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«La bellezza ci salverà e ci renderà più green»

Ermete Realacci, figura di spicco nella tutela dell’ambiente, illustra i pregi e i limiti dell’Italia in materia di green economy e di economia circolare

Andrea Ballocchi
30 maggio 2018

La green economy in Italia è un valore su cui 335mila aziende hanno deciso di investire, ottenendo sicuri vantaggi in termini di export e competitività oltre a creare posti di lavoro: il 13,5% degli occupati lavora in un’azienda virata al green. Non solo: la netta maggioranza (69%) delle medie imprese green si impegna nel sostenere lo sviluppo del proprio territorio.
Sono tutti dati che si possono leggere nell’ultimo report della Fondazione Symbola, il cui presidente e fondatore è Ermete Realacci, figura storica e di spicco della tutela dell’ambiente e del territorio italiano.

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Secondo Ermete Realacci la bellezza ci salverà e ci renderà più green, Foto: Pixabay

Sulla green economy cosa c’è da fare ancora in Italia per aumentare la quota di aziende virtuose?
Innanzitutto c’è bisogno che il mondo politico legga l’Italia con occhi rivolti al futuro, cosa che non mi pare avvenga, ancorato com’è a una visione legata a un’economia tradizionale quando invece essa è in forte cambiamento, a livello nazionale e globale.
Oggi non c’è capacità di competere a livello economico se non si investe in campo ambientale. È una verità accertata in molti settori e che in Italia assume valenza trasversale. Il lavoro svolto annualmente dalla Fondazione Symbola dimostra come le imprese che negli ultimi anni hanno promosso investimenti green in senso ampio (fonti rinnovabili, efficienza energetica, circular economy, innovazione di processo e di prodotto) sono quelle che vanno meglio. E sono tante: il 27% del totale, percentuale che passa al 33% nel comparto manufatturiero. Non solo: il 40% dei nuovi posti di lavoro registrati lo scorso anno sono stati creati da queste realtà.
Parlare di green economy significa estendere il discorso a quella parte di edilizia attenta all’ambiente, alla sicurezza anti sismica, al risparmio energetico, ma più in generale a svariati settori che, seppur non supportati da politiche incentivanti, sono divenute più competitive grazie a una maggiore attenzione ambientale.

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“Nel settore della ceramica l’Italia è una protagonista, esportando ogni anno 250 km2 di piastrelle, pari al doppio della superficie di Parigi. Questa primazia è frutto di un insieme di motivi. Un fattore competitivo, in tal senso, è la bellezza”, come sostiene il presidente e fondatore della Fondazione Symbola Ermete Realacci, Image by iStock

Può fare un esempio di questa Italia virtuosa?
Nel settore della ceramica l’Italia è una protagonista, esportando ogni anno 250 km2 di piastrelle, pari al doppio della superficie di Parigi. Questa primazia è frutto di un insieme di motivi. Un fattore competitivo, in tal senso, è la bellezza, un fattore ambientale molto forte perché se si produce maggiore ricchezza, non potendo contare su una ricchezza di materia prima, significa utilizzare quella grande fonte energetica rinnovabile e non inquinante che è l’intelligenza umana. È un fattore competitivo ed è un vantaggio ecologico. A concorrere al successo delle piastrelle italiane hanno concorso consumi energetici dimezzati e consumi idrici azzerati, ridotto lo spessore dei prodotti pur mantenendo elevata la qualità. Sono tutti valori ecologici.

Symbola prossimamente presenterà Storie di Economia circolare. Che ruolo gioca l’italia a proposito?
Anche nella Circular economy siamo protagonisti. I fattori vincenti sono molti, uno tra tutti il design: il comparto dell’arredamento è esemplare a questo proposito. Il Salone del Mobile è la rassegna più importante al mondo nello specifico. Siamo i principali esportatori extra Unione Europea di mobili, e tra i primissimi produttori in assoluto, ma soprattutto siamo i più grandi produttori con legname recuperato e la più grande industria di pannelli truciolati – tra l’altro, senza formaldeide – ha sede proprio nel Belpaese, in Lombardia.
Quindi, possiamo vantare un punto di partenza più avanzato rispetto ad altri Paesi. In termini di recupero di materie prime l’Italia ha un posto di assoluto risalto nei confronti degli altri Stati dell’Unione Europea, con importanti riflessi ambientali: il risparmio di energia primaria (oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno) e la riduzione di emissioni (58 milioni di tonnellate di CO2 in meno). Anche in questo caso, buona parte di questi risultati sono frutto dei “cromosomi” del nostro Paese, povero di materie prime. Ma deve divenire una tradizione da rinnovare.

E il limite dell’Italia?
A volte è giunta prima dal punto di vista dell’innovazione e poi ha perso nella produzione. Il caso più eclatante è quello della Olivetti per i personal computer. Oggi vantiamo una leadership mondiale nella chimica verde, nelle bioplastiche, l’abbiamo rafforzata con alcune scelte quale quella sui sacchetti biodegradabili, ma se l’Eni non capisce che è in tale direzione che deve dare un contributo al Paese corriamo il rischio di essere surclassati dalla Germania e da altre nazioni che si stanno affacciando, ma che nel momento in cui entreranno in campo, grazie alla maggiore capacità spesso di fare sistema, faranno dimenticare la nostra primogenitura. Per evitare questo scenario occorrono politiche efficaci, ma anche informazione e cultura.

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Bellezza: uno studio della Fondazione Symbola dimostra come le imprese che negli ultimi anni hanno promosso investimenti green in senso ampio sono quelle che vanno meglio. , image by iStock

La trasformazione digitale quanto può contribuire all’eco sostenibilità?
Può aiutare moltissimo. È interessante notare nel rapporto Greenitaly, condotto da Fondazione Symbola con Unioncamere, come il 33% di industrie manifatturiere che hanno investito nella green economy abbiano sfruttato il Piano Industria 4.0 molto più delle altre. Certo, non tutta l’innovazione è di per sé positiva, anche se nel complesso è un formidabile acceleratore dal punto di vista dell’ottimizzazione delle risorse. C’è pure una visione che delinea l’economia del futuro molto innovativa, ma tesa a togliere posti di lavoro.
A mio avviso, l’economia del futuro non sarà unicamente costituita e creata dai robot, ma saprà essere molto differenziata in cui occorrerà dare dignità a tutti i lavori e lavoratori e in cui l’Italia è ben messa se saprà mantenere ben presente la questione sociale. Molto spesso la capacità di produrre bellezza, di cui il nostro Paese può contare quale valore aggiunto, è frutto della capacità dei territori di sentirsi ancora coesi. Ed è un ragionamento ben presente e alla base della legge sui Piccoli Comuni nata e voluta non per meri fini conservativi, ma come una scommessa in avanti del Paese. Pensiamo al comparto industriale delle montature di occhiali, di cui oggi l’Italia vanta una leadership indiscussa in termini di prodotti di qualità.
Per questo non vedo, per l’Italia, un’economia futura puramente iper tecnologizzata.

La bellezza, quindi, ci salverà e ci renderà più green?
Ne sono assolutamente convinto.

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