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Claudio Guenzani: voglio un centro di riflessione permanente

Il gallerista fa il bilancio di oltre vent'anni di attività e racconta come è nata l'idea di aprire lo spazio milanese. E svela il suo progetto futuro: un luogo dove critici e curatori tornino a confrontarsi sull'arte contemporanea. Per comprenderne meglio i cambiamenti. Con un ritmo lento. Liberi dall'ossessione della velocità

di Maria Vittoria Capitanucci
3 febbraio 2011

Claudio Guenzani, galleristaClaudio Guenzani è nato a Gallarate, in provincia di varese, nel 1954 e si è laureato in Scienze Politiche all’Università Statale di Milano con una tesi sui Centri Sociali e Culturali dell’area milanese. Ha proseguito gli studi e lavorato a New York tra il 1979 e il 1980. Ritornato a Milano nel 1987 apre la galleria d’arte contemporanea Studio Guenzani, in via Eustachi 10. Lo Studio Guenzani, credendo nella multidisciplinarietà dell’arte contemporanea, propone fin dall’inizio, artisti diversi tra loro, sia per la qualità formale del lavoro, sia per il linguaggio, sia per provenienza e condizione generazionale. Nel 1988 l’esordio è con le prime mostre di Louise Lawler e Cindy Sherman che affermano un interesse forte per la fotografia e non solo, seguite nel 1994 dalle “personali” dedicate a Sugimoto, Araki, Gabriele Basilico, Luisa Lambri. Dal 1992 lo Studio Guenzani si interessa all’ambiente artistico californiano ed espone artisti di Los Angeles da Paul McCarthy a Laura Owens, Allen Ruppersberg e altri. Una relazione speciale, di interesse culturale e di affinità “elettive” da parte di Guenzani per il mondo nipponico, lo porta ad intessere profonde e costanti relazioni con una serie di importanti artisti giapponesi che la galleria segue da anni come Morimura e la grande Yayoi Kusama, oltre naturalmente ai già citati Araki e Sugimoto. Naturalmente la galleria lavora anche con continuità con molti artisti italiani delle ultime generazioni (da Stefano Arienti a Margherita Manzelli, da Giuseppe Gabellone ad Alessandro Pessoli) ora presenti con le loro opere nei maggiori musei e collezioni del mondo. Fino al 12 febbraio lo Studio Guenzani ospita anche la personale del grande fotografo Gabriele Basilico.

 

Ci racconta come e perchè ha iniziato a fare il gallerista a Milano?

 

Ho cominciato nel 1986 dopo esser stato, da studente, un piccolo, piccolo, anzi piccolissimo e modesto collezionista, e dopo aver fatto anche un’altra professione. Ho cercato nell’arte contemporanea e nel lavoro di gallerista di esasperare un po’ l’idea del viaggiare, del muovermi e quindi di portare in una piccola galleria a Milano, città piccola per definizione, quello che succedeva di interessante nel mondo. Per questo ho sempre cercato di affiancare artisti italiani, molto spesso milanesi, all’interno di un programma abbastanza internazionale. Negli anni, viaggiando molto, ho poi scoperto anche il Giappone con artisti come Araki, Sugimoto, Kusama e altri autori, così come la realtà di Los Angeles con Paul Mcarthy, Larry Pitmman e, più recentemente, ancora altri giovani pittori, scultori, fotografi.

Claudio Guenzani e Araki, Tokyo 2006

Che genere di artisti preferisce?

 

Non ho mai privilegiato una tecnica espressiva, ma ho sempre pensato che l’arte contemporanea fosse bella e interessante da trattare perché era possibile mostrare tutto: video, performance, disegni, sculture, fotografie. Direi quindi che la multimedialità è quello che mi interessa degli ultimi venti anni.

Kusama “Driving Image”, 1961 materiali diversi installazioneSi sente un privilegiato a poter lavorare in questo ambito così speciale?

 

Penso di essere stato uno spirito abbastanza libero e ho avuto il grande privilegio di mettere insieme i miei interessi personali, le mie curiosità con l’arte contemporanea, o meglio, con quegli aspetti dell’arte contemporanea che mi piacevano e attiravano i miei interessi. Questo penso sia un vero grande lusso, il vero lusso del mio mestiere.

Lei è in contatto con le maggiori gallerie internazionali: pensa che sia la stessa cosa fare il suo lavoro a Milano, Londra o Tokyo?

 

Essere galleristi in una città come Milano non è semplice per molti motivi, non ultimo perché non esisteva fino a poco tempo fa una struttura museale adeguata per l’arte contemporanea. Ci sono poche opportunità di vedere belle mostre a livello istituzionale, questo fatto però ha lasciato molto spazio ai privati. La città ha sempre avuto bravissimi galleristi, evidentemente io non sono l’unico nel mio campo, e questa tradizione parte già dal dopoguerra.

Araki, Untitled, stampa fotografica a colori

Riesce a fare altro oltre al lavoro? E ad avere tempo per una vita sana, all’insegna dell’equilibrio e della consapevolezza?

 

Sicuramente sì. Quando raccontavo che ho privilegiato il viaggiare e l’andare a cercare oggetti, artisti e opere in giro per il mondo non ho detto che questo vuol dire anche fare un lavoro stressante. Il background di Milano, la mancanza di musei, come accennavo, rendono il nostro lavoro un po’ più difficile perché  bisogna cercare in giro oltre che gli autori e gli artisti, molto spesso anche i collezionisti. Non si può, poi, non seguire le fiere internazionali. Insomma si tratta di un mestiere che, visto dall’esterno come me lo immaginavo io ai tempi in cui frequentavo le gallerie per passione, sembra meraviglioso, quasi un passatempo, ma in realtà è molto diverso, con tempi strettissimi. Così, adesso, cerco spesso di rallentare, di essere più consapevole dei miei tempi e dei miei interessi. In questo senso la mia frequentazione con l’India (ho lavorato spesso con artisti di quel continente e ho anche aiutato un amico ad aprire una galleria a Nuova Delhi) e il Giappone, mi hanno aiutato a riconoscere che esistono anche altri mondi e altre società un po’ meno frenetiche della nostra. Un universo reale, culturale e spirituale più rilassato e rilassante laddove tutte le pratiche, dall’alimentazione, allo stile di vita, alla mediatazione, allo yoga, diventano importanti e assumono una dimensione e un ruolo completamente diversi da quello che, a volte ingenuamente, cerchiamo di riprodurre o reinterpretare qui in Occidente.

 

Claudio Guenzani con Kusama - Tokyo 2000Progetti per il futuro?

 

Mi piacerebbe dedicarmi un momento di ripensamento, facendo rivedere e riguardando io stesso, le opere e gli artisti che sono passati dalla mia galleria nell’arco di questi vent’anni di attività. Un progetto che spero di realizzare il prossimo anno e che mi sarà utile anche per capire cosa fare più avanti: in che senso proseguire il mio percorso di ricerca di interesse per l’arte contemporanea. Sto pensando di affiancare all’attività della galleria “uno spazio di riflessione” indirizzato soprattutto a curatori e critici che, in questo momento, mi sembrano più “persi” che mai e che forse avrebbero diritto ad avere anche a Milano un punto di incontro e di confronto. Ammetto che si tratta di un progetto ancora vago che non ha né date né strumenti per essere realizzato davvero, ma che è collegato a questo mio bisogno attuale di rallentare l’attività commerciale della galleria e forse di sperimentare un po’ di più. Magari proprio riflettendo su tutti i momenti, i periodi vissuti e passati con estrema rapidità. Ecco forse potrei istituire una fondazione per aiutare i curatori e per farmi aiutare da loro a capire, meglio, tuti i cambiamenti, tanto veloci, che ci sono capitati intorno.

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