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Carlo Adolfo Porro: il dottor Placebo

Il professore di fisiologia dell'Università di Modena e Reggio Emilia ci racconta come il placebo possa arrivare a ridurre la percezione del dolore dal 30 al 50 percento. Ma la sua efficacia non è la stessa, a seconda dei diversi soggetti e delle diverse patologie

di Francesca Tozzi
23 settembre 2010

Carlo Adolfo Porro, dottoreSi sa che corpo e psiche sono strettamente legati e che la suggestione può giocare degli scherzi. Una pasticca di zucchero, insomma, presentata come fosse un analgesico può arrivare ad alleviare un mal di testa: è il cosiddetto “effetto placebo”, quando si somministra a un paziente una sostanza inerte o una finta cura ottenendo risultati positivi. Ma quanto è reale questo effetto e quanto è invece psicologico? E, soprattutto, si possono ipotizzare delle cure a base di placebo dato che molti studi ne hanno dimostrato l’efficacia? La materia è delicata per cui abbiamo chiesto lumi a un neurofisiologo che ha molta esperienza in questo campo: Carlo Adolfo Porro, ordinario di Fisiologia presso il dipartimento Scienze Biomediche dell’università di Modena e Reggio Emilia, da tempo ricerca e studia i meccanismi del placebo coinvolti nella modulazione del dolore. Il suo ambito operativo è quello della ricerca di base.


Professore, quali sono le differenze nei modi e nei tempi della sperimentazione rispetto all’ambito clinico?


In laboratorio si ha molta più flessibilità operativa e si possono fare più prove dato che lavoriamo con soggetti sani e normali che si offrono volontariamente di partecipare alle sperimentazioni. La maggior parte delle ultime acquisizioni sugli effetti analgesici del placebo le abbiamo ottenute così. Possiamo inoltre andare a selezionare un gruppo omogeneo per età e caratteristiche e verificare come i volontari, sottoposti a uno stimolo doloroso, reagiscano o meno al placebo.

Pretty Pills, album di DraconianRain/flickr

Sappiamo qualcosa di nuovo sull’effetto placebo?


Gli studi effettuati negli ultimi dieci anni hanno confermato quello che suggerivano i primi, ovvero che il placebo può arrivare a ridurre la percezione del dolore dal 30 al 50 percento ma che non è efficace allo stesso modo, a seconda dei diversi soggetti e delle diverse patologie. Le novità riguardano invece l’individuazione dei sistemi sinaptici, ovvero dei neurotrasmettitori, attraverso i quali il placebo esplica il suo effetto. È stato dimostrato che agisce soprattutto attraverso l’attivazione del sistema oppioide endogeno, lo stesso che viene attivato nel cervello quando si è sottoposti a una situazione di pericolo, o di stress, o quando si fa attività fisica, il che spiega il senso di benessere dopo l’allenamento.


Addiction, album di Okko Pyykkö/flickrMa come fate a vedere come funziona l’effetto placebo?


Innanzitutto attraverso le ricerche di “functional neuro imaging”, che consentono non solo di studiare la morfologia del cervello ma anche di capirne il funzionamento. Le immagini così prodotte ci hanno consentito di identificare le aree cerebrali coinvolte nella modulazione del dolore, in primo luogo quelle della corteccia prefrontale. Si tratta della parte più sviluppata del cervello umano, coinvolta tanto nei processi cognitivi quanto in quelli di controllo, in questo caso del dolore. Quando ci si aspetta di essere sottoposti a un trattamento analgesico, queste aree si attivano.


Quindi non si tratta di un effetto dovuto solo alla suggestione?


Ci siamo chiesti a lungo se chi dice di sentire meno dolore dopo l’assunzione di un placebo crede di sentire meno dolore o ne sta sentendo davvero meno. In altre parole, l’effetto è psicologico o anche fisiologico? Dipende dal modo di agire del suo cervello. Uno stimolo doloroso attiva il sistema dolorifico, un complesso sistema che coinvolge più aree del cervello. Somministrando il placebo a un gruppo di soggetti normali sottoposti a uno stimolo doloroso, abbiamo visto che il sistema dolorifico si attiva di meno ovvero queste persone mettono in atto dei meccanismi fisiologici che riducono la risposta cerebrale correlata al dolore. L’effetto placebo è quindi anche fisiologico, ed è dimostrato dalla stessa attività cerebrale.


Questo a livello di laboratorio, ma a livello clinico invece?


La sperimentazione in ambito clinico è più complessa ma non mancano i risultati. Alcuni studi di brain imaging pubblicati negli Stati Uniti fra il 2007 e il 2008, per esempio, hanno dimostrato l’efficacia del placebo in un gruppo di pazienti che soffriva di dolori addominali legati a patologie intestinali croniche: in questi pazienti, infatti, il placebo ha ridotto l’attività delle aree cerebrali che rispondono agli stimoli dolorosi in modo coerente con la riduzione di dolore da loro riportata.


MedicaNation, Buddy icon Jacqui Brown/flickrIl placebo ha la stessa efficacia con disturbi diversi?


No. Agisce diversamente sulla base del tipo di disturbo ma anche del soggetto e della situazione. Diciamo che l’ambito dove per il momento si è dimostrato più efficace è quello dei disturbi depressivi. La comparazione dei singoli studi sull’argomento attraverso meta-analisi, che hanno consentito di confrontare la risposta di moltissimi pazienti e quindi di ottenere dati più significativi, ha dimostrato che se si escludono i casi più gravi, nel trattamento della depressione il placebo ha un effetto statisticamente non diverso dagli antidepressivi di ultima generazione. Questo non significa, ovviamente, che sia possibile tout court sostituirli.


Si può pensare di curare i disturbi psicosomatici, come il colon irritabile, attraverso la somministrazione di placebo?


Così come nel caso della cura della depressione, non è pensabile di sostituire i farmaci con il placebo anche perché, parlando di un colon con problemi, bisogna essere sicuri di quanta parte del problema sia organica e quanto sia funzionale o psicologica. La componente psicologica rimane però fondamentale e i medici non dovrebbero mai trascurarla. Quando ci si rivolge a un medico cui si è legati da un rapporto di fiducia, c’è sempre una forte componente di aspettativa, componente che prevale nell’effetto placebo ma che è presente, alla fine, in ogni terapia. Per questo il rapporto umano è così importante nell’efficacia di una cura.

 

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