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Dobbiamo passare dall’io al noi. Per buttar via gli ansiolitici

Solidarietà, coesione sociale e accoglienza. Le regole di Don Colmegna per stare meglio. Tutti insieme

Ilaria Lucchetti
18 novembre 2011

Don Virginio Colmegna nella "casa della carità", Foto di Armando Roteletti/ Ag. Grazie NeriDon Virginio Colmegna, 66 anni, da decenni si occupa di problemi sociali e povertà vecchie e nuove. Dal 2002 è presidente della fondazione Casa della Carità (www.casadellacarita.org) con sede nella periferia milanese: una struttura aperta 24 ore su 24 che offre ospitalità (senza fare assistenzialismo) a italiani e stranieri, uomini e donne che si trovino in condizioni di  fragilità, disagio sociale ed emarginazione.

Per la prima volta quest’anno, Colmegna ha espresso anche una posizione politica pubblica, schierandosi a fianco di Giuliano  Pisapia nella campagna elettorale milanese. Perché, come ha spiegato in molte occasioni, gli stanno particolarmente a cuore i temi dell’ospitalità, della cultura e della condivisione su cui lavora da anni. Ultimamente ha focalizzato la sua attenzione sull’abusivismo e sulla drammatica situazione dei Rom. Wise lo ha incontrato per saperne di più.

Nuove regole di abitazione

 

L’abusivismo è un problema per Milano, ma lei si è detto favorevole ad aiutare chi si trova in situazioni di estremo disagio, con i fatti e non con le parole. Ritiene che i fatti arriveranno?

Si, ho grande fiducia. Ne parleremo con l’amministrazione perché anni di abbandono hanno portato a un abusivismo che è strutturale, a stati di morosità sui quali però bisogna indagare perché sono anche spia di un fenomeno sociale grave: alcuni sono morosi perché non riescono più a pagare, altri invece hanno occupato abusivamente. Bisogna fare una fotografia dell’esistente e dell’irregolarità in termini precisi. Questo è un fenomeno che va indagato e affrontato perché sta appesantendo il clima sociale. Poi si devono certamente bloccare, d’ora in avanti, tutte le occupazioni abusive e vanno studiate regole di abitazione diverse. Ci vogliono, ad esempio, degli spazi abitativi non alberghieri, come le strutture temporanee di ospitalità che non sono dormitori, e costruzioni che prevedono anche zone per le famiglie, per ricostruire poi un percorso possibile, dove c’è investimento di lavoro.

Pensando al caso recente dei Suv parcheggiati fuori dalle case popolari a Milano, non si è sbagliato qualcosa nella rilevazione dei bisogni?

La‌ Casa‌ della‌ carità in‌ via‌ Francesco‌ Brambilla‌ 10,‌ MilanoCertamente, dobbiamo vedere anche i parametri di qualità e verificare gli interventi. Perché di solito sul tema dell’emergenza, e non solo, guardiamo l’entrata, la domanda. Non andiamo mai a vedere gli esiti e invece bisogna verificarli. Ma per ora questo manca in tutte le politiche sociali. Alla Casa della Carità, oltre agli screening in entrata che ovviamente vanno fatti, stiamo puntando molto sulle verifiche e vediamo che alcune riuscite ci sono anche nelle situazioni più complicate e difficili. Con un alto tasso, non di concessione, ma di contrattazione e di regolazione dei rapporti. Nel senso che deve essere chiaro che non aiutiamo queste persone perché hanno bisogno ma affinché si entri in una dinamica di rottura della dipendenza, perché spesso un aiuto assistenziale ripetuto crea una dipendenza assistenziale. E noi dobbiamo interrompere la cronicità, per quanto possibile, investendo sull’autonomia.

Come cambierà la situazione dei campi Rom, anche in vista dell’Expo 2015?

Non saprei perché i tempi sono lunghi e articolati e ci sono spesso appesantimenti dovuti a polemiche che poi non entrano nel concreto. C’è un problema di strategie. Qualcuno non vuole l’uscita dalla logica dei campi, noi si perché i campi hanno consolidato stigmatizzazione, abbandono e chiusura. Ma ci vuole gradualità, i problemi non si risolvono con la bacchetta magica. Culturalmente e concettualmente deve passare l’idea che dobbiamo superare i campi rom, riaprendo una questione di cittadinanza inclusiva e di spazi diversi. Bisogna trovare dei percorsi di dialogo che includano il tema della riconsegna di percorsi di legalità e socialità.

Viaggio in Romania, Nel novembre 2006 e nell'ottobre 2007 una delegazione della Casa della carità  si è recata in Romania per incontrare, conoscere e capire in prima persona le condizioni di vita dei rom nel loro paese d'origine.

Lavoro e casa in primo piano

 

Sulle cosiddette “nuove povertà” quali sono gli interventi più urgenti che andrebbero fatti?

I primi interventi sono lavoro, lavoro e lavoro. Investire fondi, dare incentivi, riformulare processi formativi. Quindi il lavoro è sicuramente il primo asse strategico. E l’altro è ancora l’abitare. In questi periodi di crisi strutturali non vengono colpite le situazioni più gravi, semplicemente perché quelle lo erano già prima. Le ripercussioni adesso arrivano sul ceto medio che non ce la fa. Gente che non trova lavoro o che lo ha perso, piuttosto che i drammi di chi ha vissuto una rottura dei vincoli familiari. Il volto della povertà è sempre più multiforme. Poi ci sono i temi della socialità, dell’accompagnamento, della prossimità, della cura della sofferenza. Come nel caso del disagio mentale che attraversa tutti i ceti sociali. E mancano i supporti se, ad esempio, gli interventi di trattamento sanitario obbligatorio che fa il Comune aumentano nel finesettimana quando i servizi sul territorio chiudono. Ciò significa che c’è un problema pubblico. Ora basta con la delega, noi ci stiamo a fare una sussidiarietà compartecipata, ma l’istituzione deve essere pubblica perché questi sono temi di cittadinanza e di diritti esigibili, non di assistenzialismo o di buoni sentimenti.

Crediti: © Georgi Licovski/epa/CorbisLe recenti stime Caritas hanno fotografato otto milioni di poveri nel nostro Paese. Numeri che fanno impressione…

La situazione è davvero drammatica e la crisi è di carattere strutturale, come ho già detto. Ma io credo che in tempi di crisi gravi come questo si debba innovare, rivedere tutti gli interventi, riguardare come si sono consolidate alcune spese, immettendo le energie sociali che l’Italia ha, che Milano ha. E che non sono quelle del volontariato detto così genericamente, ma della gente che si prende una responsabilità sociale. Va interrotta la cultura individualista dell’”io” separato dagli altri e si deve tornare al “noi”. Questo è un elemento culturale e un processo formativo, in cui va rimesso in asse anche il tema dei giovani, quindi della scuola e dell’università, dove bisogna investire molto. E si deve affrontare la questione dell’immigrazione senza ideologie perché questo è il futuro. Ma ci vuole una capacità di governo e di sistema pubblico molto forte e Milano, in questo senso, ha voluto cambiare pagina. Noi non soltanto abbiamo fiducia ma vogliamo collaborare.

Passare dall’’io” al “noi” presuppone però anche una certa dose di empatia, crede che sia fattibile in tempi di congiunture economiche negative come quella che stiamo attraversando?

È da fare, è assolutamente ineludibile per stare meglio, per essere felici. Io dico spesso con una battuta, cos’è meglio, una società che vive nella paura e aumenta il consumo di ansiolitici o una che decide di riscoprire la dimensione della felicità, assume le difficoltà ma le vuole affrontare? E per fare questo non ci si deve perdere d’animo.

Il futuro è meticcio

 

Da più parti si chiede l’apertura di altre strutture di appoggio come la vostra. A suo avviso, si deve puntare su risorse pubbliche o sulle imprese o su entrambe?

Su entrambe, infatti ho lanciato una proposta per l’istituzione di un fondo per la coesione sociale e l’accoglienza. Un fondo nel quale non si guarderà più alla retta: arriva l’immigrato e si da un tot di euro al giorno. Ma si accoglie, si vede l’esito finale e si valuta su questo. Nel fondo devono entrare risorse pubbliche che l’istituzione spende, verificando se siano spese bene o male. E chiediamo anche alle imprese di farne parte, dando solidarietà. Perché questo è un modo per creare responsabilità sociale d’impresa, sostenibilità, coesione.

Nella sua recente autobiografia Non per me solo. Vita di un uomo al servizio degli altri lei traccia una  serie di bilanci. Quello della convivenza tra diversi è vincente o fallimentare?

Tutte le culture sono impastate di diversità, il dialogo è un elemento fondamentale e non significa affatto perdere la propria identità, bensì arricchirla nel confronto. Invece che muri, servono ponti. Anche se qualche volta scricchiolano. E bisogna rafforzare questi ponti, non abbatterli. È l’unica maniera di rilanciare una visione che valorizzi il positivo.

Milano, foto di Obliot/flickr

 

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