i prodotti green vanno bene sul mercato, non è un caso che anche in periodo di crisi sono aumentate del 400% i marchi Ecolabel certificati. Ed è innegabile che l’attenzione e la preoccupazione per l’ambiente siano abbastanza in crescita.

Quanto abbastanza?

Non è mai abbastanza, ma è tanto per chi si occupa di questi problemi e ricorda la solitudine di 20 o 30 anni fa.

Image by iStockLa vostra relazione, però, certifica che nel campo delle rinnovabili il taglio degli incentivi è coinciso con l’abbandono in massa da un settore che sembrava in grande crescita…

Gli incentivi non stati tagliati, ma praticamente scomparsi anche in maniera retroattiva. È stato questo a stroncare il mercato: un’azienda produce se vende e guadgna. Della stranezza di ciò che è successo in Italia si è accorta anche l’Ocse che ha citato Italia e Stati Uniti come un “caso” per il calo di produzione di energia rinnovabile dopo anni di crescita ininterrotta.

A dicembre a Parigi è in programma la Cop21, come si presenta l’Italia a questa conferenza?

 Il Consiglio nazionale della Green economy ha elaborato un appello con sette proposte per “raffreddare” il clima. L’Appello, aperto alle sottoscrizioni, è stato presentato nel corso di una tavola rotonda, alla quale hanno partecipato rappresentanti di alcune tra le più importanti aziende nazionali. Tra le proposte contenute, c’è un invito a promuovere a Parigi un efficace accordo e attivare misure nazionali di mitigazione e adattamento (i danni causati dal cambiamento climatico sono stimati in almeno 3,5 miliardi di euro l’anno); ad adottare target legalmente vincolanti in linea con l’obiettivo dei 2 gradi centigradi. Nell’accordo si parla anche di fiscalità ambientale e di introduzione di una carbon tax, di sfruttare l’enorme potenziale di efficienza energetica e accelerare l’uscita dalle fonti fossili. Il documento si rivolge anche al mondo agricolo: è importante che diventi protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici attraverso la promozione di modelli di gestione del suolo più sostenibili.

Ci sono i presupposti per rispettare gli obiettivi prefissati?

L’Italia ha per ora rispettato il protocollo di Kyoto e l’obiettivo 2020, già nel 2014 era stata raggiunta la riduzione del 14%. Il punto è che con la ripresa dell’economia se non si inverte il trend negativo delle rinnovabili rischiamo di compromettere i buoni risultati ottenuti negli anni scorsi»

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