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Edilizia naturale ed economia circolare per un futuro green

Contro il consumo del suolo e un’edilizia energivora servono azioni concrete in materia di eco sostenibilità. Lo spiega Egidio Raimondi, architetto e “ottimizzatore green”

Andrea Ballocchi
15 maggio 2018

Il consumo di suolo in Italia è preoccupante. Secondo l’ultimo rapporto Ispra, in sette mesi – novembre 2015/maggio 2016 – si sono consumati 30 ettari al giorno: è come se fossero state costruite 200mila villette.

È necessario intervenire per ridurre o, meglio, fermare questa colata incessante di cemento. L’architettura può fornire un aiuto in questo senso. C’è chi lo sta facendo da tempo, operando da sempre nell’architettura sostenibile, anzi aiutando le persone a diventare green, “nel lavoro e nella vita, attraverso azioni concrete, abitudini, progetti realizzabili a breve, medio e lungo termine”. Egidio Raimondi, già presidente del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Firenze, di cui è stato anche vicepresidente e consigliere, crede fermamente a una visione ecosostenibile dell’architettura basata su edilizia naturale ed economia circolare. Ed è per questo che è tra i promotori, sempre per lo stesso ente, di Agritettura, iniziativa che vuole valorizzare gli scarti della produzione agricola per restituirli a nuova vita nell’edilizia. Noi lo abbiamo intervistato e a Wise Society ha esposto le sue soluzioni.

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Edilizia naturale: il consumo di suolo in Italia è preoccupante. Secondo l’ultimo rapporto Ispra, in sette mesi – novembre 2015/maggio 2016 – si sono consumati 30 ettari al giorno, Foto: Pixabay

A fronte dei problemi di consumo di suolo, di scarsità di spazi e di materie prime, dove sta andando l’architettura e che ruolo deve e dovrà avere?

Il suolo è una delle nostre risorse più preziose e che negli ultimi decenni è stata letteralmente saccheggiata dall’urbanizzazione selvaggia, e come urbanizzazione non intendo solo le città ma le zone industriali, le strade, le aree di sosta, di rifornimento e le altre infrastrutture. È un problema che non riguarda solo le città: tra l’altro, molte di esse stanno adottando strategie di stop al consumo di suolo vergine, promuovendo la rigenerazione di aree abbandonate o dismesse. Numerose aree produttive, una volta esterne ai centri abitati e poi fagogitate dall’espansione urbana, sono rimaste intrappolate nel tessuto urbano e quindi di difficile accesso per la logistica, poco compatibili con la residenza. Queste sono le nuove zone di espansione della città, che non si espande quindi fuori ma al suo interno, rigenerando parti divenute problematiche e difficili da gestire. A questo scenario si aggiunge il fatto che gli strumenti urbanistici e di governo del territorio derivano dal vecchio paradigma dell’espansione e non favoriscono la rigenerazione. Occorre che le Amministrazioni locali tengano ben salde le redini decisionali e governino gli investitori privati nella corretta mediazione tra gli interessi di questi e il bene comune, in una logica di partenariato pubblico-privato che possa giovare a chi investe, ma anche a chi vive in quelle parti di città e vede realizzare un quartiere moderno e vivibile al posto di una fabbrica o di una caserma.

Come sarà caratterizzata l’edilizia del futuro?

L’edilizia del futuro, ma direi ormai del presente, non può più permettersi di non considerare i temi ambientali né di usare a dismisura le risorse come preziose e finite come il suolo, l’acqua, l’energia. Non può più emettere inquinanti in atmosfera, durante la sua vita utile, dalla costruzione all’uso, alla demolizione a fine vita. I materiali dovranno essere a basso impatto, assemblati in modo da poter essere facilmente trattati a fine vita, in grado di delimitare ambienti salubri in cui non si possano contrarre patologie che vanno dalle semplici allergie alle forme oncologiche, come purtroppo accade oggi.

Gli edifici devono avere fabbisogni di energia di gran lunga inferiori a quelli che avevano negli anni del boom dal secondo dopoguerra agli anni Novanta. Bisogna tornare a guardare al passato e riscoprire strategie passive di efficienza energetica, necessarie una volta quando le case si scaldavano col camino e nuovamente ineluttabili ora che l’energia costa tantissimo, anche in termini di guerre per l’approvvigionamento delle fonti. Occorre guardare con maggior convinzione alle fonti rinnovabili, impiegandole secondo logiche di microgenerazione diffusa, ovvero ognuno si produce un po’ dell’energia che consuma, e non in logica speculativa con impatti deleteri sul paesaggio, come i campi fotovoltaici.

E come immagina, invece, la casa di domani?

Dovrà essere efficiente per forma e materiali, per disposizione e dimensioni delle finestre, che captano la radiazione solare in inverno e la tengono fuori in estate, per scelta dei colori, dell’orientamento, del verde circostante e tutto ciò che ne renda basso il fabbisogno energetico. A quel punto sarà sufficiente un impianto di piccola potenza e quindi poco energivoro, anche se alimentato da fonti non rinnovabili. Se poi le fonti saranno rinnovabili tanto meglio, anzi a quel punto potranno dare un consistente apporto che, nel caso di edifici energivori, rimane invece molto marginale. Se i sistemi di produzione energetica da fonte rinnovabile saranno integrati, sin dal momento della progettazione, nell’edificio avranno anche un impatto estetico ridotto e faranno parte del linguaggio architettonico, inserendosi bene nei vari contesti. L’importante è capire che non esistono ricette standard replicabili per ciascun caso, ma servono strategie ad hoc elaborate su ciascun edificio, sul suo profilo di utenza e sulla base delle risorse disponibili nel sito.

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Skyline di Kuala lumpur, Foto: iStock

Quali sono i filoni più promettenti dei materiali edili naturali in ottica economia circolare e le azioni necessarie, da parte pubblica e privata, per arrivare a un loro pieno e concreto sviluppo?

Attualmente sono molto diffusi gli isolanti naturali, a base di fibre vegetali: legno, canapa, lino, kenaf o il sughero. Allo stesso modo esistono filiere come quella legno-edilizia o legno-energia che, a seconda delle varie realtà territoriali cominciano ad avere una loro consolidata consistenza. Ancora costano più dei materiali sintetici ma questi ultimi hanno insiti anche i costi ambientali e sociali, elevatissimi, e vengono a ricadere sulle tasche dei cittadini in maniera indiretta, sotto forma di tasse e spese sanitarie. Le azioni più importanti devono essere di carattere culturale, finalizzate a diffondere la necessità e l’opportunità di cambiare paradigma passando da un’edilizia quantitativa a una qualitativa, mettendo al primo posto la qualità della vita. Per questo occorre un impegno congiunto da parte del pubblico e del privato, che spesso non dialogano, organizzati e guidati da una cabina di regia mista che possa orientare nella stessa direzione del bene comune tutti i portatori di interesse. Questo andrebbe declinato nei vari livelli di governo/amministrazione: Europa, Stato, Enti locali.

 

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