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Anna Meroni: «Il design può elevare la qualità della vita»

L’architetto che coordina il network internazionale Desis spiega l’importanza del design per l’innovazione sociale e la sostenibilità.

Andrea Ballocchi
18 novembre 2015

Image by iStockIn che direzione va il design oggi? Perché è pur vero che esso ha a che fare con l’attività di progettazione alla base della costruzione e realizzazione di un oggetto complesso, ma è molto di più. «Il design usato come strumento di elevazione della qualità dei prodotti o dei servizi di un’impresa può servire altrettanto bene per elevare sia la qualità della vita e del lavoro dei suoi dipendenti e sia quella del territorio in cui opera». A scriverlo è Anna Meroni in un articolo denominato La qualità come “progetto totale”, dove per progetto totale si intende «il design integrato di tutti gli artefatti, materiali e immateriali, che costituiscono un sistema di senso (un’azienda, un ambiente, una organizzazione)».

Si fa strada, quindi, un concetto più complesso di design e che va verso temi quali innovazione sociale e sostenibilità, concetti chiave del progetto condiviso a livello internazionale da decine di team di ricerca universitari legati a un network denominato Desis (acronimo di Design for Social Innovation towards Sustainability “Design per l’innovazione sociale verso la sostenibilità”). Più precisamente, è composto da università, scuole di design e altre organizzazioni legate alla innovazione sociale che collaborano a sviluppare scenari, ricerche, strumenti e iniziative legate alla sostenibilità.

Tanto per fare qualche esempio: dalla lista di progetti di ricerca presentati nel sito web (http://www.desis-network.org) troviamo “Green Move”, finanziato dalla Regione Lombardia, per progettare un sistema di trasporto condiviso elettrico a Milano, oppure “Food Cluster”, network che esplora e promuove la conoscenza del design per l’innovazione sociale e la sostenibilità del sistema alimentare.

Image by iStockArchitetto Meroni, ci può spiegare cos’è Desis e come riesce a coniugare il design alla sostenibilità?

Desis è un network che accomuna più di 50 università internazionali legate al mondo del design che hanno cominciato a lavorare sull’innovazione sociale già più di dieci anni fa, quando il tema era ancora appannaggio di pochi esperti. L’idea era quella di progettare prodotti a uso delle persone più svantaggiate, che poteva essere la popolazione di un villaggio africano costretto a cercare acqua a chilometri di distanza oppure ai disabili o alle persone con difficoltà. Quindi si partiva dalla capacità di innovare la società, cambiando le dinamiche sociali in modo da creare valore condiviso. Oggi questo obiettivo è chiaro e lo è divenuto grazie al lavoro condiviso in termini di pratiche, progetti, conoscenza. Da quando la tematica dell’innovazione sociale è letteralmente esplosa, abbiamo tantissime richieste da parte di colleghi universitari che vorrebbero unirsi alla rete e condividere gli intenti e le tematiche oltre agli sbocchi professionali e lavorativi che si offrono ai giovani studenti. Questa rete è un’iniziativa partita dal Politecnico di Milano in conseguenza a una serie di progetti internazionali sul tema. E dai nove fondatori oggi siamo arrivati a essere molti di più, come ho accennato all’inizio.

Quante persone coinvolge Desis a livello italiano e globale?

Nel team del Politecnico e in ogni realtà internazionale lavorano da 5 a 15 persone in un  team riconosciuto dalla propria istituzione. Poi, dato che è una rete che ruota attorno a dei progetti, il cerchio delle persone coinvolte si allarga ulteriormente.

Come si fa a conciliare una disciplina “astratta” come il design a una tematica “concreta” quale la sostenibilità?

Di solito il design è associato alla creazione di artefatti molto “fisici” come sedie, lampadari, abitazioni… quindi, semmai abbiamo fatto fatica a fare passare il messaggio che il design è anche creazione di senso all’interno di comportamenti nuovi come di nuove iniziative. Sappiamo bene che a livello di sostenibilità il campo di azione è vastissimo: se pensiamo, ad esempio, al lavoro che si può fare sulle prestazioni di un’automobile, per come è costruita, per i suoi consumi, per l’energia utilizzata, occorre anche considerare non solo la produzione di una serie di auto a impatto zero ma anche il modo per ridurre il numero di auto aumentando la condivisibilità.

Occorre lavorare quindi sia sulle caratteristiche materiali, sia su quelle comportamentali, che portano alla creazione di servizi. È questo il passaggio logico da attuare che consente di avere una vera capacità di essere sistemi produttivi.

Image by iStockNel futuro lei come prevede il ruolo del designer in tale contesto sociale e produttivo?

Beh, se in passato si pensava al designer come libero professionista un po’ alla stregua di archistar ora è chiaro che questo è in progressiva dissoluzione, primo perché anche i grandi studi di design tendono a essere realtà collettive, quindi sta emergendo questa visione anche nella consulenza tradizionale; inoltre è sempre più rilevante il ruolo come consulente strategico in azienda sull’innovazione che, però, opera all’interno e all’esterno del contesto aziendale; c’è poi il ruolo, emergente, del design che affianca la pubblica amministrazione e il terzo settore, attivo quindi a livello di servizi, un trend che si sta registrando in aumento, a giudicare anche dai nostri ex studenti e dal loro percorso di attività in questa direzione.

Assistiamo quindi, accanto alla riduzione dell’impiego del designer nei settori tradizionali (arredamento, oggettistica ecc.) e all’incremento nel comparto dei servizi.

In questo senso il dato è interessante e allo studio per fornire da parte nostra di docenti una formazione maggiormente mirata in questo senso.

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