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Andeisha Farid: educare un bambino può cambiare il mondo

La giovane donna afghana ha fondato nel suo Paese una Ong per offrire istruzione gratuita a oltre 600 bambini di etnie diverse. Un'attività rischiosa che le ha reso difficile la vita, ma che lei affronta a testa alta. Perchè, racconta, l'Afghanistan si merita un futuro migliore. Di pace e libertà

di Sara Donati
10 dicembre 2010

Andeisha Farid, imprenditrice socialeAndeisha Farid è una giovane e coraggiosa donna afghana: a soli 27 anni è considerata a livello internazionale una delle persone più attive, interessanti e capaci del panorama mondiale. È la fondatrice di Afghan Child Education and Care Organization, Ong che gestisce 11 orfanotrofi tra Afghanistan e Pakistan, con oltre 600 bambini di diverse etnie. L’ultimo in ordine di tempo è stato inaugurato il 2 ottobre 2010 nella città di Herat. Non si tratta di veri e propri orfanotrofi, ma di case-famiglia belle, pulite e sicure dove i bambini di tutte le etnie (che vengono accompagnati lì dalle loro famiglie o dalla comunità) imparano a vivere insieme e a studiare.

Quest’anno Andeisha ha ricevuto il premio “Global leadership”, assegnato dall’organizzazione Vital Voices, che l’ha portata a Washington dove è stata premiata da Michelle Obama e Hillary Clinton. Nella capitale Usa la giovane donna afghana c’era già stata: quando fu scelta per partecipare al programma “10000 Women Program”, istituito da Goldman Sachs. Una iniziativa che le ha permesso di aggiungere alla sua volontà e forza, una capacità imprenditoriale indispensabile per far crescere la sua idea.

 

Afghan women, album di DVIDSHUB/flickrAndeisha crede in valori semplici e trasmette una potenza serena, quando parla della fonte che alimenta la sua forza: la sofferenza delle donne afghane per le quali ogni giorno di più è decisa a lottare. Per la loro speranza che non si spegne, anche se si ritrovano sole, senza aiuto e senza un marito, Andeisha ogni giorno sente la spinta a mettersi in gioco per creare un futuro migliore per quelle donne ed i loro figli.

 

Dove ha trovato le risorse per portare avanti questo progetto?

Quando ero all’università e stavo ancora studiando, ho cominciato a lavorare in una scuola. Una scuola locale afgana dove facevo la coordinatrice e lì mi sono resa conto che molti bambini smettevano di frequentare gli studi perché non potevano permetterseli. Parlai con i genitori perché continuassero a mandare i figli a scuola, ma mi dissero che per loro non era possibile; i bambini dovevano andare a lavorare e guadagnare denaro per la famiglia. Allora parlai con la responsabile dell’istituto e le chiesi se poteva lasciar frequentare la scuola a quei ragazzi senza far loro pagare la retta, ma mi disse che sarebbe stato problematico, perché l’istituto andava avanti proprio grazie ai contributi degli studenti. Parlai con le persone afghane che incontravo, spiegai loro il problema. Ci furono diverse reazioni, alcuni aiutarono a pagare le tasse della scuola, altri l’affitto: riuscimmo a riportare a scuola venti bambini. Poi conobbi Paul Stevers, il fondatore di Charity Help International. Partecipando allo “sponsorship program” fui aiutata ad organizzare un sito web, dove misi le foto dei bambini ed i loro profili. Attraverso il sito web le persone potevano sottoscrivere un’adozione e mettersi in contatto con i bambini. Abbiamo visto che quel sistema funzionava molto bene, quindi lo abbiamo consolidato. Siamo partiti con 20 bambini ed ora abbiamo 600 bambini e 11 orfanotrofi.

A group of Afghan children, Photo by John Scott Rafoss/album di AfghanistanMatters/flickr

Ha un modello al quale si ispira?

I miei modelli sono tutte le donne afghane che fanno una vita durissima e si sacrificano per permettere ai loro figli di andare a scuola. Donne che hanno perso i mariti e che non hanno nessun tipo di supporto per dare un’istruzione ai propri figli, ma nonostante tutto lottano con ogni mezzo, continuano ad essere ottimiste e credono nella possibilità che questo avvenga.

 

Afghan father, album di isafmedia/flickrHa incontrato delle difficoltà, in quanto donna, nel realizzare questa iniziativa?

Certo che ne ho incontrate! E’ una grande sfida, come donna, lavorare in Afghanistan, una società dove i maschi sono i dominatori assoluti. Alle volte capita di incontrare uomini che sono addirittura stupiti del fatto che, come donna, io mi ponga delle sfide e degli obiettivi, proprio come loro. Per questo devo fare i conti con una grossa limitazione della mia libertà. Fino a due anni fa ero meno esposta, potevo ancora muovermi più facilmente, ma ora il problema della sicurezza è diventato pressante. Ora sono costretta a spostarmi sempre con le guardie del corpo. Questo rende la mia vita veramente difficile, non soltanto per me, ma anche per la famiglia.

Quindi negli ultimi tre anni la situazione è peggiorata nel suo Paese?

Sicuramente, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza. Gli estremisti talebani stanno diventando più forti ogni giorno ed il governo dà loro più potere; questo crea problemi alle persone comuni che debbono fare i conti quotidianamente con questa realtà.

Ora che lei è diventata un personaggio noto a livello internazionale com’è cambiato il suo modo di lavorare?

Le persone che ho incontrato, il fatto di poter viaggiare per me sono stati per me una grande fonte di ispirazione. Ho conosciuto donne indonesiane che dovevano fare i conti con gli stessi problemi che ho avuto io, provocati da una società chiusa e maschilista e questo mi ha dato una grande forza. Senti di non essere sola ad affrontare questo tipo di sfide e ti accorgi che altre donne continuano a lavorare pur dovendo risolvere tanti problemi quotidiani. Questo mi ha permesso di fare sempre di più per la nostra causa.

Esiste una parola nella mia lingua, “khak” che ha due significati: terra e madre terra, quindi nessuno può lasciare la propria madre terra realmente, questo significa sentire il mondo intero come la propria patria.

Afghanistan woman, album di isafmedia/flickr

Com’è successo che il suo lavoro abbia avuto un’eco internazionale?

Quando la spinta che sostiene il tuo lavoro viene dal cuore, sei talmente onesto ed entusiasta di aiutare gli altri, che questo messaggio raggiunge un gran numero di persone senza che tu lo voglia. Vieni notato, anche se non è il tuo obiettivo. La cosa più importante è l’onestà di cuore. La ragione per cui io lavoro con tutta me stessa per questi bambini, per cui sono ottimista per il futuro dell’Afghanistan, è che ho capito una cosa: educare un bambino è come educare l’intera famiglia e l’intera famiglia influenza il villaggio ed infine l’intera società e la società avrà impatto sul mondo intero. Educando e istruendo anche un solo bambino puoi arrivare a cambiare tutto il mondo.

Afghan girls, album di isafmedia/flickr

Come vede il futuro?

Attraverso il mio lavoro lo vedo con molta fiducia. Credo in un futuro luminoso per l’Afghanistan, perché penso che investire in una buona educazione per i bambini significa poter sperare in un domani migliore per tutta la nostra società. Quindi l’educazione di ognuno di questi bambini mi dà fiducia e speranza. Non più per la mia generazione, ma per quelle future. Sì, sarà un Afghanistan libero e pieno di pace. Io spero e lotto per questo.

 

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