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Andrea Di Stefano: è l’ora di un sistema economico meno consumista

Il direttore del mensile di economia sociale "Valori" indica tre settori su cui puntare per ripartire, nel nostro Paese: sistema energetico, banda larga e mobilità elettrica

Donatella Pavan
30 maggio 2012

Andrea Di StefanoGiornalista economico per testate nazionali e agenzie di stampa, ma anche autore radiofonico, Andrea Di Stefano è oggi direttore del mensile di finanza etica e economia sociale e sostenibilità Valori, nonchè conduttore del Giorno delle locuste a Radio Popolare, trasmissione di divulgazione economica a prova di profano. In questa intervista che tocca molti temi attuali, ci racconta che per uscire dalla crisi, è venuto il momento di affrontare, almeno in Italia, alcuni nodi importanti: lo svecchiamento del sistema energetico, la diffusione della banda larga e l’investimento sulla mobilità elettrica.

Le cause di un gioco finanziario senza regole

 

Qual è la chiave per capire questa crisi economica?

Indipendentemente dal concetto di spread, che considero forviante rispetto ai problemi reali, dobbiamo capire quali sono le grandi questioni connesse con la crisi. Una delle cause è il forte deficit della bilancia commerciale americana: loro spendono ogni anno 500miliardi di dollari per acquistare merci estere e hanno un deficit pesantissimo della finanza pubblica, perché hanno speso molto per salvare la loro industria. E devono cercare capitali da attrarre negli Stati Uniti per tamponare questo fenomeno: fino a che questa situazione non si riequilibrerà l’Europa e il mondo pagheranno la crisi americana.

A cosa si riferisce?

The American stock exchange. Photo credit: Ryan MacLean/flickrMi riferisco al fatto che le regole del gioco e tutti i sistemi corporativi legati alla finanza sono condizionati dalla piazza americana e londinese. Per molto tempo si è fatto credere alle famiglie americane che le perdite del reddito da lavoro potessero essere compensate dalla rendita finanziaria. In realtà questo non può funzionare che per brevi periodi, su fasce ristrette della popolazione. L’investimento finanziario in senso stretto non è più redditizio dell’investimento obbligazionario. Nonostante tutto, gli indici azionari sono ai massimi: il gioco finanziario ha ripreso come se nulla fosse senza regolamentare le componenti fuori controllo come tutta la parte dei derivati.

Non si era parlato di una riforma della finanza?

Non se n’è fatto nulla: il presidente americano Obama e parte del Congresso stanno tentando una riforma finanziaria in attesa dei decreti attuativi, che forse arriveranno  prima delle elezioni americane, previste per novembre 2012. L’Europa è invece completamente paralizzata dai veti inglesi: i britannici dicono no alla tassa sulle transazioni finanziarie, no alla regolamentazione delle agenzie di rating, no alla regolamentazione sugli hedge fund. La piazza finanziaria di Londra è pari al 10 percento del PIL inglese. Loro governano molto di più di quanto facciano gli americani e sono in grado di imporre le loro scelte. La logica è quella di avere il massimo profitto nel minor tempo possibile.

Applicare nella EU la ricetta di Mario Draghi

 

Quale potrebbe essere il modo per frenare questo strapotere?

Fare in modo rapido regolamentazioni vincolanti in base alle quali l’UE, per l’area euro, possa decidere indipendentemente dal veto inglese, un regolamento valido c’è già, va solo applicato. Per esempio prevede che le agenzie di rating non possano più pubblicare le loro valutazioni senza trasmetterle prima ad un’autorità sopranazionale che deve controllare la validità di quanto viene affermato.

Altro tema da tener presente sono le difficoltà di Paesi, come la Spagna, con oltre un milione di case invendute e buchi per 250 miliardi, debiti così pesanti che non si possono più affrontare. Come ha proposto Draghi, bisognerebbe creare un’Agenzia europea per il credito, ma i tedeschi si oppongono al “fondo salvastati” per salvare le banche. Dal punto di vista teorico si può essere d’accordo con loro, ma se il livello di debito è tale da uccidere un Paese penso che si debba comunque intervenire. Magari dando più potere alla Banca Centrale e cominciando a pensare seriamente agli eurobond.

I problemi del nostro Paese: telecomunicazioni e trasporti

 

Come vede la situazione italiana?

No Stimulus Funds, No Jobs - photo credit: Mike Licht, NotionsCapital.com/flickrIl problema da noi non è solo la tenuta dei conti pubblici, ma la totale assenza di politiche industriali ed economiche. Tra i nodi da risolvere c’è il problema energetico, che all’opposto di quello che ci hanno sempre detto sta nell’esubero d’energia disponibile. L’ultimo rapporto Enea rileva una grande contrazione dei consumi e di contro una grave difficoltà delle aziende energetiche: è un cambiamento strutturale che sarà sempre più forte per la diffusione del risparmio energetico e dell’autoproduzione, mentre gli operatori elettrici sono iperindebitati.

Abbiamo un eccesso di capacità, sia sull’elettrico che sul gas, che è assolutamente eccessivo rispetto alla domanda e rispetto all’evoluzione della domanda…

Ma il problema italiano non è la dipendenza energetica dall’estero?

Sì perché la nostra produzione elettrica è inefficiente e costa meno quella importata, ma noi abbiamo anche un eccesso di gas…Bisogna rivedere il sistema energetico italiano in funzione del reale bisogno pubblico e non di quello degli operatori, perchè la loro unica preoccupazione è mantenere delle rendite di posizione o dei sistemi inefficienti per garantire una redditività agli azionisti.

Altro tema focale è quello dei sistemi industriali: è necessario il rilancio delle telecomunicazioni, con investimenti efficienti sulla banda larga, stiamo perdendo competitività perché non l’abbiamo ancora mentre gli altri Paesi la stanno installando. Gli snodi industriali sono telecomunicazioni e trasporti. In termini di mobilità privata potremmo seguire il modello tedesco, con alcune aree metropolitane che sostengono progetti di mobilità elettrica che vuol dire investimenti industriali, rete.

Al cittadino comune che consigli gli darebbe per orientarsi?

Innanzitutto non puntare su investimenti pericolosi. Negli ultimi anni, per esempio, sono stati diffusi nel mercato italiano dei prodotti che si chiamano ETF, che speculano sulla variazione dei costi delle materie prime. Il paradosso è che si compra un prodotto che scommette sul rialzo del prezzo del grano o della soya etc. e quindi investi contro te stesso. Non comprare prodotti speculativi, ma semmai quelli che hanno dei profili etici, tenendo anche una parte degli investimenti in titoli pubblici per un meccanismo di protezione sulla speculazione in tutto il Paese.

Riforma fiscale e integrazione del Pil

 

Una redistribuzione della ricchezza nel mondo è un’utopia o un obiettivo possibile?

È una questione di natura politica, anche molti liberali vecchio stampo ormai ne parlano apertamente: un sistema così squilibrato come il nostro è certamente una delle concause della crisi. Siamo ormai tutti convinti che i criteri di vita vadano cambiati, che dobbiamo avere un sistema economico meno dissipativo e meno consumista.

Quali sono gli strumenti per arrivarci?

Ci vuole una riforma che determini un riequilibrio strutturale della fiscalità: bisogna alleggerire le tasse sul lavoro, aumentare quelle sui patrimoni e in parte anche sui prodotti. Una cosa sulla quale anche gli economisti non schierati concordano è una maggior tassazione delle merci. Un sistema fiscale avanzato che penalizzi i prodotti impattanti, premiando quelli ad alta prestazione energetica.

Mobilità elettrica, foto di Kevin Dooley/flickrE rispetto all’IMU, per esempio, potremmo pensare ad una pressione diversa in base alla classe energetica degli edifici, facendo pagare di meno quelli a basso consumo energetico, il che significa anche sostenere l’economia.

Il PIL è uno strumento superato per misurare le ricchezze di un Paese?

Diciamo che è da completare: l’OCSE (Organisation for Economic Co-Operation and Development) ha già indirizzato l’Unione Europea verso l’adozione formale di nuovi indicatori socio-ambientali che integrino il Pil, come la disponibilità di spazio per persona, ma anche i servizi indispensabili, dall’abitazione all’educazione alla mobilità. C’è una Commissione europea impegnata su questo tema per sostituire a breve questo strumento.

 

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