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Chiara Tonelli: così le nanotecnologie possono cambiarci la vita

La docente di genetica alla Statale di Milano, impegnata nel comitato scientifico di "The Future of Science", difende la qualità della ricerca italiana e fa il punto sulle prospettive dell'innovazione in molti settori strategici: dall'energia alla medicina

Francesca Tozzi
26 settembre 2012

Chiara TonelliChiara Tonelli conosce bene il mondo della ricerca con le sue difficoltà. Docente di Genetica all’Università Statale di Milano, in prima linea nella ricerca sulle biotecnologie, si confronta da anni con difficoltà normative e burocratiche nonché con i molti luoghi comuni che circolano nel campo degli OGM.

Oltre a fare ricerca in prima persona, è impegnata nella valorizzazione delle migliori scoperte delle scienza operando nel comitato scientifico di “The Future of Science”, un ciclo di conferenze internazionali che di anno in anno sono dedicate a un tema diverso.

Quest’anno la conferenza organizzata a Venezia da Fondazione Umberto Veronesi, Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Fondazione Giorgio Cini ha sviluppato il tema delle nanotecnologie, ospitando i più importanti scienziati del settore. I risultati raggiunti sono notevoli ma c’è ancora molto lavoro da fare.

Poco sostegno al lavoro degli scienziati

 

Come vede la ricerca nel nostro Paese?

La ricerca in Italia è in crisi perché sono diminuiti i finanziamenti ministeriali. Se nel nostro Paese sopravvvive ad alti livelli in tutta una serie di realtà è grazie soprattutto ai finanziamenti europei: penso al settimo programma quadro ma anche al programma in partenza Horizon 2020.

Nel settore della medicina a garantire un importante sostegno economico alle ricerche sono realtà come l’Airc e Telethon che veicolano l’aiuto dei privati. Fondazione Veronesi sta attuando un grosso programma per dare posti di ricerca ai giovani. Detto questo, c’è tutta una serie di settori in sofferenza.

Parliamo del settore delle nanotecnologie. Qui com’è la situazione?

Nell’ambito dei programmi europei, assistiamo a forti investimenti in questo settore, investimenti che in Italia hanno portato alla creazione dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, centro di eccellenza e punto di riferimento a livello nazionale e internazionale. Nei due giorni del convegno da noi organizzato a Venezia, “The Future of Science” (16-18 settembre 2012) gli scienziati dell’Istituto hanno avuto la possibilità di presentare e spiegare tutta una serie di importanti scoperte.

Dal 2005 cerchiamo di portare alle conferenze il meglio che c’è al mondo nei vari settori e ogni anno cambiamo argomento. In questo caso abbiamo dato spazio agli italiani e agli stranieri che hanno consentito alle nanotecnologie di fare importanti passi avanti.

Applied Nanotechnology, Image by © Peter Ginter/Science Faction/Corbis

L’importanza di creare “laboratori senza muri”

 

Italiani che spesso sono scappati all’estero…

Fabrizio Tamburini

Io trovo positivo il fatto di andare all’estero e penso che questa scelta non sia necessariamente legata alla mancanza di prospettive in Italia. Nell’ambito del mio gruppo di ricerca in Statale a Milano ho avuto la possibilità di mandare in altri Paesi ricercatori che oggi lavorano in istituti internazionali in buone posizioni.

Non è solo e sempre una questione di fuga dei cervelli. In ambito scientifico parliamo di “laboratori senza muri” dove c’è uno scambio continuo delle professionalità. Il nostro problema non è tanto l’export dei cervelli quanto piuttosto l’import: i nostri dottoranti vanno all’estero, riescono a ottenere posizioni di rilievo e sono sempre apprezzati perché la preparazione in Italia in media è molto buona.

Il problema non è tanto il ritorno di questi ma riuscire ad avere ricercatori e studenti che da altri Paesi vengano in Italia a lavorare nei nostri centri d’eccellenza. In Gran Bretagna, per esempio, ci sono tantissimi inglesi che se ne vanno ma altrettanti americani e asiatici che prendono il loro posto. Far lavorare nello stesso gruppo di ricerca scienziati con background diversi rende più fertile la ricerca stessa e tende a migliorarne il livello.

È un sfida continua di cervelli e un confronto molto proficuo. In Italia non succede spesso. Quello che dobbiamo fare non è bloccare il flusso dei ricercatori in uscita quanto piuttosto creare qui in Italia le condizioni che ci rendano appetibili per i ricercatori che vivono all’estero ma potrebbero aver voglia di lavorare in uno dei nostri centri di eccellenza.

Il che significa essere capaci di accoglierli, di offrire loro le strutture per lavorare bene e una posizione stabile e ben retribuita. E non è facile di questi tempi… Il fatto che in Italia ci siano ricercatori del calibro di Fabrizio Tamburini ancora precari, nonostante il peso delle loro scoperte la dice lunga…

Photo by Ocean/Corbis

Le nuove applicazioni del presente e del futuro

 

Ma quali sono le applicazioni più interessanti delle nanotecnologie?

Image by © moodboard/CorbisLe applicazioni sono pressoché infinite ma tra i settori più interessanti c’è sicuramente quello dell’energia. Penso, per esempio, all’invenzione delle vernici in grado di assorbire la luce e di trasformarla in energia: il solare così potrebbe dare un contributo ulteriore alla sostenibilità ambientale.

C’è poi il settore della medicina dove le nanotecnologie potrebbero fare la differenza consentendo di usare i farmaci in modo più efficace e mirato rispetto a quello che accade oggi: i principi attivi dei farmaci non sempre riescono a essere veicolati sulle cellule malate e si disperdono nell’organismo provocando fastidiosi effetti collaterali indesiderati. Si sta anche parlando di mini-geni che possiamo trasferire, di sensori in grado di intercettare lo sviluppo iniziale di una serie di malattie, di terapie innovative e intelligenti. Ci aspettiamo molto.

Da non dimenticare poi le applicazioni utili nel quotidiano. Un esempio, la conservazione dei cibi grazie a packaging intelligenti: quelle pellicole particolari che, oltre ad avvolgere e proteggere i prodotti alimentari, ci segnalano con un cambio di colore se l’alimento comincia a essere contaminato da batteri o, per quanto riguarda i surgelati, se in una qualsiasi fase della catena del freddo i cibi hanno subito delle variazioni di temperatura.

C’è il campo del restauro dei monumenti e delle opere d’arte, dove i nanomateriali, composti di particelle inferiori al decimo di micron, consentono lavori di fino anche in caso di situazioni molto compromesse; pensiamo alla torre di Pisa dove questi nanomateriali hanno riempito i pori nel marmo aumentandone la coesione e limitando la circolazione di liquidi al suo interno, svolgendo in certi casi anche una funzione protettiva nei confronti degli agenti atmosferici.

Infine il settore della bellezza dove i nanomateriali hanno consentito di formulare cosmetici efficaci e trucchi più luminosi. Sono solo degli esempi per dimostrare che le nanotecnologie sono trasversali a tutti i settori. Per questo continueremo a fare ricerca e a dare visibilità ai risultati raggiunti dai nostri scienziati. Il futuro va in questa direzione.

Image by © Tomas Rodriguez/Corbis

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