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Cinzia Scaffidi e i consigli di Slow Food per comprare (e mangiare) sano

La Direttrice del centro Studi dell'organizzazione fondata da Carlo Petrini spiega come alimentarsi bene senza OGM e senza sprechi. In barba al sistema della grande distribuzione organizzata

Michele Novaga
21 ottobre 2013

Cinzia Scaffidi

Cibo sano, agricoltura, ogm, grande distribuzione, accorciamento della filiera alimentare. Temi caldi che Slow Food da sempre tratta e affronta nell’ottica di un maggiore rispetto per i contadini, per la salvaguardia dell’agricoltura e soprattutto in nome della buona tavola e della buona cucina. Wisesociety.it durante lo scorso Salone della CSR alla Bocconi di Milano l’1 e il 2 ottobre ha parlato di questi temi e di molto altro con Cinzia Scaffidi, Direttrice del Centro Studi nazionale Slow Food.

-Come è possibile alimentarsi bene e spendere poco?

Innanzitutto bisogna capire cosa si intende per spendere poco. Se il poco significa prezzo sottocosto di certa agricoltura fatta grazie allo sfruttamento della manodopera altrui o il sottocosto di alcuni cibi costituiti da ingredienti chimici e trasformati, allora quel poco lì state certi che si paga dopo. Si tratta infatti di un cibo non a buon mercato che noi stessi pagheremo in termini di salute.

E’ possibile alimentarsi bene e non spendere molto acquistando solo le quantità che ci servono cercando di comprare direttamente dal produttore oppure organizzandosi in modo da non avere filiere troppo lunghe e privilegiando più gli ingredienti e meno i prodotti assemblati o lavorati in modo funzionale. Come per esempio l’insalata in busta che costa 5 volte di più e che in teoria ci fa risparmiare tempo.

-Siamo in grado di conoscere l’origine dei cibi che mangiamo? Perché di molti prodotti che vengono venduti non sappiamo la provenienza?

Image by © Ocean/CorbisLa tracciabilità è purtroppo possibile per quei cibi che hanno subito in passato dei traumi come per esempio la carne bovina per via della mucca pazza. Lì fu fatto un lavoro molto ben fatto sulla sull’origine ma mi auguro che in futuro non si debba procedere nuovamente così. Spero che il criterio non sia quello di aspettare una tragedia e poi lavorare sul prodotto protagonista. Sull’origine ci vuole un passaggio politico forte nel senso che gli organismi creati per tutelare il consumatore devono fare quello di mestiere. Quello che è stato fatto su olio e carne deve essere applicato su tanti altri alimenti di base. Per esempio sul latte. Noi consumatori possiamo allertarci da soli e comperare soltanto quando conosciamo l’origine. Magari chiedendola al produttore se compriamo direttamente o documentandoci su come lavora l’azienda al cui marchio stiamo dando fiducia. L’origine è un problema molto serio

Non solo cibo a chilometro zero

-Spesso al consumatore si consiglia di comprare la frutta e verdura nei banchi dei mercati: come si fa a tracciarne la provenienza? Il vantaggio è il chilometro zero ma chi ci garantisce per esempio che il terreno non è contaminato?

Image by © Chuck Haney/AgStock Images/CorbisQui non è solo questione di origine geografica. Se stiamo parlando di cibi di cui non conosciamo i produttori non ci resta che affidarci al marchio e alle certificazioni. Se il prodotto è stato coltivato in maniera biologica lo sappiamo dal certificato. Se il prodotto è stato coltivato in Italia conosciamo anche grosso modo le norme che ne regolano la produzione agricola e decidiamo se fidarci o no. Se del prodotto invece non conosciamo la provenienza e quindi come sia stato prodotto e con quali leggi, facciamo come diceva Totò e desistiamo. Se al fruttivendolo del bancone del mercato sotto casa chiediamo la provenienza di un tipo di frutto e lui ci risponde dai mercati generali la sua informazione è un po’ poco e vuol dire tutto e nulla. O ci dice che è frutta arrivata con indicazione o non abbiamo elementi. Ma nel nostro paese le alternative sono tante, per cui esercitiamo questo diritto di scelta.

-Che consigli darebbe ad una famiglia non preparata su questi temi per orientarsi nella spesa

Un primo criterio abbastanza infallibile è quello della stagionalità. Se noi compriamo nel luogo dove abitiamo frutta di stagione è abbastanza probabile che arrivino da un’area vicina. E’ chiaro che la stagionalità implica un minimo di competenze dato che per non essere ingannati bisogna sapere qual è la stagione dei carciofi o dei piselli. E’ importante ricostruire un minimo di cultura alimentare e poi fare in modo che la maggior parte dei prodotti venga da vicino cercando anche di ricostruire da quale tipo di agricoltura provengano. Se tradizionale, sostenibile o anche solo di piccola scala.

Un no agli sprechi di cibo e agli OGM

-C’è un dibattito sugli OGM e sulla sua utilità. Voi siete per il no. Perché? Cosa provocano a livello ambientale e di salute dell’individuo?

Noi siamo contro intanto perché implicano un modello agricolo che è quello dell’agricoltura industriale. Gli ogm si fanno in monocoltura e in grandi estensioni e hanno un impatto energetico e ambientale forte su tutto il ciclo produttivo. La coltivazione degli ogm poi stravolge totalmente il lavoro dell’agricoltore in quanto lo relega a contoterzista delle grandi aziende sementiere, non può più produrre semi e deve comportarsi come se la sua azienda fosse diventata un pezzo a disposizione dell’industria con contratti restringenti riservandosi in qualsiasi momento il diritto di entrare nel terreno, fare controlli, analisi.

E poi pensiamo che gli ogm siano una minaccia per la varietà. Nel nostro paese sarebbe impossibile mantenere una convivenza con l’agricoltura biologica o con quella tradizionale.

-Perché buttiamo così tanto cibo? Cosa si potrebbe fare per contribuire a ridurre questo spreco?

Image by © Keith Beaty/ZUMA Press/CorbisNoi ne buttiamo tanto perché altrimenti il sistema della grande distribuzione organizzata che è il sistema che presiede l’agricoltura industriale e che si occupa di distribuire i prodotti non funzionerebbe. Il suo obiettivo è il raggiungimento del più alto profitto nel minor tempo con lo scopo è inondare il mercato. Come evitare questo. Intanto imparando a fare la spesa senza andare a curare al supermercato ansie che si originano altrove e capire perché abbiamo tutto questo bisogno di acquistare. Poi possiamo fare la spesa in modo più intelligente e programmato, un po’ più spesso e meno grossa facendoci la lista di quello che ci serve e di quanto prevediamo di mangiare a casa quella settimana li. Non c’è bisogno di riempire il frigo se la casa è vuota ma arrivare a casa non 5 minuti prima della cena ma magari 20 in modo da mettere insieme degli ingredienti e preparare qualche ricetta con avanzi altrimenti continuo a buttar via quello del giorno prima. E non ultimo ragionare più sulle scadenze. Quel preferibilmente indicato sulle confezioni è davvero un preferibilmente e se lo mangiamo anche qualche giorno dopo non succede nulla.

Come la crisi ci fa comprare di meno e meglio

-La crisi che stiamo vivendo ci fa mangiare meno e peggio?

La crisi non ci sta facendo mangiare meno ma comprare meno. Gli acquisti si sono contratti, gli italiani consumano meno pasti fuori casa ma non mangiano quantitativamente di meno. Stanno acquistando ingredienti e non prodotti assemblati e prodotti meno costosi e dannosi come le Pringles per esempio che costano 19 euro al chilo mentre le patate costano 0,50. Sono abbastanza ben disposta nei confronti di questa crisi e penso che una mano ce la stia dando.

-Nei prodotti che compriamo ci sono spesso additivi e conservanti. Quali sono gli alimenti che consiglia vivamente di evitare?

Io consiglio di evitare tutti i prodotti che riportano la scritta “aromi o vanillina” sulle confezioni perché quasi sempre sono prodotti di sintesi molto dannosi che si originano da una materia prima che non è cibo ma cellulosa o legno. Evitiamoli anche considerando che i tumori da origine alimentari stanno aumentando.

 

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