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Antonio Marras: lo stilista glocal che si ispira a Giacomo Leopardi

Il "poeta" che ha reinterpretato l'haute couture italiana, racconta come vede la nostra società e da cosa ripartire per migliorare il lavoro e le relazioni

Lia del Fabro
3 luglio 2012

Antonio MarrasConvivenza e integrazione tra culture diverse e anche lontane, rispetto, curiosità, creatività, solidarietà, sono alcune delle parole che più ricorrono nel mondo di Antonio Marras, stilista atipico dell’alta moda italiana.

La donna che veste Marras sa di indipendenza, fierezza, rispetto delle origini e dei valori non effimeri, perché è così che lui oggi la vede, lontana dagli stereotipi più diffusi, come ci racconta in questa intervista. Considerare Marras solo uno stilista sarebbe riduttivo. Soprattutto ascoltando che cosa pensa su moda, arte, cultura, e lavoro quello che è stato definito il poeta della moda italiana.

Un’immagine femminile fuori dal coro

 

Quale pensa sia l’immagine della donna oggi?

Non solo in Italia, l’immagine femminile più diffusa sembra essere quella della donna che considera qualsiasi cosa lecita per l’affermazione personale, il benessere, il potere.

La donna vincente appare quella che rivendica la libertà di vendere il proprio corpo, di servirsene come merce, attratta dal potere che offre il denaro, la carriera, il successo. Il desiderio di molte donne pare sia proprio la metamorfosi del bisturi, la folle corsa al corpo perfetto e alla trasformazione chirurgica per sentirsi accettate e ammirate nel cliché dominante di un universo appiattito e consumistico.

A me pare che questa non sia che una resa della persona, impotente davanti a un sistema che non offre alternative se non l’omologazione. Ma non credo che questi siano i veri sogni e i veri desideri delle donne e sono sicuro che la maggior parte di loro riuscirà a sottrarsi a questo ingranaggio stritolante.

A uno sguardo più attento la realtà appare altra: altre donne sognano una società più giusta, una condivisione dei ruoli, una famiglia, un lavoro stabile, una vita dignitosa e felice. Gridano i loro diritti, danno voce ai loro veri desideri. Sono tante, tantissime, la maggior parte, spesso oscurate dalle immagini più aggressive, seducenti, illusorie della pubblicità, della televisione, della moda.

A proposito di moda, la ritiene uno strumento efficace per comunicare valori e modificare in senso positivo la relazione tra le persone?

Moda è trionfo, simbolo dell’effimero e del volubile, fatuo e transitorio, artificiale e fittizio. Se si guarda meglio, però, i veli della frivolezza e dell’inutilità cadono a uno a uno per svelare un mondo sconfinato e pieno di non poche sorprese.

Un mondo in cui abito e ornamento, in tutti i tempi e in tutte le società, antiche e moderne, giocano ruoli simbolici, comunicativi, estetici. La moda diventa un viaggio tra le verità scomode del mondo, uno strumento privilegiato per leggere la realtà, esplorare le inquietudini dell’io contemporaneo e scoprire che dietro un’apparenza frivola e vuota si nasconde il senso intimo e profondo dell’essere.

La moda coglie le disarmonie e le dissonanze, le compone e armonizza in un nuovo equilibrio che esprime l’ansia, il desiderio di rinnovamento, la perenne tensione dell’uomo verso il bello. La moda è, innanzitutto, comunicazione e, in tal senso, può trasmettere valori e contribuire al miglioramento, alla crescita della società.

Models on the runway at the Antonio Marras spring 2012 show. Image by © WWD/Condé Nast/Corbis

Dare maggiore dignità al lavoro

 

Lei dà molta importanza ai valori del recupero della dimensione umana. È una scelta faticosa da gestire in un settore competitivo come il suo?

Sono fermamente convinto che mai come nel momento in cui incomunicabilità, violenza, disumanità si impongono e dominano ogni aspetto della vita umana, dobbiamo ripensare l’uomo come centro del mondo.

Dignità dell’uomo, libertà, creatività sono valori fondamentali, valori-guida da difendere in ogni attimo della nostra vita, ma soprattutto valori da condividere. Occorre sviluppare e diffondere un nuovo senso dell’uomo, un nuovo senso del lavoro umano.

Spesso uomo e lavoro non sono altro che strumenti di profitto e questo aspetto balza agli occhi in un settore, quello della moda, governato dalla competizione e dalla logica del potere del denaro. Ma direi che caratterizza tutto il mondo produttivo. Credo, però, che qualcosa possa – e debba – cambiare.

È difficile, faticoso, ma si può dare un nuovo significato al lavoro, renderlo più umano. Si può creare un lavoro che vada oltre il profitto, valorizzi, recuperi, esalti la creatività, migliori la vita e l’ambiente in cui esso si svolge.

Credo in questa filosofia e cerco, per quanto è possibile, di metterla in atto nella mia casa-laboratorio di Alghero. Tutto il mio lavoro è basato sulla fiducia, il dialogo, lo scambio il contributo creativo dei miei collaboratori, non semplici esecutori ma interlocutori attivi e creativi. Cerco la condivisione, la sintonia, la fiducia reciproca, la responsabilità, essenziali per metter in luce qualità e intelligenza e garantire anche maggior produttività.

L’incontro con Kenzo: cosa le è rimasto a livello umano e personale di questa esperienza?

È stata senza dubbio un’esperienza importante. Ho portato a Kenzo tutto il mio entusiasmo e tutta la mia forza. Nell’accettare avevo qualche timore, ma mi sentivo pronto a collaborare con una Maison che ha contribuito a trasformare la moda nell’ultima metà del XX secolo, e con molti i punti in comune con il mio mondo.

Credo che l’esperienza di Kenzo abbia riconfermato che realtà distinte e lontane possono tessere dialoghi, mettere a confronto linguaggi e dare origine a nuove identità. Ho accumulato, contaminato, messo in contatto, distrutto forme.

Ho creato deliberatamente e istintivamente caos e quel caos l’ho rappresentato con ordine, come faccio sempre nel mio lavoro.

Ho reinterpretato e personalizzato dal mio punto di vista e, in questo, senza dubbio è stato fondamentale il lavoro di ricerca, di esplorazione, lo studio accurato e appassionato del materiale custodito negli archivi che mi appariva così familiare, punto di partenza, base di tante personali variazioni e libere creazioni.

Kenzo Fall 2010 - Paris, France - Image by © WWD/Condé Nast/Corbis

La capacità di unire realtà e materiali diversi

 

È d’accordo sul fatto di interpretare il suo percorso creativo come un’armonizzazione tra contrasti tutti contemporanei?

Antonio Marras - Fall/Winter 2008/09, - Image by © Giulio Di Mauro/epa/CorbisAlcuni dicono che la mia originalità consista nel proporre una moda fondata sull’accostamento degli opposti (globale-locale, civilizzato-primitivo, maschile-femminile, ricco-povero), non per generare impossibili sintesi, ma per ricavare dalla loro articolazione dinamica e dai loro innesti reciproci nuovi modelli di coesistenza. Mi sembra che colgano il mio pensiero.

Concordo con il filosofo Giorgio Agamben, quando dice che appartiene veramente al proprio tempo, ossia è veramente contemporaneo, chi non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è, perciò, in questo caso, inattuale. Proprio attraverso questo anacronismo si è capaci di percepire e afferrare il proprio tempo. Lo stesso può dirsi per globale/locale.

Il soggiorno in un luogo diverso da quello natale diventa un punto di riferimento, un punto di distanziamento prospettico per giudicare il proprio mondo e farlo vivere in opere universali, che parlano a tutti.

E allora il glocal è l’ossimoro, colui che armonizza, concilia opposti e rende locale il globale e globale il locale, dando forma e accordo alle disarmonie, dissonanze, asimmetrie, capaci di generare ordini sconosciuti e creare nuove bellezze, nuovi messaggi rivolti a tutti e da tutti decifrabili.

Nascere in “periferia” aiuta a voler conoscere l’altrove

 

Qual è il valore aggiunto di vivere e gestire il business da un piccolo centro sardo come Alghero?

È dalla periferia che vengono le cose più interessanti. Nascere in una realtà di provincia spinge a dialogare, comunicare, vedere, cercare quello che c’è altrove.

Un po’ come la siepe leopardiana che impedisce, ostacola, chiude la vista ma nello stesso tempo muove lo sguardo ad andare oltre, apre all’infinito. Insomma, la mancanza, il limite da cui nasce il desiderio, favorisce il sogno che invita a superare barriere e difficoltà.

Considero un privilegio l’essere nato in un’isola e, in particolare, in Sardegna. Io, per giunta sono nato e cresciuto in una città di mare, Alghero, un’antica fortezza a forma di città e abito – e lavoro – in campagna, in una casa in collina, tra ulivi e mare, la mia isola personale. Sin dall’antichità gli abitanti delle isole vogliono sempre partire e poi tornare. Succede a me e succede o è successo a tutti.

Le sue incursioni nel mondo dell’arte stanno diventando sempre più frequenti. Perché lo fa?

Uno dei miei tratti distintivi è sicuramente la curiosità, il desiderio di conoscere. Limitare l’esperienza a un solo ambito, ad esempio alla moda, non fa parte del mio carattere: amo cimentarmi in mondi sconosciuti.

Non riesco a scindere il lavoro in settori come arte, moda, spettacolo. Del resto, da sempre, per chi lavora in questo campo, l’arte è stata fonte privilegiata di ispirazione e vi è uno stretto confronto dialettico tra mondo dell’arte e quello della moda.

Molti parlano di abolizione dei confini fra i due ambiti, altri discutono se sia l’arte a ispirare la moda o la moda l’arte. Solo dall’incontro, o scontro tra arti diverse e mondi differenti, solo dall’incrociare, comporre, mettere insieme, mescolare elementi eterogenei, forme disparate possono nascere strade nuove e sempre originali.

C’è chi mi definisce artista o designer o poeta. Io sono solo uno che ama curiosare e comunicare, narrare utilizzando anche linguaggi diversi. In fondo io lavoro con gli “stracci”!

Antonio Marras, Image by © DANIEL DAL ZENNARO/epa/Corbis

L’importanza della tolleranza e della solidarietà

 

A che cosa dà importanza nella sua quotidianità per vivere meglio?

Fin da piccolo sono stato abituato al rispetto, degli altri, di me stesso, della natura, animali o piante. È un insegnamento in me ben radicato ed è il primo sentimento che provo nel guardarmi attorno.

Gli altri derivano da questo: cercare istintivamente di entrare in sintonia con chi vive e collabora con me, tentare di stabilire relazioni positive e produttive con chi incontro, essere tollerante, aver fiducia, sforzarmi di capire il mondo superando inevitabili e inutili egoismi.

A partire dalla sua esperienza, che consiglio si sente di dare per conquistare una maggiore armonia?

A scuola, mi aveva colpito una riflessione di Foscolo, anzi di Jacopo Ortis. La Compassione (con la C maiuscola) – pensava – è la sola vera virtù. Più tardi ho capito. Compassione è una parola logora, usurata dal tempo e col tempo ha perso il suo vero significato. Compassione, compatire- oggi ha una connotazione così negativa – vuol dire patire, soffrire, sopportare, tollerare insieme.

È il sentimento di solidarietà e pietà fraterna nel dolore, di partecipazione sincera al dolore dell’altro che, in parte, può consolare la crudeltà della vita. È l’empatia che mi ha spinto sempre verso chi è più sfortunato di me. Ho molti amici tra coloro che si definiscono impropriamente disabili, e sono vicino a persone straordinarie, che rischiano eroicamente la vita per gli altri. Parlo di Gino Strada e di Emergency, ad esempio.

Per conquistare una maggior armonia bisogna uscire da se stessi e cercare di entrare in sintonia con gli altri, sentirsi una fragile, intima, docile fibra dell‘universo (Ungaretti). Non so, ma da qualche parte ho letto che solo l’empatia può salvare l’uomo e addirittura anche …l’economia mondiale.

Antonio Marras, foto crediti WWD/Condé Nast/Corbis

 

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