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Attacchi di panico: chi ne soffre va curato, non giudicato

A dirlo è il neurologo Rosario Sorrentino, direttore dell'IRCAP di Roma, che individua tra le cause sociologiche di questa malattia l'abuso delle tecnologie e lo stress da prestazione

Francesca Tozzi
3 ottobre 2012

Rosario Sorrentino, foto di Antonello VendittiDepressione, ansia e attacchi di panico sono disturbi molto diffusi e sempre meglio conosciuti, ma non sempre affrontati nel modo giusto. Ne è convinto Rosario Sorrentino, neurologo, fondatore e direttore dell’IRCAP (Istituto di Ricerca e Cura degli Attacchi di Panico) di Roma, che da tempo se ne occupa come studioso e terapeuta.

A suo parere gli attacchi di panico sono malattie a tutti gli effetti che richiedono un approccio scientifico e un anche un cambiamento nella loro percezione culturale, come ci spiega in questa intervista.

Partiamo dall’inizio: cosa sono gli attacchi di panico?

Sono malattie che nascono dall’interazione tra una predisposizione genetica, una sorta di “tallone d’Achille” che conferisce a una persona una maggiore vulnerabilità e fragilità, e una serie di fattori esterni ambientali.

La predisposizione da sola non genera un attacco di panico, ne aumenta solo la probabilità: di solito c’è sempre un fattore scatenante come una perdita, un trauma o uno stress prolungato. Oggi su queste malattie si tende a voler fare confusione perché nella confusione molti fanno affari…

Una privazione della propria libertà 

 

In che senso?

Image by © Harry Briggs/CorbisNon dimentichiamo che quello delle terapie e degli psicofarmaci è un business ed è fin troppo facile “pilotare” una persona fragile e in difficoltà. Ci vuole, ripeto, un approccio medico rigoroso e libero da pregiudizi. Ancora oggi chi soffre di questi disturbi, segue delle terapie o prende  un certo tipo di farmaci viene etichettato come un debole, inadeguato in una società che ci vuole sempre attivi e performanti, che ci condanna a funzionare e vincere sempre.

Da qui l’imbarazzo, la vergogna, la difficoltà a parlarne. L’attacco di panico che irrompe nella vita di una persona prima le toglie la libertà poi la umilia davanti a tutti.

Qual è l’errore più comune che si fa verso chi ne soffre?

Il fatto di trattarlo come se non fosse un malato, come se fosse una persona che recita o esagera. Non è mai così. Quando arriva l’attacco nel cervello di chi ne è colpito scatta un interruttore nella parte che si chiama amigdala; questo interruttore attiva un inutile quanto ingiustificato segnale di allarme che scatena a sua volta una reazione istintiva “combatti o fuggi” e, di solito, una richiesta d’aiuto.

Chi ha l’attacco in quel momento si sente a tu per tu con la morte. Per questo dirgli “non è niente” oppure “dipende soltanto da te” significa compiere la peggiore delegittimazione possibile senza aiutarla. Queste persone vivono in una sorta di gabbia esistenziale all’interno della quale si sentono protette, ma molto spesso è una vita all’insegna della rinuncia perché di solito hanno scarsa fiducia in se stessi, poca autonomia di movimento, scarsa capacità decisionale e una bassa autostima.

Stress e precarietà incidono sulle cause

 

Quanto pesano su tutto questo i problemi attuali della nostra società?

La crisi economica globale, la mancanza di lavoro e di prospettive a breve termine esasperano tutto perché riducono le certezze e aumentano il senso di precarietà, favorendo la cronicizzazione dello stress. Questo stress prolungato, cattivo, nel cervello si trasforma in una carica negativa che nelle persone predisposte può alimentare, sotto forma di carburante chimico, quella cascata di eventi che si verifica durante un attacco di panico

E da lì si entra facilmente nel tunnel invalidante della paura della paura. La paura, unita al crescendo di difficoltà cui stiamo assistendo, può portare i giovani a pericolose fughe dalla realtà. Sento persone senza arte né parte che approfittano di una certa visibilità per chiedere la liberalizzazione delle cosiddette droge leggere come la cannabis.

L’aggettivo leggero è fuorviante, basti pensare che molti adolescenti soltanto dopo due boccate possono avere degli attacchi di panico perché quello spinello ha fatto traboccare un vaso che era quasi colmo. I meccanismi del cervello sono molto delicati.

C’è poi la fuga nella realtà virtuale dove il social network sostituisce la realtà e si comunica solo tramite gli smartphone. Io non critico l’uso delle tecnologie bensì l’abuso che ha contribuito notevolmente a far decollare quell’etica dell’individualismo che porta alla solitudine e a una grande difficoltà nella comunicazione fra gli esseri umani.Questo abuso tecnologico ci sta catapultando in uno scenario dove la vera malattia contemporanea si chiama narcisismo.

Ma di solito si usano i social network per migliorare la propria vita sociale…

La modalità di interazione virtuale porta a una progressiva digitalizzazione della società dove queste ipertecnologie diventano spesso delle protesi affettive al centro della vita di persone che hanno una  ridotta capacità e consuetudine a comunicare davvero, attraverso il contatto fisico e visivo. La comunicazione artificiale può solo portare a nuove solitudini e a rapporti pieni di fraintendimenti e delusioni.

Image by © Ant Strack/Corbis

Come ritrovare l’equilibrio

 

In mezzo a tante difficoltà c’è un messaggio positivo che possiamo dare?

Quello che mi sento di dire è che ogni volta che si attraversa un momento negativo, una criticità, c’è anche sempre una grande opportunità.

È importante dare ai giovani dei modelli e dei punti di riferimento importanti e far capire loro che la crisi può essere un’opportunità nel momento in cui si riesce a recuperare quello schema che è così importante per la nostra esistenza: il porsi e il raggiungere degli obiettivi attraverso la riscoperta della motivazione, della forza di volontà e della disponibilità al sacrificio, perché in questo modo si dà la possibilità al cervello di elaborare delle strategie efficaci.

Mi dispiace doverlo ammettere ma i ragazzi di oggi appartengono alla generazione del tutto e subito, del qui ed ora, dell’esasperata ricerca del piacere, del possesso, dell’efficienza e della velocità ma anche dell’eccessiva ricerca del profitto, del rendimento, dell’affermazione e della competizione.

Oggi è il momento della verità. Il nostro cervello è un organo che, se adeguatamente sollecitato e stimolato, per esempio attraverso l’attività sportiva, ritrova il giusto afflato e il giusto equilibrio e con esso la capacità di raggiungere gli obiettivi attraverso il recupero della lucidità e un’azione più efficace.

Image by © Tetra Images/Corbis

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3 risposte a Attacchi di panico: chi ne soffre va curato, non giudicato

  1. Michela

    Buongiorno dottore. Vorrei chiedere se può darmi una cura per superare gli attacchi di panico, devo tornare in italiano prendere il treno e questo mi reca più angoscia.posso superare il viaggio? La ringrazio se può darmi una risposta.

  2. giovanni licata tiso

    caro professore la prego mi aiuta se lei e singero o un doc con evitamento fobico pultroppo mi anno detto che il doc lo debbo portare a vita ma nessuno e stato in grado di togliermi una paura so solo una cosa che mi fregano i soldi

  3. Giuseppe

    Gentilissimo dottore, dopo le belle parole che ho letto, mi permetto di chiederle almeno un consiglio.la distanza che ci separa è tanta e il desiderio di presentarmi è necessario. Per e mail sarei agevolato a dire ciò che è difficile in altre circostanze. Il mio non è un attacco di panico, ma continue paure ossessive che se trovassi la persona buona ad ascoltarmi, sarei speranzoso in una eventuale guarigione. Vorrei curarmi seriamente pagando tutto il dovuto.Senza una mano tesa, non riuscirò mai a cercare soluzioni . Un caro saluto Vitale Giuseppe

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