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Cinzia Rota: siamo bravi ma l’Italia ci dimentica

di di Sebastiano Guanziroli
19 Gennaio 2011

Trent'anni, ricercatrice al Mario Negri di Milano, ha vinto con il suo gruppo di lavoro un prestigioso premio internazionale per gli studi sulle cellule staminali. Accanto all'orgoglio di aver ottenuto un grande risultato racconta l'amarezza per la dura condizione di lavoro di tanti colleghi. Che troppo spesso sono costretti a lasciare il nostro Paese

In Italia si parla sempre di cervelli in fuga: ricercatori che lasciano il Paese per andare a studiare e a lavorare all’estero, dove le condizioni sono migliori. A volte, per fortuna, ci sono anche storie di cervelli che vanno all’estero solo per ricevere un premio e tornare subito dopo a lavorare nelle nostre università e nei nostri istituti di ricerca. È il caso di Cinzia Rota, 30 anni, ricercatrice dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Bergamo, a cui lo scorso ottobre è stato assegnato il premio Stem Cells -Young Investigator Award 2010, prestigioso riconoscimento attribuito dalla rivista scientifica internazionale Stem Cells. Ogni anno il premio viene dato a un giovane ricercatore che, come autore principale, abbia pubblicato un articolo giudicato rilevante nel campo delle cellule staminali e della medicina rigenerativa. Cinzia Rota e il suo gruppo di lavoro lo hanno ricevuto grazie a uno studio che stabilisce per la prima volta che cellule staminali isolate dal sangue del cordone ombelicale sono in grado di ripristinare la funzionalità dei reni. Per ora il risultato ha riguardato la sperimentazione su animali (topi da laboratorio) affetti da insufficienza renale acuta, ai quali è stata prolungata notevolmente la vita. La speranza è che questo possa verificarsi anche per l’uomo. E proprio questa è la seconda fase della ricerca cui Cinzia Rota si sta dedicando.

Cinzia Rota e il suo gruppo di lavoro

Quali implicazioni pratiche potrebbe avere il suo studio?

 

Il dato principale del lavoro è l’aumento di sopravvivenza nei topi con insufficienza renale acuta trattati con le cellule staminali. Con questo studio speriamo di aver posto le basi per utilizzare in futuro queste cellule come possibile terapia in pazienti con insufficienza renale. Sono cellule facili da ottenere che crescono velocemente in laboratorio, e potrebbero costituire un importante passo avanti nella terapia di questa condizione patologica.

 

Amniocentesis Pregnancy Test Procedure, Visuals Unlimited/CorbisQuale percorso di studi e professionale la ha condotta a ricevere un premio così prestigioso?

 

Mi sono laureata in Biologia all’Università Bicocca di Milano nel 2006, ma già nel 2004 ero entrata all’Istituto Mario Negri per fare la mia tesi sperimentale: indagare l’effetto delle cellule staminali in un modello animale. Al termine degli studi mi sono potuta fermare grazie a una borsa di studio della Fondazione ARMR (Aiuti per la Ricerca sulle Malattie Rare). Il mio progetto principale è identificare fonti di cellule staminali che siano sempre più efficaci nel trattamento di malattie renali: ora sto testandone un’altra, il liquido amniotico.

 

È stata la prima italiana a ricevere il premio?

 

Penso proprio di sì. È un premio importante perché chi lo assegna, Stem Cells, è una prestigiosa rivista internazionale. Riceverlo è stata una grande sorpresa: certo, abbiamo mandato tutta la documentazione, un pensiero ce l’avevamo fatto, ma non ci aspettavamo proprio di farcela. Aldilà dell’orgoglio personale, poi, è importante per il Mario Negri portare il proprio nome all’estero e dimostrare che anche in Italia si può fare ricerca di qualità.

 

Seul, cerimonia di conferimento del premioCome si è sentita da giovane ricercatrice italiana all’estero al momento di ricevere un premio così importante?

 

Mi sentivo piccola piccola… Il premio è stato consegnato a Seul, in Corea del Sud. La maggior parte dei partecipanti non erano miei coetanei, ma professori e responsabili di laboratori. Ero l’unica italiana presente e in compagnia di un solo altro professore europeo. Uscire dal proprio Paese però è fondamentale, ti mette alla prova e ti dà nuove prospettive: ho potuto presentare le mie ricerche, vedere le reazioni, confrontare i problemi e parlare di sperimentazione con giovani della mia età.

 

Il premio lo ha conquistato “nonostante” o “grazie” al sistema della ricerca in Italia?

 

La ricerca, in Italia, è una cenerentola, non viene percepita come qualcosa in cui investire. I fondi pubblici sono ridotti, e nemmeno equamente divisi. Io sono stata fortunata, perché ho avuto e ho ancora una borsa di studio. Ma i fondi diminuiscono e ogni anno devo fare domanda di rinnovo della borsa. I ricercatori sono precari, vivono come tali, e anche i loro studi, di conseguenza, sono precari: possono essere interrotti in qualsiasi momento, senza garanzia di continuità. Si può andare avanti solo con sacrificio e passione.

 

Quanto è forte la tentazione di andare all’estero e non tornare?

 

Al momento non mi riguarda. Ripeto, sono fortunata perché faccio ciò che mi piace fare e mi trovo bene nel mio istituto. Se però le condizioni cambiassero, allora ci penserei. Tra i miei colleghi e coetanei invece sento sempre molto sconforto, per come siamo costretti a lavorare come ricercatori e anche per come veniamo percepiti dall’opinione pubblica e dalla politica: come soggetti e entità di poca importanza. Eppure siamo proprio noi con i nostri studi a miglioriare la vita delle persone.

Cinzia Rota, ricercatrice all'istituto Mario Negri

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