Wise Society : Bernard Ollivier: «Camminare è un toccasana per l’anima»
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Bernard Ollivier: «Camminare è un toccasana per l’anima»

L'ex giornalista ha camminato per cinque anni e poi ha fondato Seuil, associazione che usa il trekking per rieducare i giovani

Mariella Caruso
19 marzo 2015

Image by © Peter Bohler/CorbisCamminare è terapeutico. Bernard Ollivier l’ha scoperto da sé, quando ha cominciato a mettere un piede davanti all’altro e ha cominciato a camminare macinando quindicimila chilometri in cinque anni. Prima è andato da Parigi a Santiago de Compostela e poi da Istanbul a Xi’an in Cina, lungo la Via della seta. La lunga camminata di Ollivier, oggi settantasettenne, è cominciata quando nella mente dell’ex giornalista, insieme alle “gioie” della pensione, aveva trovato il suo habitat il tarlo della depressione. «Mia moglie era morta da poco e io, senza il lavoro, cominciai a sentirmi inutile arrivando a tentare il suicidio prima di cominciare la mia lunga marcia», racconta Ollivier che quella marcia l’ha raccontata nel libro “Una strada per ricominciare”, appena ripubblicato da Terre di Mezzo col titolo “La vita comincia a 60 anni” (Terre di mezzo editore, 12 euro). Abbiamo incontrato Bernard Ollivier che, nel frattempo, ha fondato l’associazione Seuil che usa il trekking come strumento educativo per i minori che hanno già avuto a che fare con la giustizia. «Se ha funzionato con me, perché non dovrebbe funzionare con altri», si è chiesto Bernard Ollivier che wisesociety.it ha incontrato alla dodicesima edizione di “Fa’ la cosa giusta”.

In che modo l’atto del camminare ha funzionato su di lei?

«Camminare per tutto quel tempo mi ha permesso di ricostruirmi in un momento molto drammatico della mia vita. Il cammino ha avuto il merito di rimettere in funzione il mio corpo e riattivare meccanismi dimenticati. Questo, probabilmente, capiterebbe a chiunque decidesse di farlo perché la nostra, di fatto, è una società “seduta”».

Si è reso subito conto di ciò che le stava accadendo?

«No, sono trascorse tre settimane prima che capissi come quel cammino mi stava trasformando. È stato il tempo necessario affinché io mi accorgessi della natura, del caldo e del freddo e di tutte le sensazioni che provavo camminando tra i sentieri».

È questo l’ha convinta a sperimentare lo stesso percorso anche su altri?

«Sin da prima di andare in pensione avevo deciso di impegnare parte del mio tempo ad aiutare i giovani. Poi è successo quello che è successo, così dopo aver sperimentato su me stesso le virtù terapeutiche della marcia, ho realizzato che ero sulla buona strada per poter aiutare altre persone con la stessa metodologia”.

È stato difficile convincere le istituzioni, politiche, giudiziarie e carcerarie, della bontà del metodo rieducativo di Seuil?

«Sì, perché le istituzioni hanno le loro certezze e non si mettono spesso in discussione. Quando ho presentato il progetto per la prima volta mi è stato detto che i ragazzi avrebbero approfittato di questa “libertà” per scappare e tornare a fare sciocchezze. Beh, qualcuno è tornato a farle e, conseguentemente, è tornato di nuovo in galera, ma soltanto al ritorno dal viaggio. Mai nessuno, però, è scappato durante il cammino».

Quindi, come ha fatto a dare una chance al progetto Seuil?

«Ho costituito un comitato di esperti che ha sviluppato in teoria quello che io avevo sperimentato in pratica. Questo perché il primo scoglio è stato convincere i giudici e il ministero della giustizia che i giovani potevano essere recuperati anche utilizzando un sistema non repressivo».

Una strada per ricominciareIn pratica in cosa consiste il percorso riabilitativo?

«I ragazzi che entrano nel programma accettano di camminare per 1.800 chilometri insieme con un educatore, e rinunciano all’uso del telefonino e dell’iPod. Magari all’inizio lo fanno perché camminare è sempre meglio di stare in carcere. Poi, giorno dopo giorno, la loro percezione della realtà cambia e cominciano a parlare e a raccontarsi».

In quanti hanno accettato di seguire il programma?

«Ad oggi sono più o meno 150, in molti non sono tornati più a delinquere. Ma, naturalmente, ci sono stati dei casi di recidive».

I ragazzi camminano in gruppo?

«Assolutamente no. Ogni viaggio viene affrontato da un ragazzo e un educatore in un rapporto uno a uno. Se i ragazzi sono due può scattare il meccanismo di riconoscimento in banda, che è assolutamente da evitare. Inoltre è fondamentale per i ragazzi sentirsi amati e solo con un rapporto così esclusivo questo può accadere. E l’esperienza non è positiva solo per i ragazzi, il cui comportamento cambia alla fine del cammino, ma anche per gli educatori che li accompagnano».

Dove vanno a camminare questi ragazzi?

«Un po’ in tutta Europa. Il percorso più adatto, naturalmente, rimane il cammino di Santiago perché i sentieri sono tracciati e basta un budget di 14 euro al giorno per il vitto e alloggio di un adulto. Abbiamo anche provato un percorso da Palermo a Milano, ma è stato molto più difficile perché spesso si è costretti a camminare lungo strade statali».

Cosa accade al ritorno?

«C’è molta emozione che viene condivisa, insieme all’album di foto in cui ognuno annota anche gli incontri più significativi avvenuti durante il cammino, in una festa alla quale partecipa anche il giudice che ha seguito il caso».

Qualche associazione italiana vi hanno chiesto informazioni per poter replicare quest’esperienza?

«In molte l’hanno fatto, ma non c’è ancora un progetto specifico».

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