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Cure naturali: i segreti della medicina ashaninka

Lo sciamano Juan Flores Salazar ha fondato Mayantuyacu, un centro nel cuore della foresta amazzonica. Per studiare le virtù curative delle piante, proteggerne la biodiversità e far conoscere all'Occidente i segreti della saggezza tradizionale indigena

Francesca Tozzi
22 giugno 2012

Juan Flores Salazar, foto di José Carlos OrrilloNel Perù centro-orientale, nel cuore della foresta amazzonica, sorge Mayantuyacu, un sito che rappresenta un patrimonio naturale a elevata biodiversità considerato sacro e protetto dalle comunità indigene fin dalle sue origini. Il sito è stato recuperato dalla famiglia di Juan Flores Salazar, uno sciamano capace di usare a scopo curativo ogni tipo di pianta, essenza o corteccia secondo i principi della medicina tradizionale ashaninka. Juan Flores Salazar, che sta lavorando oggi alla catalogazione di tutte le piante del sito, per la prima volta è venuto in Italia in occasione del Festival Aurora che si terrà a Pienza dal 22 al 24 giugno. Lo abbiamo incontrato per capire meglio la natura del suo lavoro.

Maestro, come nasce il vostro Centro?

Da quando ero molto piccolo, è nato in me il desiderio di essere un buon “curandero”, di studiare le piante per poter donare questa conoscenza all’umanità. Ho continuato a studiare le piante fino ad ora. Poi abbiamo cercato un posto adatto ad accogliere Mayantuyacu e abbiamo cominciato a costruirlo nel 2000. Siamo in 25 persone a lavorare alla catalogazione delle piante medicinali della foresta amazzonica, uno studio approfondito, un lavoro che non ha mai fine… Qui possediamo 180 ettari di terra e abbiamo cura di tutte le piante che vi crescono perché sono utili. Proteggiamo la biodiversità e scopriamo tutto ciò che di buono possono fare queste piante per la nostra salute. Vogliamo preservare e far conoscere in tutto il mondo la medicina tradizionale ashaninka, cui si ispira il nostro lavoro. Internet ci sta aiutando in questo.

Sciamani e medici devono imparare a collaborare

 

Come si rapporta la medicina tradizionale ashaninka con la medicina occidentale?

C’è un dialogo fra queste due medicine: sciamano e medico lavorano insieme. A volte prima trattiamo la persona con l’asshaninka per una settimana e se non ci sono reazioni nel corpo passiamo alla medicina occidentale. In altri casi, per esempio se uno si rompe una gamba, la medicina occidentale risolve il problema meccanico ma poi per la rigenerazione del corpo, del plasma, dei tessuti, dell’organismo nel suo insieme, è forse più efficace la medicina indigena. C’è il desiderio di integrare i due approcci e questa integrazione cambia di volta in volta a seconda dei casi. L’emergenza si tampona con la medicina farmacologica ma il problema si cura con la tradizionale che cerca e cura la causa del disagio, non si ferma al sintomo: è una lavoro lungo perché l’assunzione delle piante può durare mesi. Mia moglie è una infermiera e conosce la medicina occidentale mentre io conosco la tradizione ashaninka. È la combinazione del nostro lavoro che cura il paziente.

Un massivo delle piante per realizzare le medicine non rischia di depauperare la foresta?

Gli ashaninka prevengono l’impoverimento della foresta nel momento in cui fabbricano le medicine a partire dalle piante che la compongono perché quello che il gruppo di lavoro consuma subito viene riforestato. Si leva un albero e se ne pianta un altro. Così si trova e si mantiene un equilibrio. Questo è molto importante per garantire anche ai nostri figli tutta la ricchezza di un ecosistema che può davvero aiutarci a stare meglio.

Juan Flores Salazar, foto di José Carlos Orrillo

Lo spirito delle piante insegna al corpo l’autoguarigione

 

Lei dice che lo spirito della pianta insegna al corpo a curarsi…

Mayantuyacu, foto di José Carlos OrrilloColtivare la pianta con amore fa sì che la pianta sviluppi e porti con sé sotto forma di preparato farmaceutico una sorta di spirito che si trasmette anche a chi ne viene curato se ha la giusta predisposizione: un paziente deve amare la medicina tradizionale ashaninka, approcciarsi con rispetto al mondo delle piante, stabilire una relazione affettiva con l’organismo che si prende cura di lui. Se io vengo curato dalle foglie di questo albero, posso chiederglielo in modo gentile e questo modo fa si che i composti biochimici agiscano dentro di me in modo profondo. È importante l’atteggiamento del paziente nei confronti di ciò che assume, vissuto non come un composto inerte ma come una materia organica viva e dotata di coscienza, capace quindi di interagire con il suo universo fisico e psichico. Per la stessa ragione “las plantas maestras” sono in grado di educare il corpo.

Cosa sono le piante maestre?

Ogni pianta contiene al suo interno una forma di coscienza, un codice con delle informazioni, ma ce ne sono alcune che vengono chiamate “maestre” perché sono più antiche, perché producono più medicine o perché sono conosciute da più tempo. Secondo molte comunità indigene queste piante sono in grado di trasmettere un insegnamento cioè grazie all’attività dei loro composti insegnano al corpo a stare meglio non solo nel corpo ma anche nello spirito. Come se dopo la cura rimanesse qualcosa nel corpo tale da renderlo capace di autorigenerarsi perché il corpo impara a curarsi partendo dalla forma che la pianta gli ha insegnato cioè per analogia biochimica con il metabolismo della pianta. Ogni pianta poi emette una sorta di vibrazione armonica che gli indigeni chiamano “icaro”, praticamente un campo elettromagnetico con una forma che noi non possiamo percepire coscientemente ma che interagisce con quello del paziente. Il tabacco, per esempio, è una pianta maestra con un ruolo molto importante nella difesa del sistema immunitario.

Cosa vuole dire alla gente?

Vorrei dire a tutti di imparare ad amare le piante perché dobbiamo preoccuparci delle prossime generazioni. Il futuro del pianeta è affidato alla salute dell’ecosistema e al dialogo armonico fra uomo e pianta. È quello che noi facciamo qui a Mayantuyacu.

Mayantuyacu, foto di José Carlos Orrillo

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