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Don Andrea Gallo, un prete da marciapiede

Fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto, si è sempre schierato insieme al popolo, ai poveri, agli emarginati. Nel suo ultimo libro Così in terra come in cielo parla della sua vita, dei suoi principi. E di quando ha incontrato Berlusconi...

di Enrica Belloni
24 maggio 2010

“I cristiani non hanno nulla da insegnare. Siamo testimoni: sale, lievito, chicco di grano. Imparare da chi? Da tutti i poveri e gli oppressi del mondo”. Queste parole, a epigrafe del libro Così in terra come in cielo, racchiudono il pensiero di Don Andrea Gallo. Nel volume, il “prete da marciapiede”, nato a Genova, dove ha fondato la Comunità di San Benedetto al porto, racconta i suoi cinquant’anni di vita tra gli ultimi. In una cattedrale unica, la strada, ha incontrato insegnanti prostitute, barboni, tossici: vite perdute che per il suo grande amico Fabrizio De Andrè, erano anime salve. E che gli hanno insegnato molto.

 

Don Andrea Gallo, pretePerché Così in terra come in cielo?

 

E’ un capovolgimento che non vuole correggere il “così in cielo come in terra” del Padre nostro. E’ un modo per dire che qui in terra dovremmo seguire tutti un’unica legge: quella dell’amore, che sta sopra ogni cosa. Bisogna stare con i piedi per terra, guardando con gli occhi al cielo. Io, prete da cinquant’anni, sono entrato in noviziato per servire e non per essere servito, per aiutare gli altri, tutti, compresi gli ultimi, quelli che soffrono. Perché ogni essere umano, anche gli atei e gli agnostici per noi è figlio di Dio. E il regno, di cui si parla nelle preghiere, dovremmo cominciare a costruirlo qui.

 

Con quali principi?

 

Secondo i principi della giustizia, della pace, della verità. Dio ha detto ti do la terra promessa, ma spesso ci dimentichiamo che questa terra non è nostra. Il venti per cento della popolazione, ce lo insegna il mio amico Padre Alex Zanotelli, consuma l’ottanta per cento delle risorse mondiali. A Genova, il 5 per cento delle persone non ha una dimora.

 

 

L’Italia sa abbracciare gli ultimi?

 

Questo Paese ha dimenticato il suo passato. Mio nonno era uno dei tanti emigranti italiani: partito per l’America, ha lasciato qui moglie e figlio, mio padre. E non è mai più tornato indietro.

 

Libro Cosi in terra, come in cielo, Don A. Gallo ed. MondadoriNel libro parla di suo padre…

 

Era nato nel 1895: nel 1915 è partito per difendere la patria, come tanti altri giovani. Li tenevano nelle trincee, ad aspettare di essere uccisi. Non sapevano leggere né scrivere, avrebbero potuto imparare a farlo in quegli interminabili giorni passati ad aspettare di ammazzare o di essere ammazzati. Invece imparavano solo a odiare gente simile a loro. Mio padre era semianalfabeta, ma aveva capito tutto, Quando durante il fascismo ha trovato la scritta “ariana” di fianco alla parola razza, mi ha detto. “Andrea, si sono sbagliati: noi siamo razza di Campo”. Campo è il nostro Paese. Non esisteva razza, secondo mio padre. Invece oggi il razzismo prevale.

 

In che senso?

 

Come possiamo definire una nazione che ha introdotto il reato di clandestinità, che ha sancito che lo stesso reato, quando viene compiuto da uno straniero, è più grave? Che una donna che ha un figlio, non lo può iscrivere all’anagrafe se è clandestina. Che il bimbo, nato nel Paese di Dio, è apolide, non ha nazione? Io vorrei solo che si mettesse  in pratica la Costituzione. E ciò non avviene.

 

Nel libro c’è posto anche per sua madre…

Nel 1994 cominciò a stare male, ma si rifiutò di andare in ospedale. Dopo una settimana convocò me e mio fratello e annunciò “Ho deciso di andare in Paradiso”. A proposito di alimentazione forzata, scelse di bere poche lacrime di caffè. A un certo punto ha salutato tutti, nome per nome, e si è spenta come un cero. Mi ha fatto venire in mente la legge sul testamento biologico, che non autorizzerebbe a staccare le spine, ma a rispettare la volontà del paziente. Rinunciare all’accanimento terapeutico non significa provocare la morte bensì accettare di non poterla impedire. Non si può ledere la digità della persona. La democrazia non ha bisogno del clero religioso, ma dei principi di giustizia e rispetto per i diritti dell’uomo. Per questo la prima cosa che feci al dibattito sul testamento biologico fu di dare un bacio a Peppino Englaro e di chiedergli perdono per tutto ciò che gli era stato fatto.

 

Cosa direbbe ai giovani per dare loro speranza?

 

Non direi niente. Piuttosto darei. Mario Monicelli ed Ettore Scola, che ho incontrato durante il G8 del 2001, mi hanno chiesto “riusciremo a sradicare nelle nuove generazioni l’assenza di futuro?”. Rispondo di nuovo: ai giovani non dobbiamo dire, dobbiamo dare. Dobbiamo dare un lavoro, dobbiamo dare, anzi restituire, l’aria pulita. Dobbiamo dare delle opportunità. La scuola dovrebbe essere di tutti, anche la chiesa. Chiesa in greco significa assemblea, un luogo in cui tutti possono parlare, in cui non ci sono discriminazioni. Invece, nella chiesa le donne non contano niente.

 

Un tempo incontrò Berlusconi…

Eravamo insieme a una trasmissione di Santoro, che allora lavorava a Mediaset. Io avevo citato il mio grande maestro Don Bosco. Berlusconi mi abbraccia e mi dice “anch’io sono un ex allievo di don bosco”. Cavaliere stiamo attenti, perché lui adesso potrebbe rivoltarsi nella tomba… Però sua figlia Marina, indirettamente, ha contribuito alla mia causa. Mi aveva mandato una lettera, firmata di suo pugno, per chiedermi d’inserire uno dei miei libri nella collana Oscar Mondadori. Un amico l’ha vista, la voleva a tutti i costi. Gliel’ho ceduta, in cambio di un contributo alla comunità…

 

 

 

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