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«Odio e bufale on line: serve un’educazione civica digitale»

Nel suo libro "Far Web", Matteo Grandi, giornalista e attento osservatore delle dinamiche della rete indaga il lato oscuro del web e dei social network

Maria Enza Giannetto/Nabu
15 novembre 2017

Insulti, discriminazioni, misoginia, istigazione alla violenza, omofobia. La Rete e i social media in particolare sono ormai un luogo in cui scaricare rabbia e frustrazioni senza sensi di colpa, dove attaccare ferocemente chiunque, personaggi pubblici o semplici sconosciuti, con l’idea che Internet sia un luogo dove tutto rimane impunito. Un Far Web, insomma, come lo definisce Matteo Grandi che nel suo libro FAR WEB. Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social indaga, con esempi reali, il lato oscuro dei social. Matteo Grandi, perugino, classe 1974, giornalista professionista e autore televisivo (Il Labirinto, Carpool Karaoke) – oltre a scrivere libri e sceneggiature per videoclip musicali, dirigere un magazine e curare un laboratorio su social media e scrittura digitale all’Università degli Studi di Perugia – è molto attivo sui social network ed è, da sempre, un attento osservatore delle dinamiche della rete.

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Non solo bufale on line: nel suo nuovo libro Matteo Grandi parla del lato oscuro dei soial, di odio, bullismo e fake news

Matteo, perché un libro che parla di odio sui social?
L’odio è un sentimento umano e assolutamente legittimo. Il mio libro non vuole essere un’azione buonista o un atto di accusa nei confronti dell’odio che è qualcosa di naturale e va accettato in quanto tale. La questione è, semmai, capire su quali basi si decide di odiare, cioè quando l’odio è solo figlio di discriminazioni sessiste, omofobe, razziste e si nutre di fake news e bufale on line. È evidente che l’odio non nasce online ma il web è uno strumento che per sua stessa architettura amplifica il messaggio di odio e ciò fa sì che insulti e bufale possano diventare virali fino a parlare di odio social e di hate speech.

Nel suo libro lei ha scelto di riportare casi reali, come ad esempio, la telefonata di Selvaggia Lucarelli a Marta,  una sua hater. Che identikit viene fuori?
Credo che quella telefonata possa davvero essere considerata un mini trattato di sociologia perché permette di capire come anche gli utenti giovani siano totalmente digiuni rispetto alla grammatica della rete e non si rendano conto di quali siano le conseguenze di ciò che scrivono in rete. È come se pensassero di agire in una realtà parallela o in un contesto totalmente scollegato dal reale. Se si capisse che virtuale e reale coincidono, avremmo un livello di consapevolezza che potrebbe migliorare le relazioni online.

Internet è davvero una zona franca?
No, ma appare come tale. Molti, troppi utenti, hanno la falsa percezione di vivere in un contesto senza regole ma le norme esistono anche se, purtroppo, non vengono applicate spesso anche per disservizio delle piattaforme che non rimuovono i post incriminati. Inoltre, molti dei reati che si configurano online, possono essere perseguiti solo per querela di parte e difficilmente le persone vogliono imbarcarsi in battaglie legali lunghe decenni. Insomma, la rete è un far web dove le leggi ci sono ma manca lo sceriffo che le faccia applicare.

Secondo lei bisognerebbe creare una legislazione ad hoc?
No, credo che bastino le leggi vigenti, ma dovrebbero essere condivise a livello internazionale.  Dal punto di vista giuridico è tutto molto complesso per via di competenze diverse e quindi si dovrebbero armonizzare le leggi dei vari paesi. Quando digitiamo WWW entriamo nel World wide web in un contesto globale in cui non è possibile che ognuno cerchi poi di immaginare il proprio perimetro di azione. Bisogna andare incontro a una giustizia globale e per questo, credo, che le piattaforme siano gli attori che hanno maggiore possibilità di azione.

Lei parla anche di una mancanza diffusa di alfabetizzazione digitale. Cosa intende?
È necessario costruire un’educazione civica digitale. Così come abbiamo avuto una formazione sulle buone maniere e le regole sociali nella cosiddetta vita reale dovremmo averla anche rispetto al comportamento in rete soprattutto per comprendere che il senso di alienazione che si prova davanti alla tastiera  non implica la possibilità di dire qualunque cosa impunemente. La didattica del web dovrebbe essere impostata, in primo luogo, sulla comprensione dei rischi: a partire dai genitori che mettono le foto dei figli minorenni in rete senza rendersi conto dei possibili rischi per arrivare agli adulti che hanno un uso della rete troppo disinvolto. Bisogna insegnare che tutto può rivoltarsi contro come un pauroso boomerang.

Allora, l’odio in rete è un problema sociale o social?
Se oggi assistiamo a queste colate di odio che poi vedono nel web la loro valvola di sfogo è perché a monte esiste un problema sociale. Da una parte viviamo un momento storico, politico, economico con troppe ineguaglianze, dall’altro i social mettono tutti sullo stesso piano e così chi fa fatica ad arrivare al 15 del mese si trova a vedere i post di uno che ostenta la sua piscina sull’attico. E poi, la rete, per via della sua struttura contribuisce a rendere i problemi sociali più visibili, grazie ad alcune caratteristiche come l’amplificazione e la permanenza. E infine c’è una caratteristica importante, la socializzazione, ovvero quel meccanismo spiegato perfettamente dal sociologo coreano Byung-Chul Han che parla di come lo sciame digitale all’improvviso si formi con utenti che, lontani migliaia di chilometri, mossi da un movente comune decidono di lasciarsi andare a colate d’odio indirizzate verso qualcuno e alimentando vere e proprie gogne mediatiche, le cosiddette shit storms,  poi d’improvviso si disunisca senza una reale coscienza di sé e immemore del male che ha seminato.

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Immagine: iStock

Qual è, secondo lei, il social network in cui l’odio trova terreno più fertile?
Twitter è più un terreno per cani sciolti dove prevale l’insulto che è agevolato anche dalla brevità dei post; su Facebook l’asticella si alza un po’ perché con la possibilità di creare gruppi chiusi, condivisioni e pagine, l’odio si può alimentare a dismisura e può anche organizzarsi meglio; Instagram invece è un vero e proprio generatore di invidia dato che è un mezzo di ostentazione.

Lei apre il libro con una citazione di Eco. Secondo lei esistono i webeti?
Sono più convinto che esistano, nella vita, sciocchi e saggi e che gli idioti nella vita reale, se scrivono online, mostrano esattamente quello che sono. Il web è una lente di ingrandimento sulla realtà.

Dalla presidente Laura Boldrini che ha deciso di denunciare i suoi haters ai tweet di politici che incitano all’odio. Come funziona il binomio politica-social network?
Io credo che dalla politica dovrebbero arrivare segnali educativi. Se anche i politici scadono in un linguaggio becero sui social, c’è da pensare che non si tratti solo di scarsa prudenza ma di vera e propria strategia anche perché l’odio, in molti casi, porta consenso. Per quanto riguarda Laura Boldrini, dalla quale sono stato anche coinvolto nel Progetto di educazione civica digitale (#bastabufale), credo stia facendo una battaglia giusta. Quello che mi preme sottolineare nel rapporto social e politica è che bisogna stare molto attenti a non confondere il dissenso con l’odio: il dissenso va tollerato, compreso e può stimolare autocritica, quello che non si può tollerare è l’odio gratuito.

Può darci una ricetta per smascherare le bufale?
La rete, dove le bufale si alimentano senza controllo, è anche uno strumento prezioso perché ci offre tutti gli strumenti per verificare le fonti e le notizie. Capisco che sia triste pensare che l’utente debba diventare una sorta di detective ma purtroppo, e lo dico da giornalista, neanche il giornalismo sta vigilando abbastanza per mantenere il suo ruolo di garante della veridicità delle notizie.

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