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Collaborazione: la parola per fare reddito nel (prossimo) futuro

Il nuovo libro del sociologo Richard Sennet ci invita a riscoprire i vantaggi di fare le cose insieme. Anche per uscire dalla crisi

Paolo Magliocco
11 maggio 2012

Richard SennettRichard Sennett, attento sociologo americano, è da molti anni impegnato a guardare a quello che accade intorno a noi con uno sguardo originale. Più di dieci anni fa svelò l’esistenza dell'”uomo flessibile”, puntando lo sguardo sui mutamenti prodotti dal nuovo capitalismo, per poi passare ad affrontare concetti come l’uguaglianza e la dignità.

Quattro anni fa ci ha raccontato le virtù della riscoperta dell'”uomo artigiano”, ovvero la rinascita della capacità di fare bene le cose, con amore e attenzione. Adesso Sennett ha scovato un altro fenomeno che sta segnando la nostra epoca: la capacità di collaborare, o meglio, la sua drammatica diminuzione soprattutto in alcuni ambienti di lavoro e il modo in cui la collaborazione potrebbe cambiare tutti noi.

Sennett, in questo caso, è andato prima di tutto a guardare quello stava e sta capitando in molte organizzazioni di quello che è oggi il capitalismo avanzato e più in crisi: il mondo della finanza. E si è accorto che lì le persone che formalmente lavorano insieme, in realtà pensano ciascuna solo a se stessa. Perché non possono fare diversamente: non si fidano, devono ottenere sempre qualche risultato, hanno capi che vanno e vengono troppo in fretta.  Proprio tutto il contrario di quello che succede nell’impresa artigiana.

virtù uguaglianza Richard Sennett relazioni con laltro Occupy Wall Street nuova economia legalità e giustizia imprese finanza etica finanza fiducia empatia dignità crisi cooperare condivisione comunicazione competitività collaborazione capitalismo cambiamento attenzione ambiguità abilità socialeDa qui il sociologo è partito per una riflessione a tutto campo su cosa sia davvero la cooperazione per la nostra specie e su quali effetti possa avere una sua riscoperta. Il risultato è il suo nuovo libro intitolato Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, che Sennett è venuto a presentare anche in Italia, ospite dell’editore Feltrinelli e della Fondazione Cariplo.

Un’abilità sociale che si può imparare

 

Cosa intende per collaborazione?

«La collaborazione è un fatto genetico. Comincia tra i genitori, per nutrire i figli. E tra i bambini e gli adulti. Certo, passa attraverso varie fasi. Per esempio, a 4-5 anni i bambini cominciano a interrogarsi sul rapporto tra autonomia e collaborazione. Perché la collaborazione è una rinuncia a fare da sé. Significa affidarsi a qualcun altro. E nei casi più avanzati, mettersi insieme a persone che non si conoscono o che magari sono antipatiche.

Questo non significa rinunciare a competere. Nelle squadre, negli sport, si collabora per competere, per fare meglio. Però la collaborazione non è solo innata, è anche un’abilità sociale, che si impara».

Ma qual è il nesso tra la mancanza di collaborazione che lei ha trovato soprattutto nel mondo della finanza e la crisi economica che stiamo attraversando?

Questa è una crisi del capitalismo finanziario mondiale e le sue origini sono nel mondo della finanza. Ma uno degli effetti che la crisi ha avuto è stato anche di ridurre la capacità di collaborare tra le persone all’interno delle sue organizzazioni. E questo, a sua volta, ha effetti economici, perché l’assenza di collaborazione rende le imprese inefficienti e improduttive.

Le persone che ho intervistato con i miei studenti dicevano di non potersi fidare l’uno dell’altro e che per questo non si organizzavano insieme per risolvere i loro problemi. Nel sistema economico moderno c’è un tentativo di burocratizzare la collaborazione, che diventa istituzionale, obbligatoria, e alla fine non si verifica affatto.

Le tecniche da applicare tutti i giorni

 

Come si impara a collaborare meglio? Esistono delle tecniche che si possono applicare anche alla vita di tutti i giorni?

Io vedo almeno tre strade che possono restituire o migliorare la capacità di cooperare. La prima è sviluppare la capacità dialogica, cioè l’attenzione ad andare oltre la superficie di quello che ci viene detto o dell’atteggiamento che hanno le persone verso di noi. Bisogna imparare a scoprire l’intenzione che c’è dietro il significato apparente e la “cortina di fumo” che esso crea.

La seconda strada è imparare a sostituire una forma condizionale a quella dichiarativa nei nostri discorsi. Usare espressioni come “forse”, “potrebbe”, crea zone di ambiguità che aprono lo spazio alla possibilità di collaborare. Può sembrare strano, ma la chiarezza è nemica della collaborazione, mentre l’ambiguità la aiuta.

E la terza strada è sviluppare l’empatia piuttosto che la simpatia. Voglio dire che bisogna identificarsi un po’ meno con gli altri per cercare di capirli di più. Se guardo una persona in difficoltà e dico “poveretto”, tutto finisce lì; se gli chiedo di spiegarmi come sta e perché, apro spazi alla collaborazione. L’empatia è un po’ più fredda, ma è più utile.

Queste tre competenze sono state sovvertite nei luoghi di lavoro dell’economia moderna, dove la cooperazione si riduce a un fatto formale e burocratico.

Riscoprire la cooperazione ha anche un forte valore politico?

Certo. Nella sinistra, per esempio, c’è stato fin dal ‘900 un grande dibattito sulla cooperazione come valore in sé oppure no. E oggi ci sono movimenti politici che si basano davvero sulla capacità di collaborare, dove persone diverse fanno cose assieme.

Di questa natura è anche il movimento “Occupy Wall Street”, che è una delle cose migliori che anche io abbia fatto, e che è un modo diverso per affrontare la crisi del capitalismo moderno.

Mettere in atto un reale cambiamento

 

Ricominciare a collaborare potrebbe cambiare la situazione dell’economia mondiale? Cosa garantisce che aziende collaborative siano più produttive e facciano guadagnare di più?

Il punto è che tutto quello che si è fatto e si sta facendo per risolvere la crisi economica va nella direzione di aggiustare quello che si è rotto, di tentare di riportare la situazione a come era prima, magari a un boom economico.

Io non penso che questo sia l’atteggiamento giusto. Forse non vedremo più le aziende di prima. Le aziende di domani saranno più redditizie? Forse. Di certo dovrebbero produrre più soddisfazione per le persone che ci lavorano.

Non si tratta di cooperare per fare denaro, ma per pensare a qualcosa di diverso. Io vorrei che questa crisi fosse davvero una crisi, in cui le persone decidano che da oggi vogliono qualcosa di diverso.

 

 

 

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