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Claudia Chiozzotto: come arginare lo spreco di acqua in Italia

Troppa e di ottima qualità: l'acqua italiana viene sprecata in agricoltura e tra le mura domestiche. E il 33,9% si disperde nelle reti idriche.

Michele Novaga
24 febbraio 2014

Image by © Ocean/CorbisRisparmiare acqua è possibile anche se bisogna preservarla dall’inquinamento e dall’eccessivo sfruttamento. Sul suo uso e sul suo spreco si è parlato a Milano durante il convegno WiGreen di cui wisesociety.it è stato media partner.

A Claudia Chiozzotto, specialista di tematiche legate all’acqua e all’ambiente di Altroconsumo, wisesociety.it ha chiesto che interventi bisognerebbe fare e che comportamenti tenere per utilizzare in maniera più saggia possibile le risorse idriche.

Come si può educare il consumatore ad un uso più consapevole dell’acqua?

Secondo noi facendogli toccare con mano la qualità dell’acqua e il lavoro che c’è dietro la sua produzione. Quando il cittadino sa che la falda acquifera ha una propria storia, quando sa che l’acqua per arrivare nella sua casa subisce certi processi, mille controlli, mille analisi diciamo che poi la percezione della qualità della risorsa diventa automatica. Sicuramente una veicolazione di questi contenuti da parte di chi fornisce il servizio e cioè dall’acquedotto sarebbe importante dato che il primo canale di comunicazione del cittadino sulla qualità dell’acqua è proprio quello del fornitore.

Come non sprecare acqua tra le mure domestiche

Image by © JGI/Jamie Grill/Blend Images/CorbisL’acqua che arriva nelle nostre case e che è potabile al 100% viene usata per qualsiasi uso domestico: come si potrebbe differenziarla e usare quella di qualità inferiore per pulire i pavimenti o per lo scarico del WC?

Bisognerebbe creare delle reti duali destinando al condominio attraverso tubazioni e condutture diverse una qualità di acqua meno trattata per pulizie e altro e usarne un altro tipo magari con pochi minerali, impoverita dei sali che disturbano il gusto per l’uso potabile. E’ chiaro che ciò comporterebbe un intervento negli edifici vecchi mentre quelli nuovi dovrebbero essere progettati già con questa caratteristica. E poi i contatori dovrebbero essere personalizzati per singola famiglia e non più per il condominio in toto, cosa che sensibilizzerebbe al risparmio.

Quali consigli si sente di dare per un uso saggio dell’acqua a scopo domestico?

Innanzitutto consiglio di passare ad elettrodomestici che usano meno acqua e ovviamente suggerisco di utilizzarli nel modo giusto per esempio a pieno carico. Secondo un nostro studio una lavapiatti utilizzata a pieno carico è meno dispendiosa del lavaggio a mano che implica un consumo di acqua spesso calda che per essere prodotta consuma energia elettrica, gas o gasolio. Inoltre bisognerebbe intervenire su soffione doccia e sui rubinetti inserendo il rompigetto e poi montare una cassetta dello scarico del WC a doppio pulsante.

Più interventi sulle reti pubbliche e meno privatizzazioni

Image by © James Hardy/PhotoAlto/CorbisIl tasso di perdita delle reti idriche italiane va molto al di là (33,9% di media) dello spreco diciamo fisiologico del 10%. Come si può fare per arginare questo trend?

Bisognerebbe intervenire sugli acquedotti che sono stati lasciati andare nel corso degli anni così come sulle reti idriche dove si mette mano solo in presenza di una falla o di una perdita. Oggi non si interviene sulle reti, si tagliano i costi di manutenzione e gli amministratori si rimpallano le responsabilità. La rete è di proprietà comunale e il gestore non è sempre lo stesso e si può avvicendare. Per questo la mentalità porta a non investire per una cosa di cui godrà benefici l’amministratore che prenderà il suo posto.

Secondo lei la privatizzazione dell’acqua – bocciata dal referendum 2011- che prese corpo soprattutto in Toscana poteva essere una valida soluzione?

Diciamo che proprio dopo il referendum c’è stato un ritorno e un riaffezionamento alla cosiddetta “acqua del sindaco”. Ci si è resi conto che l’acqua è davvero un bene primario legato al territorio che va gestito in maniera etica e che, a differenza del gas per esempio, non può essere trasportato. Se arriva da lontano sarà più cara.

L’acqua è un bene che non deve alimentare un lucro evidente dovendo esserne garantita una quantità minima ad un costo equo anche per le fasce più svantaggiate della popolazione.

L’impronta idrica dei prodotti e meno sprechi in agricoltura  

Image by © Ron Chapple/CorbisCome si può combattere la cattiva abitudine del consumo massiccio di acqua minerale in bottiglia?

Innanzitutto informandosi sulla qualità di quella che esce dal rubinetto. Oggi molta gente che ha smesso di bere acqua del rubinetto 10 o 15 anni fa, non si informa più su come il Comune ha nel frattempo migliorato il servizio magari facendo uso delle nuove tecnologie di trattamento dell’acqua che ne hanno eliminato il sapore di cloro. Sono processi controllati molto meglio gestiti con l’informatica. E anche le caratteristiche di gusto sono migliorate e noi invitiamo anche i cittadini a informarsi sull’impatto ambientale delle bottiglie. Per esempio nel nostro ultimo test sulle acque minerali abbiamo evidenziato come ci siano acque che percorrano centinaia di chilometri. Della bottiglia che noi compriamo paghiamo il 70% in costi di imballaggio etichetta e pubblicità, il 20% in trasporto e solo il 10% è l’effettivo costo dell’acqua. Che, al marchio che la imbottiglia, non costa niente….Insomma una diseconomia incredibile.

Lo spreco di acqua in agricoltura è sicuramente considerevole. Cosa si può fare per ridurlo?

Ci vogliono delle politiche di incentivazione che premino le buone pratiche. Trovo che in questo ambito serva una maggiore circolazione delle conoscenze tecnologiche dato che non mi sembra siano richiesti degli interventi particolarmente onerosi da parte delle aziende. Il fatto è che il costo dell’acqua utilizzata per uso agricolo è basso e non è una voce importante tra i costi di produzione di un’azienda agricola. Bisognerebbe responsabilizzare maggiormente gli agricoltori affinché ne sprechino meno.

Come si potrebbe arrivare a determinare l’impronta idrica di un prodotto?

Si potrebbe introdurre una etichetta ambientale che includa anche una voce delle risorse idriche. O anche aggiungere una voce alle etichette già esistenti. Un indicatore tradotto in una cifra o in una percentuale. Altrimenti il rischio è quello di ragionare di sostenibilità sempre in termini globali di cambiamenti climatici mentre in realtà il l’impiego delle risorse idriche è un tema vicino a noi ed è immediatamente verificabile da parte del consumatore che si può rendere conto da solo se l’informazione che viene veicolata è attendibile oppure no.

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