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Alex Bellini: 5000 chilometri di corsa per aiutare chi non può più camminare

L'atleta valtellinese, che con le sue imprese cerca fondi per cause sociali, è impegnato nella sua ultima avventura estrema, "LA-NY Footrace 2011". Cinquemila chilometri di corsa, negli Stati Uniti, in 70 giorni, questa volta affiancato da un team di "sostegno". Perchè la cosa più importante, quando si è soli in mezzo alla natura, è tenere a posto la testa. E combattere il desiderio di tornarsene a casa

Vincenzo Petraglia
4 agosto 2011

Alex Bellini, atletaIl fascino dell’avventura, il desiderio di conoscenza, il bisogno di oltrepassare i propri limiti sono stati da sempre il motore dell’evoluzione umana, ma ci sono uomini che hanno fatto della propria vita un’avventura continua lanciandosi in imprese ritenute se non impossibili quantomeno improbe. Uno di questi è Alex Bellini, 32 anni, valtellinese, autentico recordman con all’attivo molte spedizioni al limite, legate sempre a raccolte fondi per cause sociali, e due libri tratti proprio dalle sue avventure (Mi chiamavano montanaro e Il Pacifico a remi). Fra queste la traversata a piedi della parte marocchina del deserto del Sahara e delle distese ghiacciate dell’Alaska, oltre alle traversate in solitaria in barca a remi dell’Atlantico e del Pacifico. Il 19 giugno scorso è partito per la sua ultima sfida che dovrebbe portare a compimento il 27 agosto: attraversare gli Stati Uniti di corsa. Cinquemila chilometri da Los Angeles a New York in 70 giorni con una media di 70 chilometri al giorno che lo porteranno fra i paesaggi sconfinati del deserto del Nevada, le pianure assolate dell’Oklahoma, i freddi rilievi del New Mexico. Si tratta della LA-NY Footrace 2011, una prova di grandissima resistenza fisica e mentale per la quale viene seguito costantemente da un team formato da un nutrizionista e un coach sportivo oltre a esperti in tecniche di respiro e ipnosi. Sul sito www.alexbellini.it si può seguire quotidianamente, in una sorta di diario di viaggio, la sua avventura e su www.jeep-people.com e www.garminrevolution.it vedere i racconti fotografici delle varie tappe.

Qual è il significato di questa sua nuova avventura estrema?

Oltre al pretesto di farmi un viaggio indimenticabile attraverso gli Stati Uniti, e farlo nella maniera più lenta possibile, ho voluto idealmente collegare i due oceani, il Pacifico e l’Atlantico, che ho già attraversato a remi negli anni scorsi. C’è dell’altro però: da anni vengo invitato presso grandi aziende in qualità di speaker motivazionale per raccontare la mia esperienza in fatto di obiettivi, sogni, progetti. Per essere credibile e coerente e un punto di riferimento per quanti mi seguono era necessario che fossi io il primo a fissarmi nuovi e ambiziosi traguardi.

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Quali le maggiori difficoltà che si aspetta?

Sicuramente il caldo torrido con temperature anche di 40 gradi. In una corsa così lunga è molto importante saper dosare le energie e non farsi scoraggiare dalle distanze. Ci saranno giorni in cui andrà tutto bene ma ce ne saranno altri in cui probabilmente non riuscirò neppure ad alzarmi dal letto (ogni giorno durante la traversata la sveglia è alle 3.30 del mattino, ndr). L’importante sarà tenere duro ed esserci sempre con la testa.

Il nemico più difficile da combattere?

Probabilmente il desiderio, che prima o poi si farà sentire, di smettere di correre e tornare a casa.

In che cosa quest’avventura sarà diversa dalle sue passate?

Non sarò solo, avrò un team di supporto che si prenderà cura di me, correrò sulla terraferma e ci saranno altri quattordici corridori nelle mie stesse condizioni. Resta però il fatto che la sfida sarà essenzialmente con me stesso, con la mia fatica, i miei alti e bassi. Una gara che, comunque andrà, mi darà molto. Con la scusa di correre ho potuto approfondire le mie conoscenze in fatto di psicologia, ipnosi e integrazione naturale che in qualche modo mi saranno utili anche in futuro.

Anche questa volta, come abitualmente fa durante le sue imprese, raccoglierà fondi da destinare a cause sociali…

Sì, raccoglieremo fondi destinati al reinserimento sportivo di ex militari amputati e con protesi e decideremo solo alla fine della corsa il nome dell’organizzazione (statunitense) a cui devolverli. Ho scelto questa causa perchè penso che il desiderio di rimettersi in gioco da parte di queste persone sia molto vicino allo spirito di questa impresa, che spinge a misurarsi con i propri limiti e parti di se stessi (corpo e mente) ancora sconosciute.

Cosa la spinge ad affrontare queste grandi imprese?

Il motivo, per la verità, lo sto ancora cercando. Non è semplice amore per il rischio, non metterei mai a repentaglio la mia vita solo per questo. Seguo solo il mio istinto e ciò che ne ricevo in cambio è talmente grande che non mi permette di smettere.

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Cosa si prova a stare così tanto tempo da solo in mezzo al nulla dell’Oceano?

Quando sei da solo laggiù c’è un tale silenzio, o meglio assenza di rumore, che quasi si sentono gli ingranaggi dell’universo in movimento. È lì che riprendi, irrimediabilmente, contatto con madre natura e con te stesso, con quell’io che troppo spesso nella vita comune viene messo a tacere.

Cosa le fa più paura quando si trova a tu per tu con il mare?

Ci sono molte cose che fanno paura su una barca di sette metri in mezzo all’acqua… La principale deriva dal fatto che il mare dà l’impressione di essere un elemento vivo, che da un momento all’altro può annientare la vita di un essere umano. E poi c’è il pericolo rappresentato da me stesso. Nel senso che mi sono accorto di poter essere il mio miglior compagno di viaggio ma posso anche trasformarmi nel pericolo maggiore per me stesso. In mezzo al mare ho vissuto momenti di vero terrore, ma oggi credo che sia anche grazie a quelle esperienze terribili se sono la persona che sono. La vita è fatta di forze che si oppongono e si attraggono. Il mare, gli elementi naturali, gli uomini e le loro volontà e il desiderio di esplorazione.

Lei è nato in montagna, come si spiega questa attrazione per i mari?

Poeticamente posso dire che non ho fatto altro che seguire la natura. Un fiocco di neve che tocca la cima di una montagna oggi, fra qualche tempo, dopo lunghi e tortuosi sentieri, arriverà a gettarsi sotto forma di acqua nel mare. Non ero né amante del mare né canottiere. Ho imparato a remare nove mesi prima di partire per l’Atlantico eppure sentivo un forte impulso verso quest’elemento sconosciuto.

Cosa prova quando riesce a portare a termine le sue imprese?

Nell’immediato solo un enorme sollievo. Ovviamente l’emozione è talmente forte da stordirmi. Dopo lunghi periodi da solo ho sempre bisogno di un attimo per riambientarmi in mezzo a tanta gente e riprendere le vecchie abitudini. Ho però anche la fortuna di riuscire, quando voglio, a immergermi nei ricordi e alcune volte riesco a sentire ancora l’odore del mare aperto.

Il posto che in assoluto le ha dato le più forti emozioni?

Forse l’Alaska. Perdersi in quelle immensità ghiacciate dove ancora oggi l’aria è intrisa dell’atmosfera dei cercatori d’oro dei primi del ‘900, di chi qui cercava fortuna riuscendo a stento a sopravvivere al freddo e alla fame o di avventurose traversate con i cani da slitta per portare soccorsi agli ammalati di difterite, mi ha fatto sentire un uomo di un altro secolo. Lì ho lasciato un pezzo di cuore che, un giorno, mi piacerebbe tornare a riprendere e riportare a casa.

Alaska, Image by © Paul A. Souders/CORBIS

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