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Bisogna occuparsi dei beni comuni per contare di più nella vita del Paese

Teresa Petrangolini, con il movimento "Cittadinanzattiva", si batte da sempre per aumentare la partecipazione civica, esortando i cittadini a difendere i loro diritti

Lia del Fabro
26 giugno 2012

Teresa PetrangoliniTeresa Petrangolini è tra le più note attiviste italiane in materia di diritti dei cittadini. Negli ultimi trent’anni è stata protagonista di tante battaglie portate avanti nel campo della sanità, della giustizia e in genere dei diritti del consumatore, insieme alla onlus Cittadinanzattiva, di cui è stata a lungo, fino a poco tempo fa, Segretario generale.

Attivissima in Italia e in Europa, è una convinta sostenitrice del fatto che il cittadino in prima persona debba far valere i propri diritti. Il suo movimento, che rappresenta proprio i cittadini interessati alla tutela dei beni comuni, è nato nel 1978 e oggi è organizzato in 270 assemblee territoriali che devono avere un minimo di  cinquanta aderenti ciascuna.

Questo perchè, spiega Petrangolini in questa intervista, garantisce una partecipazione al di là di ambizioni personali o di leaderismo: l’idea di base è infatti quella di portare avanti l’attività in modo collettivo, attraverso gruppi di persone attive sul territorio che condividono i temi del nostro movimento.

Tutela dei diritti pubblici e strumenti per agire

Quali sono gli obiettivi della onlus?

Logo cittadinanzattivaLa nostra onlus ha due convinzioni ben radicate che sono quelle di partire dal territorio e di attivare i cittadini. Due anime strettamente legate tra loro: l’affermazione e la tutela dei diritti pubblici, come quelli legati alla salute, alla giustizia, alla scuola, ai diritti dei consumatori e in genere a tutti quei macro-servizi di pubblica utilità dove spesso è necessario difendere le ragioni dei cittadini.

Il secondo aspetto riguarda il significato che diamo alla partecipazione civica, perché è il cittadino che deve essere padrone della propria vita affinché in prima persona possa difendere i propri diritti in forma attiva. Questo si traduce, da parte nostra, nell’ambizione di fornire gli strumenti per creare l’”ambiente civico”, una dimensione della vita pubblica dove è la persona a diventare soggetto consapevole dei propri diritti, sino a usare questa consapevolezza per interagire alla pari con le classi dirigenti.

Per fare un esempio, il nostro Osservatorio, che dà informazioni su prezzi e tariffe dei servizi pubblici locali, consente alle persone di presentarsi con più forza, a livello territoriale, alle trattative con le istituzioni locali e gli stessi gestori dei servizi.

Che rapporti avete con la politica?

Se non c’è un cittadino forte, la politica sarà sempre nelle mani dei soliti noti. Questa è la nostra idea che, a guardare le vicende attuali, è ormai sempre più diffusa e condivisa. Da qui passa la nostra partecipazione alla vita politica del Paese: occupandoci dei beni comuni, facciamo in modo che emergano le tante persone capaci, che sono molto numerose sul territorio, e in grado di dare un contributo al governo del paese.

Solo così si potrà colmare la netta demarcazione tra società civile e mondo della politica. Non ci interessa promuovere un partito politico, anche perché non lo sapremmo fare. Ciò detto, celebriamo in questi giorni di giugno il nostro IV Congresso Nazionale nel quale con un titolo un po’ provocatorio di “Italia: punto e a capo” vogliamo ribadire la necessità di realizzare una svolta, che metta finalmente il cittadino al centro della scena pubblica.

Le istituzioni italiane non collaborano

Come giudica in generale la partecipazione civica nel nostro paese?

La partecipazione civica è molto carente da parte delle istituzioni dove gli strumenti sono ancora limitati e la mentalità è molto autoreferenziale. Per il mio lavoro mi occupo anche delle questioni a livello di Europa dove la situazione è spesso diversa. Per esempio, in Gran Bretagna non vedo la chiusura delle istituzioni a cui siamo abituati noi, quasi una sorta di gelosia nei confronti del cittadino.

I segnali positivi e le novità, quando ci sono, si incontrano a livello locale, con un attivismo civico molto forte, ad esempio nei Comuni che ormai sanno di dover fare i conti con i cittadini, o in certi settori, come la sanità, dove è ormai impensabile che negli ospedali non siano accolti associazioni e interlocutori per la difesa dei diritti alla salute dei cittadini.

Insomma, a livello locale esiste un’attenzione maggiore alla partecipazione civile, mentre a livello nazionale si fa pochissimo perché non ci sono neppure le modalità adatte per esprimere le proprie istanze, come le forme di consultazione dei cittadini. Eppure, oggi, sono molti coloro che vogliono fare qualcosa in termini di partecipazione. Per questo dico che non esiste l’antipolitica, è una parola che si sono inventati i politici.

Image by © Gary Bates/Ikon Images/Corbis

E che cosa pensa del livello di partecipazione degli italiani?

Credo che sia cresciuto rispetto al passato. In un momento di crisi come l’attuale le reazioni possono essere o di profondo scoramento, e purtroppo di esempi ne abbiamo quotidianamente, oppure di reazione.

E il nostro compito è di intercettare coloro che reagiscono. Anche per i più giovani è falso dire che non si interessino alla cosa pubblica. Piuttosto, non vogliono saperne di questo tipo di politica, quella che tutti conosciamo. Perché il “capitale sociale” – come lo definiscono i sociologi – esiste eccome. A modo loro i giovani, attraverso la musica, i circoli, con i social network, con le nuove forme di comunicazione, sono attivi e partecipano in forma più libera, meno vincolante, più mobile rispetto alle modalità tradizionali. Basta guardare con quanta facilità i ragazzi migrano da un’associazione all’altra, secondo le esigenze e degli interessi del momento.

Più regole, più ascolto e più trasparenza

Che cosa fare per promuovere il sentimento di condivisione della cosa pubblica?

Image by © Images.com/CorbisIl ruolo delle istituzioni dovrebbe essere importante. Ma non esiste un rapporto di fiducia delle istituzioni nei confronti dei cittadini, e viceversa. Questo pesa negativamente nel dialogo tra la parte pubblica e le persone. Bisognerebbe cominciare ad aprire le porte e praticare, come regole di base, la trasparenza e la consultazione dei cittadini.

Dovrebbe affermarsi la pratica del “rendere conto” da parte di chi gestisce il bene comune: come ho usato i soldi, perché ho fatto questa scelta e non quest’altra. Insomma promuovere i tanti modi che esistono per realizzare forme di governance. Se esiste l’idea, come in questo momento, che è necessario prelevare ai cittadini più denaro, questo dovrebbe essere fatto non facendo piovere i provvedimenti dall’alto, ma promuovendo consultazioni a partire dalle associazioni che esistono numerose.

L’ascolto, la contaminazione… queste dovrebbero essere le nuove parole per gestire la politica. Basterebbe ricongiungere i pezzi in modo trasversale, ad esempio mettendo al posto giusto le tante persone competenti che esistono e che incontro ogni giorno sul territorio. Ce ne sono molte che hanno le caratteristiche ideali e il nostro obiettivo è valorizzarle, spingerle alla partecipazione. Penso che le energie positive esistano, e che certi cambiamenti in corso possano far emergere il meglio del Paese.

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