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Ecco gli automatismi che impediscono di dimagrire

Mangiamo cose dannose alla salute e alla linea per tanti motivi diversi: impariamo a riconoscerli e correre ai ripari

Francesca Tozzi
19 agosto 2013

Michele RiefoliLe cose più belle della vita sono immorali, o illegali, oppure fanno ingrassare, sostiene un vecchio detto popolare. Ma perché ci piacciono proprio le cose che fanno ingrassare e, a volte, ci fanno male? Se lo è chiesto anche Michele Riefoli, laureato in Scienze Motorie. L’autore ha dedicato un libro all’approfondimento di tutti gli automatismi alla base delle nostre scelte alimentari, libro che si intitola, appunto, Il rapporto mente-cibo. Vegano per scelta, educatore per vocazione, Riefoli ha fondato il metodo “Ecologia dell’Organismo” e dal 1987 si dedica anche allo studio delle relazioni esistenti fra i meccanismi mentali e la coscienza. Attraverso corsi teorici e pratici, e con programmi personalizzati, ha seguito e segue tuttora molte persone che decidono di modificare il proprio stile di vita per conquistare un migliore equilibrio energetico e uno stato di benessere più elevato.

Allora, perché le cose che ci fanno male ci piacciono tanto?

Perché non ascoltiamo le reali necessità che il nostro organismo esprime attraverso segnali e campanelli d’allarme, ma siamo piuttosto prigionieri di schemi mentali che spesso ci fanno mangiare troppo e male. In questo, pur essendo animali, siamo diversi dalla maggior parte di loro perché non usiamo la logica binaria. In natura se una cosa è sgradevole o causa dolore manda a chi la percepisce il chiaro messaggio che non va bene mentre, al contrario, se è buona ci sarà sicuramente dentro qualcosa di utile: questa è la logica che consente agli animali di sopravvivere. Negli uomini, invece, non è detto che una cosa buona faccia anche bene perché i sensi ci ingannano.

Cover libroPerché funzioniamo così?

Proviamo a pensare alla prima volta che introduciamo una nuova sostanza nell’organismo: scatta una serie di campanelli di allarme perché il corpo non la riconosce ed esprime la sua valutazione con una reazione, non sempre di piacere ma sempre giusta. La prima sigaretta, fumata di solito per imitare gli amici, causa a tutti disagio. Un animale non ripeterebbe l’esperienza. L’uomo, nonostante la tosse, la nausea, la testa che gira e la gola che brucia, spesso lo rifà e alla fine il corpo si abitua e non sente più il disagio, ma non significa che il danno percepito la prima volta non continui. Semplicemente scegliamo di ignorarne il segnale. Ma pensiamo anche al bambino che assaggia per la prima volta il latte di mucca e magari ha delle coliche; di solito il pediatra consiglia di continuare finché non si abitua e così il campanello d’allarme, ignorato, si spegne. Dopo mesi apparirà forse un’eruzione cutanea che sarà curata con qualche crema. In futuro, continuando a bere latte, potrebbe avere problemi di asma. Dietro a tutto questo ci potrebbe essere un’intolleranza. Il primo incontro con la carne può suscitare nel piccolo stitichezza, svogliatezza e aggressività cui spesso non si dà peso. Questo per dire che le reazioni dell’organismo non vanno mai trascurate: ignorando il problema questo si ripresenterà ciclicamente. Da adulti dobbiamo quindi imparare a riconoscere e poi scegliere solo il piacere che fa anche bene

Molti lo capiscono ma poi non riescono ad abbandonare il piacere che fa male…

Nel cibo accade perché queste persone lo associano a emozioni forti vissute nel passato. Mi viene in mente l’esempio, non troppo raro, dei figli di separati dove al singolo genitore è associato un diverso regime alimentare: uno lo vizia, l’altro lo controlla troppo. Oppure le feste in famiglia con la tavola sempre generosa di dolci, salumi e leccornie varie contrapposte alla tristezza della mensa scolastica. Il cervello, per farci stare bene, ci suggerisce i cibi legati alle emozioni positive per evocarle e farcele provare di nuovo attraverso la loro assunzione. Dato che usare degli schemi consente al cervello di economizzare le energie, ecco che ci dà sempre lo stesso input che nel presente induce sempre lo stesso comportamento in risposta. È un automatismo, difficile da riconoscere perché gli schemi sono tanti.

Foto di Ed Yourdon/flickrQuanti?

Fondamentalmente appartengono a tre categorie. La più comune è quella dello schema associativo. Oltre all’associazione semplice sopra descritta ce ne sono di più complesse. Il cibo proposto ai bambini come premio con le formule “se finisci i compiti, ti do la cioccolata… se fai il bravo poi usciamo a prendere il gelato” e simili danno origine ad adulti che, senza rendersene conto, tenderanno ad auto premiarsi ogni volta che raggiungono un traguardo, un risultato personale o di lavoro. La riunione è andata bene… la mano apre il cassetto e prende i biscotti: è uno schema inconscio che scatta in automatico. Al contrario il cibo associato a costrizioni come nei casi “vai a letto senza cena perché sei stato cattivo” “mangia questo se no le prendi”, oppure: “se non finisci non esci a giocare” tende in seguito a causare un rigetto e uno stile alimentare disordinato. Lo schema compensativo usa il cibo per riempire vuoti emotivi, insoddisfazione sessuale e mancanza di autostima. Della fame d’amore si può essere consapevoli, di quella arretrata magari no

In che senso?

Ricordo il caso di una signora di una certa età che non riusciva a portare avanti una dieta dimagrante per più di 15 giorni: pur con tutta la buona volontà, ai primi risultati riprendeva a mangiare. Poi mi ha raccontato che da giovane aveva vissuto la guerra, non c’era cibo, lei aveva partorito, aveva fame e paura. Il dimagrimento indotto dalla dieta associato a razioni di cibo ridotte faceva scattare il film inconscio della guerra col correlato emotivo di paura, così mangiava per compensarlo e, una volta rassicurata, riprendeva la dieta. E così via: un vero e proprio effetto “yo yo”. Anche qui, però, non dimentichiamoci che il corpo compensa anche in base a reali necessità. Dato che conosce solo due modi per ricaricarsi di energia, il cibo e il sonno, se si toglie per esempio la seconda risorsa lui compensa con la prima. E non è che se si dorme di meno, si dimagrisce perché il metabolismo di notte brucia i grassi quindi meno si dorme più si ingrassa.

Foto di Pink Sherbet Photography/flickrI vizi alimentari si possono ereditare?

Sì. È il caso dello schema riproduttivo per cui si replicano, per esempio, i comportamenti alimentari delle persone più care. Una ragazza da tempo in sovrappeso aveva l’abitudine di alzarsi tutte le notti per andare a mangiare. Sua madre, che aveva sofferto di esaurimento nervoso dopo l’abbandono da parte del marito, faceva la stessa cosa. La ragazza aveva cominciato dopo essere stata tradita dal fidanzato. Stessa reazione della madre a un conflitto emozionale. A me capitò di fare un viaggio in auto in cui il mio sguardo era attratto sempre dall’insegna delle pizzerie; quando ho detto a mia moglie che sedeva al mio fianco “oggi non andiamo in pizzeria” lei mi ha rinfacciato che non la portavo mai: quindi la voglia era la sua e me l’aveva passata. La consapevolezza che la fame non è nostra e che stiamo mangiando per attirare l’attenzione, per essere accettati da un gruppo e per compiacere le persone che amiamo è il primo passo per uscire dagli schemi e intraprendere un sentiero nuovo, che può essere un percorso di crescita personale, sostenuto, se necessario, da una psicoterapia.

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