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Crescita in Europa con green economy, meno austerità, più aiuto alle imprese

Ecco i punti da cui partire per un'Europa più stabile e forte. Un'analisi quella di Paolo Magri, direttore di ISPI, che vede contrapposte green e brown economy. Dove la seconda è, purtroppo, ancora un motore potente dell'economia mondiale

13 giugno 2013

Paolo MagriScenari complessi che evolvono rapidamente; questo è il leitmotiv dei commenti sulla situazione internazionale che appare sempre più caratterizzata da una mancanza di stabilità dal punto di vista economico, politico e sociale.

Un quadro confuso che genera incertezze e scarse capacità di avere una visione a lungo termine con punti fermi che aiutino a interpretare la realtà. Abbiamo incontrato Paolo Magri, direttore di ISPI, istituto di ricerca internazionale dedicato all’interpretazione degli scenari economici e geopolitici che si propone come pragmatico punto di riferimento per operatori politici ed economici.

Il modello Europeo oltre l’austerità

La situazione politica italiana è estremamente fragile, ma anche altri Paesi come Spagna e Francia non stanno meglio, con leader politici che, a poca distanza dalle elezioni, non raccolgono già più il favore dell’elettorato.
Il problema è il fallimento del sistema di rappresentazione politica, che non funziona più per società mature e complesse come le nostre. Quale modello per il futuro? E’ pensabile un modello europeo?

 Image by © Images.com/CorbisSicuramente esiste, in Italia come in altri contesti europei, quella che potremmo definire una crisi della politica. Gli interrogativi che dobbiamo porci di fronte a tale crisi riguardano le sue motivazioni di base, al di là di quello che potrebbe semplicemente essere descritto come il fallimento da parte della classe politica nel rapportarsi con l’elettorato.

È importante, infatti, sottolineare che, di fianco alle oggettive responsabilità dei governi, siamo anche nel pieno di un periodo di crisi di natura economica e sociale, che si ripercuote a livello politico. Le questioni della disoccupazione e della mancanza di prospettive nel mondo del lavoro hanno un impatto rilevante sulla credibilità della classe politica, che viene misurata anche in base a come sa reagire a tali emergenze.
È qui che si può pensare a un “modello europeo” che possa essere valido per il futuro. Sino ad ora, l’Europa ha cercato di contrastare la crisi economica tramite misure di austerity. Proprio queste misure hanno, in parte, contribuito a creare sfiducia da parte dell’elettorato. È necessario, affinché l’Europa possa presentarsi come un modello e i cittadini possano tornare ad avere fiducia nella politica, che quest’ultima proponga soluzioni di uscita dalla crisi che vadano oltre le politiche di austerità.

Esiste il rischio che si affermi un movimento anti-europeista e quali conseguenze potrebbe avere?
In effetti, più che un rischio, l’affermarsi di movimenti di stampo anti-europeista costituisce già una realtà. Non solo in Italia con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ma anche in altri Paesi europei come i Paesi Bassi, la Finlandia e la Gran Bretagna, solo per citarne alcuni, vi sono partiti e movimenti anti-europeisti che stanno raccogliendo sempre più consenso tra i rispettivi elettorati.

Image by © Katie Edwards/Ikon Images/Corbis

Se guardiamo i dati dell’Eurobarometro sulla percezione delle istituzioni europee da parte dei cittadini, notiamo una progressiva diminuzione nella fiducia che viene riposta nell’Unione Europea. La popolarità dell’UE sembra crollare, anche come conseguenza delle politiche economiche di cui si parlava in precedenza.

A tal proposito, è bene fare una distinzione tra i movimenti che si professano come anti-europeisti tout court da un lato e, dall’altro, quelli che possiamo definire anti-euro. Nell’ultimo caso, vi è un’opposizione ad alcune specifiche politiche europee, soprattutto in ambito monetario ed economico, ma non all’Unione Europea come istituzione.

L’euroscetticismo, che comunque viene manifestato da alcuni partiti e movimenti, può avere delle conseguenze negative soprattutto in seno alle stesse istituzioni europee. Se, infatti, a livello di singolo Stato può arrivare a ottenere dei consensi, ma non intacca le politiche nazionali, potrebbe arrivare a costituire un ostacolo in sede di Parlamento europeo, grazie anche al sistema proporzionale che ne caratterizza le elezioni. Paradossalmente potremmo avere, all’interno delle stesse istituzioni europee, una componente anti-europeista potenzialmente in grado di delegittimarne l’azione politica.

L’Europa della Green economy

In Europa, a differenza di molti altri Paesi del mondo, c’è molta attenzione alle politiche di tutela dell’ambienta e del sociale, condizioni fondamentali per il futuro del pianeta. L’Europa può diventare un traino, a livello mondiale, di un progetto comune di sviluppo sostenibile?

Certamente l’Ue è impegnata in una strategia volta ad affrontare le evidenti implicazioni globali delle questioni ambientali. L’Unione persegue tale obiettivo innanzitutto attraverso politiche di cooperazione internazionale (a livello bilaterale, interregionale e multilaterale), i cui risultati sono però ancora troppo dipendenti dalla volontà degli attori di applicare gli accordi stabiliti. 

D’altro canto, l’Ue si prefigge di fungere da “modello” nell’adozione di politiche virtuose e nell’elaborazione di modelli produttivi e di consumo sostenibili. Anche in questo caso, i buoni risultati ottenuti nell’ambito della “strategia del 20-20-20” non paiono destinati a trasformarsi in una “leadership globale nella lotta al cambiamento del clima”.
Il crollo del mercato delle emissioni, infatti, indica che il successo delle politiche ambientali europee è dovuto soprattutto al calo della produzione industriale e dei consumi europei e alla debolezza nei confronti della concorrenza straniera, che pare più propensa ad approfittare delle distorsioni del mercato che a seguire il modello proposto.

 Nel Novecento la crescita economica dei Paesi industrializzati è coincisa con uno scarso rispetto per l’ambiente e la persona. In tempi recenti lo stesso percorso è stato seguito dai nuovi protagonisti delle economie mondiali come India e Cina.
Visto che le risorse sono limitate e la popolazione mondiale in continuo aumento, questo modello non è replicabile. Per il prossimo futuro qual è il modello di crescita che possa coniugare benessere e rispetto ambientale e sociale? Esiste oggi un Paese che secondo lei è già sulla buona strada?

 Image by © Katie Edwards/Ikon Images/Corbis

Economie brown e Paesi virtuosi

Governi e organizzazioni internazionali sono da tempo impegnati nell’elaborazione di un modello di crescita sostenibile tramite lo sviluppo di un’autentica green economy. Come confermato dal Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, qualsiasi modello di sviluppo equilibrato deve innanzitutto tener conto dell’approvvigionamento e dell’utilizzo sostenibile del capitale naturale e dell‘energia.

Le strategie devono essere in grado di combinare un’attenzione specifica alla sfera delle risorse naturali e interventi sui settori produttivi (fonti rinnovabili, produzione manifatturiera, sviluppo urbano, edilizia, produzione di rifiuti, turismo).

Image by © Images.com/CorbisCome affermato dall’OCSE, un impegno serio in questo senso favorirebbe la crescita economica grazie all’aumento della produttività (efficienza energetica), dell’innovazione, della fiducia degli investitori e della stabilità (riduzione della volatilità dei prezzi delle risorse). Un modello di particolare successo è quello tedesco che, grazie a una serie di politiche fiscali e di investimento strutturale mirate ai grandi soggetti economici, ma anche e soprattutto alle piccole e medie imprese, è riuscito a creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, e a conquistare una quota di circa il 15% del mercato mondiale della green economy.

Ciò non toglie che la diffusione di un unico modello sia ostacolata non solo dalle caratteristiche peculiari dei diversi territori, ma anche dal livello di interconnessione regionale e globale della produzione, con grandi concentrazioni di produzione industriale decisamente “brown” (soprattutto in Asia, la nuova “fabbrica del mondo”), dei cui prodotti nemmeno il sistema economico più virtuoso sembra ancora in grado di fare a meno.

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