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Carlo Galli: la politica deve fare la differenza

Il professore modenese, storico delle dottrine politiche ci ricorda che uno Stato moderno dovrebbe garantirci sicurezza e ordine senza negare la casualità e la diversità. E che il futuro della nostra civiltà dipende dalla capacità di non farci spaventare dall'altro, il diverso o lo straniero, e di eliminare le disuguaglianze. Senza sacrificare le differenze

Monica Onore
12 aprile 2011

Carlo Galli, docentePer Carlo Galli, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, direttore della rivista Filosofia politica ed editorialista del quotidiano La Repubblica, la politica moderna ci ha dato uguale dignità che significa: nessun potere può sfruttare le persone per scopi e fini utilitaristici.
Ma le ingiustizie continuano ad esistere e tutti noi dipendiamo dal caso, anche se viviamo in una società che il “caso” tenta di eliminarlo e per questo anche i valori della cultura occidentale sono a rischio.

Lo stato moderno deve garantire sicurezza, quindi deve controllare il caso?

Lo stato moderno nasce per sedare e neutralizzare le guerre di religione, e per assicurare l’ordine. È un combinato di scienza e tecnica per garantire sicurezza. Il caso, per il pensiero moderno è disordine, caos, non ci si può trovare nulla di positivo. Ma il caso continua a circolare dentro l’ordine costruito dall’uomo. Se gli antichi hanno teorizzato la necessità del caso, noi oggi ci troviamo a fronteggiare la casualità della presunta necessità. Lo Stato è un sistema di ordine necessario che invece si rivela esso stesso casuale.

Justice, Image by Images.com/CorbisQuindi come separare il caso dalla necessità?

La politica non è una scienza e la complessità della vita sociale non è riconducibile a zero, come noi vorremmo.
Molta di questa irrazionalità o casualità necessaria si chiama ingiustizia. Per cui senza ricorrere a utopie, un buon modo per ridurre l’assurdità di questo mondo è di andare a individuare l’ingiustizia; ovvero là dove qualcuno per i propri interessi danneggia qualcun altro.

Come fare ordine rispettando le diversità?

Nella nostra società tentiamo di rimettere ordine, azzerando la diversità. La legge nega la rilevanza del problema, nega che esista la compresenza di problematicità. Sembra si debba operare in modo tale che la nostra vita sia il più possibile non casuale, ma lo sforzo è enorme e non porta ai risultati sperati. Facciamo ordine partendo dal caso.
Noi chiediamo allo Stato, alla politica, una garanzia per tutto. Il cosidetto ordine. Poi, però, non ci riconosciamo nello Stato perché sembra una macchina che procede indipendentemente. Una macchina all’interno di macchine più potenti che si presentano in modo casuale. Come ad esempio la globalizzazione e le sue peculiarità in cui coesistono scale differenti.
È un mondo instabile, attraversato da conflitti. In questo contesto la politica si struttura secondo molteplici contrapposizioni ed esclusioni: la differenza fra amico e nemico, fra Occidente e Islam, fra civiltà e terrorismo, fra cittadino e migrante, fra ricchi e poveri, fra istruiti e ignoranti, fra bianchi, neri e colorati.

Diversity, album di art around/flickrSi può porre rimedio a questo circolo vizioso?

Lo scatto dovrebbe nascere da noi, da qualcuno di noi che interrompe il circolo perverso: più casualità, più paura, più casualità discriminante. Un circolo vizioso mortale che sta distruggendo perfino la cultura, la civiltà, l’insieme dei valori dell’Europa. Il paradosso è che la politica invece che produrre liberazione dalla cattiva casualità, continua a rafforzarla.

Perchè è sempre più difficile parlare di uguaglianza?

È un rischio potentissimo quello che stiamo correndo. Il rischio di edificare la nostra civiltà non sull’uguaglianza, come nel passato, ma su una cattiva differenza. Sulla differenza tra le cosidette culture, che si costruiscono nel tentativo di stabilizzare la casualità in modo gerarchico. Invece, la casualità ha dentro di sé un’infinita ricchezza che non coincide con le culture, ma con le persone e la loro interna complessità. Questa infinita ricchezza non può essere ingabbiata all’interno di politiche identitarie, per di più discriminatorie. Questa è una sfida a  cui tutti noi siamo invitati ad opporci. Chi ha la responsabilità di pensare, raccontare, narrare la politica ce l’ha anche più degli altri. Non si può e non si deve tacere. Non bisogna accettare come naturale la costruzione, assolutamente artificiale e strumentale, delle differenze identitarie che vengono spacciate per differenze culturali.

The cloneds, Image by Stanislas Merlin/cultura/Corbis

Il razzismo nasce da questo porre differenze?

La proclamata differenza identitaria può essere una chiusura. Individuo qualcuno, un esterno-estraneo, come il responsabile di tutto ciò che è imprevisto, e lo caccio via.  Mi chiudo nel mio guscio, perché credo che almeno lì non capiteranno cose brutte. Non voglio vedere facce strane e nuove. Non voglio vedere stranieri, altri, diversi….

Si possono limitare gli imprevisti?

La casualità della nostra vita quotidiana è il dato di fondo della nostra esistenza. Ma nel momento in cui noi viviamo in un’epoca in cui l’impulso più potente è quello di razionalizzare tutto, ci troviamo in un mondo che è esponenzialmente irrazionale. Il cittadino medio non ha alcun potere nei confronti di tutto quello che gli succede. Si può dire, praticamente, che gli succede tutto come per caso. Come se fosse ancora esposto alle intemperie, come l’uomo delle caverne.

E una volta riconosciuta la presenza della casualità, cosa bisogna fare?

La risposta è molto complessa. Bisogna eliminare la cattiva casualità, ovvero le ingiustizie, e liberare la buona casualità, ovvero la libertà di fiorire di ciascuno uomo e di ciascuna donna a prescindere dalla sua, peraltro inesistente, cultura. Dentro di noi c’è una complessità che ha anche connotati “mostruosi”, e per questo spesso si pensa di non poter fare molto. Nel senso che, come scriveva Kant, “il legno umano è storto”. Diciamo che ci sono circostanze in cui il nostro “mostro interno” emerge con maggiore frequenza, e altri in cui il se ne resta acquattato e dorme perché non è continuamente molestato.
Se noi pretendiamo la sicurezza assoluta, non ci basta la politica. Dobbiamo invocare la galera, e si sa che anche lì non si può garantire una totale sicurezza. Abbiamo, insomma, ancora molta strada da fare, ma c’è una via relativamente semplice: cominciare ad eliminare un po’ di ingiustizie.

Le jump des People, album di Elvire.R/flickr

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