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Alessandro Loschiavo: «I designer possono contribuire a migliorare il pianeta»

Il designer italiano fresco vincitore del suo sesto Good Design Award racconta le sue creazioni alla ricerca di un design sostenibile

Andrea Ballocchi
16 febbraio 2016

Tra i vincitori dell’ultima edizione del Good Design Award – il premio del più antico concorso di progettazione industriale del mondo ed è assegnato ogni anno dal museo di architettura e design Chicago Athenaeum – c’è ancora l’italiano, Alessandro Loschiavo vincitore abituale di questo ambito riconoscimento che per il designer di Roma è il sesto. L’ultimo lo ha ottenuto per “Bramo”, un vaso-annaffiatoio disegnato in collaborazione con Marco Paiani, in vetro borosilicato. La sostenibilità è uno dei criteri presenti tra le motivazioni alla base del Good Design Award ed entra in gioco sempre più nelle creazioni dei designer, anche per l’ideazione di oggetti per la casa, in cui Loschiavo, art director di Aliantedizioni (collezione di complementi d’arredo e di oggetti per la tavola) è specializzato.

Design sostenibile: “Bramo”, il vaso-annaffiatoio di Alessandro Loschiavo e Marco PaianiChe spazio e importanza attribuisce alla sostenibilità nelle sue creazioni?

Cerco di tenere sempre presenti i vari problemi connessi alla sostenibilità, in particolare quando mi cimento nella progettazione di un nuovo prodotto. Purtroppo alcune delle variabili che contribuiscono a rendere un prodotto sostenibile sono influenzate dall’organizzazione e dalla condizione operativa dell’azienda che commissiona il progetto e non sempre il management di queste aziende riesce ad aggiornare facilmente la propria struttura organizzativa in funzione di un miglioramento del processo produttivo dal punto di vista ecologico. Soprattutto nel settore del mobile e del complemento d’arredo in cui io opero più frequentemente, si tratta spesso di società che utilizzano fornitori esterni per la produzione di parti o dell’intero prodotto senza grandi possibilità di condizionarne il processo produttivo. Detto ciò, le mie scelte nell’ambito della progettazione sono quasi sempre intenzionalmente condizionate dalla volontà di creare meno problemi possibili all’ambiente.

In generale, come il design può contribuire a migliorare l’ambiente?

Se ci riferiamo al prodotto industriale, credo che i designer possano senz’altro contribuire a migliorare le condizioni del nostro pianeta o, almeno, a non peggiorarle. Penso ad esempio a scelte oculate in fatto di materiali riciclabili, alla progettazione di oggetti durevoli o prodotti facilmente smontabili per un comodo recupero e riciclo delle parti componenti, al risparmio di energia nella fase di produzione, alla progettazione di imballaggi eco-compatibili o eco-sostenibili. Inoltre sono sempre più convinto che il design possa contribuire a diffondere presso i consumatori una nuova cultura del rispetto per l’ambiente. Se, ad esempio, i residenti di un edificio continuano a sbagliare la raccolta differenziata dei rifiuti, allora potrebbe essere utile il lavoro di un designer che aiuti la comunicazione verso comportamenti più virtuosi.

“Bramo”, la sua recente creazione, è un oggetto che abbina design a utilità. È possibile unire l’utile al dilettevole… e al sostenibile?

Bramo è un piccolo progetto che non pretende di costituire un riferimento per altri. Tuttavia offre il vantaggio di trasformare una vecchia tipologia come quella del vaso da fiori, in una forma comoda per il cambio dell’acqua o utilizzabile anche quando in casa mancano fiori e ci si voglia dedicare alla cura delle piante. Dal punto di vista ambientale, Bramo è un prodotto monometrico ed è realizzato in vetro borosilicato, due caratteristiche che lo rendono facilmente riciclabile. In sostanza ritengo che sia certamente possibile ma, soprattutto, forse è ormai necessario, unire l’utile al sostenibile. La parola “dilettevole” non mi appassiona affatto, ma credo che sia ancora perseguibile un ideale estetico senza per questo rinunciare all’utilità o alla sostenibilità. L’idea che si possa, o addirittura si debba, sacrificare qualunque contributo estetico in virtù di una maggiore aderenza ai temi della sostenibilità, un’idea molto cara a certi ambienti del nord Europa, non mi ha mai convinto.

Nel futuro del design che spazio pensa avrà la sostenibilità?

In generale penso che il mondo del design debba necessariamente adeguarsi all’idea che il nostro pianeta non possa continuare a digerire ancora a lungo la massa di prodotti i Sapidi, coppia di dosatori longitudinali per sale e pepe in vetro borosilicato.  Consentono di dosare meglio la caduta delle polveri, effettuando una lieve percussione dalla posizione orizzontale (come per far cadere la cenere dalle sigarette).  Good Design Award 2004 da the Chicago Athenaeum Museum.immessi sul mercato al ritmo attuale. Penso che ci si debba interrogare con urgenza verso quale futuro ci si voglia dirigere. Tenendo conto che la tecnologia informatica ha letteralmente reso inutile una quantità di oggetti di uso comune o stia per farlo, mi sento di immaginare un futuro abbastanza vicino in cui il designer non si debba più impegnare nella progettazione di oggetti tridimensionali, quanto piuttosto nell’ideazione di nuovi servizi per il pubblico da risolvere grazie all’ausilio di nuove applicazioni e nuovi software. Da un lato immagino dunque la diffusione di figure professionali, sorta di designer digitali illuminati, che evitino quanto più possibile la produzione di nuovi oggetti tridimensionali e quindi l’uso di risorse vergini. Dall’altro lato immagino nuovi progettisti specializzati nel recupero e nel riutilizzo di materiali già impiegati nel passato: un colossale processo di recupero che prenda atto che sino ad ora abbiamo tutti vissuto molto aldilà delle nostre possibilità, sperperando le risorse disponibili sul pianeta. Un processo magari di non facile attuazione anche perché comporterebbe un radicale ripensamento delle nostre vite ma, credo, sempre più necessario.

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