Wise Society : Caterina Torcia: chi è e cosa fa il CSR manager
WISE INCONTRI Vedi tutti >>

Caterina Torcia: chi è e cosa fa il CSR manager

Rendicontazione socio-ambientale e valutazione dell'impatto sugli stakeholder, mentalità aperta e grande sensibilità rispetto ai temi portanti della società civile. Ecco i principali compiti e requisiti di questi nuovi professionisti, secondo la presidente di CSR Network. La prima associazione che riunisce gli specialisti in responsabilità sociale aziendale, sempre più richiesti soprattutto nelle grandi imprese

Vincenzo Petraglia
20 agosto 2013

Caterina Torcia, CSR Manager NetworkL’associazione nazionale CSR Manager Network (www.csrmanagernetwork.it) riunisce i professionisti che presso ogni tipo di organizzazione (imprese, fondazioni, società professionali, Pubblica amministrazione, enti non profit) si dedicano alla gestione delle problematiche socio-ambientali e di sostenibilità, connesse alle attività aziendali. La mission, spiega Caterina Torcia, Public e Social Affairs manager di Vodafone Italia e presidente dell’associazione, è promuovere tali professionalità e accrescere il senso di responsabilità delle imprese per contribuire a una loro maggiore competitività e al tempo stesso a uno sviluppo sostenibile del Paese.

 

Innanzitutto chi è il CSR manager?

È in qualche modo il motore di cose che altrimenti non ci sarebbero in azienda: un po’ la voce della coscienza che, se da una parte deve guardare al business perchè il profitto rimane l’obiettivo finale dell’impresa, dall’altra deve saper capire quali sono gli stakeholder che ruotano intorno all’impresa e quali sono le loro esigenze. Una professione molto ampia e in divenire che si sta diffondendo sempre di più soprattutto nelle grandi aziende, in particolare quelle quotate in Borsa. Fino a qualche tempo fa questi manager venivano dall’interno della stessa impresa, magari dal settore della comunicazione, oggi invece sono diventati dei professionisti con specifiche competenze tecniche. E questo anche perché gli interventi delle aziende in termini di sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa non sono ormai più solo “di facciata”, come avveniva più spesso in passato, ma attività integrate nelle strategie globali dell’impresa.

Teamwork, Image by © Gerhard Steiner/CORBIS

 

Che competenze ha questa figura professionale?

Il CSR manager individua quali sono le priorità e fa in modo che l’impresa si dia degli obiettivi e li condivida con tutte le funzioni aziendali. Condividere le responsabilità è l’elemento centrale e più importante di questo lavoro che prevede poi anche attività di rendicontazione socio-ambientale e valutazione dell’impatto sugli stakeholder. Personalmente, per esempio, venendo dalle telecomunicazioni, un settore che non ha un impatto ambientale forte come quello energetico o dei trasporti, siamo più attenti al cosiddetto digital delight. Che vuole dire utilizzo responsabile della tecnologia e pari accesso per tutti agli strumenti tecnologici. Per un’azienda come Barilla, invece, le priorità riguardano la filiera e la qualità della materia prima, oppure per Gucci la catena di fornitura, visto che i tessuti vengono sia dall’Italia che da altri Paesi nel mondo. Di base il CSR manager deve avere un mix di competenze, una mentalità molto aperta e una grande sensibilità rispetto ai temi più importanti della società civile. Perché la sfida è portare in azienda le questioni della società civile e fuori quelle aziendali. Facendo in modo che queste due realtà interagiscano fra loro.

 

Business Meeting, Image by © Image Source/CorbisCon quale risultato?

Che l’azienda viene indotta a lavorare non nell’ottica dell’immediato ma in quella del lungo periodo. Non si può pensare, infatti, di misurare i benefici degli investimenti in CSR nel breve termine. E il nostro compito è proprio quello di far sì che questa visione più ampia diventi parte integrante dell’azienda. Qualcuno ci accusa di essere un po’ troppo sognatori ma non è così perché, senza mai perdere di vista il business, rimaniamo fedeli agli obiettivi strategici, senza però dimenticare l’attenzione all’impatto che questi hanno.

 

Come si diventa manager della responsabilità sociale d’impresa? È previsto un preciso percorso formativo?

Non esiste un corso di laurea specifico ma ormai tutte le facoltà di Economia, Scienze Politiche, e anche Scienze della Comunicazione, hanno insegnamenti in questo ambito e sempre più studenti chiedono di laurearsi con tesi incentrate proprio sulla responsabilità sociale.

 

Che prospettive offre questo profilo professionale in termini di occupazione?

Ormai il nostro sta diventando un mestiere vero e proprio e sempre più aziende contempleranno l’inserimento di profili tecnici specializzati nella responsabilità sociale d’impresa, per cui le occasioni di trovare occupazione in questo ambito non mancano.

 

Businessman using cell phone and laptop on cafe patio, Image by © Juice Images/CorbisQuanti sono oggi in Italia i CSR manager?

Non abbiamo un dato preciso e, infatti, uno dei progetti a cui stiamo lavorando prevede proprio una sorta di censimento di queste risorse del nostro Paese: quanti siamo, che inquadramento abbiamo, quanto guadagniamo e così via. Al nostro network hanno aderito finora un centinaio di professionisti, ma sicuramente ce ne sono molti altri con cui ancora non siamo venuti in contatto. Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di favorire l’incontro e lo scambio fra questi professionisti, in altre parole “fare rete”. A tal proposito durante l’anno abbiamo degli appuntamenti fissi  (ai qual invitiamo spesso anche ospiti esterni che portano la loro testimonianza) in cui ci riuniamo a porte aperte o chiuse, e individuiamo dei temi su cui confrontarci, come le certificazioni, la diversità, le riorganizzazioni aziendali fatte in modo responsabile e così via. Altro ambito molto importante della nostra attività è la ricerca per indagare i temi di maggiore attualità in ambito CSR.

 

Quali sono i temi più attuali e a cui le imprese prestano attenzione?

Sicuramente la sostenibilità ambientale, dettata da una parte dagli incentivi alla green economy e dall’altra dalla maggiore sensibilità anche da parte dei cittadini nei confronti delle emissioni di CO2. Anche la rendicontazione, e quindi la valutazione dell’impatto sugli stakeholder, è sempre più oggetto d’attenzione. Non a caso abbiamo appena firmato un protocollo d’intesa con l’Istat per individuare degli indicatori di corporate social responsibility in una realtà aziendale che sempre più contempla, e sempre più contemplerà in futuro, bilanci economici integrati da bilanci sociali e ambientali. Anche perché soprattutto le società quotate in Borsa hanno sempre più obblighi e richieste da parte degli analisti in termini di sostenibilità.

 

Workers in food processing facility, Image by © Chris Sattlberger/cultura/CorbisL’Italia come si colloca rispetto al resto d’Europa?

Le nazioni più avanzate su questi temi sono sicuramente quelle di matrice anglosassone, quindi in primis Inghilterra e Stati Uniti, per loro cultura e tipologia di imprese. L’Italia è abbastanza all’avanguardia per quanto riguarda temi quali la tutela dei dipendenti, la sicurezza sul lavoro e l’impatto ambientale, mentre lo è un po’ meno sulla rendicontazione, anche se negli ultimi anni sta colmando questo gap.

 

Il periodo di crisi economica che viviamo quanto influisce sulla maggiore attenzione alla responsabilità sociale d’impresa?

La crisi ha aiutato e sta aiutando a cambiare prospettiva rispetto alle cose, a guardarle con uno sguardo più ampio che è poi quello con cui lavorano i CSR manager. Se c’è un vantaggio nei periodi di difficoltà come questo è proprio quello di fermarsi di più a pensare e ragionare: indubbiamente ciò aiuta a porsi nuovi obiettivi ed orizzonti.

 

Perché a un’azienda conviene investire in responsabilità sociale d’impresa e sostenibilità?

Perché è un investimento. È un modo per ampliare i propri orizzonti e allo stesso tempo per consolidare i propri risultati, anche finanziari, in un’ottica di medio-lungo periodo. Oggi ogni azienda deve considerarsi parte integrante del sistema sociale, fatto di imprese appunto, istituzioni, persone e associazioni, facce di una stessa medaglia che devono interagire e collaborare fra loro. E poi la responsabilità sociale è uno straordinario modo per motivare le proprie risorse aziendali, perché crea identificazione delle persone. Un fatto molto importante per i dipendenti, soprattutto oggi che c’è scarsità nei loro confronti di altre forme di gratificazione.

Multi Racial Group of Business People  Portrait, Image by © moodboard/Corbis

© Riproduzione riservata
Continua a leggere questa intervista:
Link Sponsorizzati
COMMENTA NELLA COMMUNITY

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 6934 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 7027 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 6175 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 6843 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 1846 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 1816 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 6262 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 7034 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 6550 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 13242 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 1016 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 1543
CORRELATI IN WISE
 
DALLA COMMUNITY