Wise Society : Agostino Petrillo: «Macché smart city, le città italiane rischiano il degrado»
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Agostino Petrillo: «Macché smart city, le città italiane rischiano il degrado»

Bisogna prima strutturare le smart city o stimolare le coscienze degli smart citizen? L'abbiamo chiesto a un docente di sociologia urbana del Politecnico di Milano. La risposta è sconsolante: «In Italia manca una politica adeguata sulla questione ambientale»

Mariella Caruso
28 novembre 2013

Agostino PetrilloSmart city e smart citizen: è necessario prima strutturare le smart city per poi invitare i cittadini a fruirne o è più opportuno prima stimolare la coscienza smart nei cittadini per poi mettergli a disposizione strumenti per mettere in pratica i loro comportamenti? Potrebbe sembrare una domanda paradosso. Ma non lo è.

Noi di Wise Society lo abbiamo chiesto al professor Agostino Petrillo, professore di Sociologia urbana al Politecnico di Milano. «Crescita delle smart city e consapevolezza degli smart citizen vanno di pari passo. A volte le istanze dei cittadini non derivano da un processo di “building” illuministica che sapienti, scienziati o amministratori edotti dei fatti operano sulla popolazione. Ci sono anche dei processi di consapevolezza che prendono le mosse dalla stessa popolazione – spiega Petrillo -. Basti pensare alla vicenda delle transition town (il movimento spontaneo fondato dall’ambientalista Rob Hopkins, ndr) che attraverso l’incontro tra gruppi di cittadini consapevoli ed esperti hanno promosso la pratica di comportamenti consapevoli».

L’incontro felice è sempre a metà?

«È chiaro che un paese “deculturato” in cui l’unico modo di far capire che c’è un problema energetico crescente è quello di aumentare il prezzo della benzina è difficile che questo tipo di consapevolezza ambientale fatichi a farsi largo. L’Italia è negli ultimi posti tra i paesi europei per la risposta delle nostre città ai moniti dell’Ue alle questioni ambientali, ma anche semplicemente per i tentativi di inquadrare le trasformazioni urbane in un discorso più ampio di pianificazione».

«Nel mondo vincono le città che s’interessano della questione ambientale»

 Qual è l’idea italiana delle smart city?

«In Italia le smart city sono sempre state viste con una coloritura di tipo esclusivamente tecnologico che è riduttiva rispetto alla realtà. Non è che con un tram intelligente o sciogliendo alcuni problemi di traffico una città diventa “smart” perché il termine prevede che le città debbano fronteggiare tutte le problematiche legate alla sostenibilità».

Quindi?

«Privilegiare l’aspetto tecnologico senza tenere conto delle incombenti questioni ambientali è un eufemismo estremamente semplificato per affrontare le questioni delle smart cities».

Dove sta il problema? Manca un collegamento tra amministrazioni, aziende e cittadini?

«In buona parte si tratta di un problema politico a più livelli. Manca la comunicazione, ma anche l’attivazione delle politiche di trasformazione delle città che in Italia sono troppo lente. I discorsi sul ruolo che le città hanno sia dal punto di vista attivo, sia da quello passivo nell’innalzamento climatico non sono ancora stati compresi dalle nostre amministrazioni. Non è stato recepito nemmeno quello che, ormai da 10 anni, è considerato uno standard per le città europee».

Image by © Tobias Hase/dpa/CorbisCi fa un esempio?

«Nelle città tedesche è stato fatto un lavoro capillare di riduzione di CO2. A Monaco di Baviera sono stati fatti interventi radicali che hanno permesso all’amministrazione di conquistare per alcuni anni di seguito il premio per la maggior riduzione di Co2. Gli interventi hanno ridotto il traffico attraverso incentivazione dell’uso della bicicletta, l’incremento dei trasporti intermodali con la possibilità di bike sharing e car sharing nelle stazioni, estensione della rete del Tpl fino ai margini della città e le campagne pubblicitarie per l’incentivazione dell’utilizzo dei mezzi pubblici. Inoltre la legge bavarese impedisce di costruire a più di 400 metri di distanza dall’ultima fermata di metropolitana».

Perché gli amministratori italiani faticano a inserire i temi della mobilità sostenibile nei loro programmi?

«A causa dell’arretratezza culturale. All’estero c’è molta più sensibilità. Si dovrebbe far capire loro che le città di maggior successo in Europa sono quelle che riescono a introdurre politiche efficaci di ripensamento della questione ambientale perché oggi è importantissimo, per attirare le nuove élite, che sono l’elemento trainante del rilancio economico delle città, offrire un ambiente di lavoro e di esistenza che sia gradevole e accettabile».

«L’Italia è tristemente noto come il Paese dei veleni»

Terra dei Fuochi - Image by © Eliana Esposito/Demotix/CorbisLe città italiane, invece, che ambiente offrono?

«Il nostro è tristemente il paese dei veleni, non dimentichiamo il tema della gestione dei rifiuti che oggi investe la “terra dei fuochi“. Questo crea un panorama di desolante arretratezza delle città terzomondiali e non soltanto in tema di gestione di spazzatura. Già il traffico di Roma, capitale d’Italia, è emblematico di una città che è rimasta indietro».

Come si fa ad andare avanti? E soprattutto a conciliare tutto ciò con i tagli dei trasferimenti statali che non risparmiano il trasporto pubblico.

«Occorre la capacità da parte della politica di darsi degli obiettivi e di concretizzarli attraverso una programmazione attenta. Il piano di riduzione della Co2 a Monaco è stato portato avanti per 10 anni. Naturalmente sarebbe stato più facile avviare certe politiche in periodi economicamente più floridi, ma è inutile piangere sul latte versato. Bisogna guardare all’oggi e avviare programmi di educazione alla riduzione dell’uso dell’automobile provata in città. Anche i cittadini dovrebbero essere invitati a organizzarsi. Non si tratta soltanto, retoricamente, di creare reti di partecipazione ma di avviare concretamente un cambio del proprio stile di vita da parte di chi, rendendosi conto del problema, decidano che è arrivata l’ora di prendere il destino con le proprie mani».

E’ possibile farlo anche in un momento di profonda crisi economica e sociale?

«Oggi è più difficile parlare di comportamenti ambientalmente sostenibili perché le differenze sociali si stanno approfondendo e c’è una costante erosione della classe media. Non è un caso che il programma del nuovo sindaco di New York, Bill De Blasio, fosse improntato all’uguaglianza sociale. Da sociologo, purtroppo, intravedo il rischio che alcuni temi rimangano appannaggio di determinati ceti e quindi chi può mangia biologico, difende il proprio quartiere, si sposta responsabilmente e gli altri si nutrono col junk food, si spostano con mezzi inquinanti».

«Senza cambiamenti il degrado delle città italiane è dietro l’angolo»

Roma - Image by © Guenter Rossenbach/CorbisQual è il rischio che si sta correndo?

«Senza un rinnovamento profondo dal punto di vista sociale, politico e ambientale le città rischiano il degrado. Siamo di fronte a una strettoia storica in cui se non si cambia ci sono minacce consistentissime. I centri urbani, per esempio, saranno i primi ad essere interessati dal cambiamento climatico del quale ci renderemo conto prestissimo. Uno studio francese di prospezione delle grandi città d’Oltralpe traccia scenari terribili per i 2050, anno in cui il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città».

Esistono studi simili per le città italiane?

«No, nessuno li fa anche perché in Italia si è smesso da anni di studiare in maniera attenta le città. Anche quella “ricerca edulcorata” commissionata da grandi amministrazione pubbliche o fondazioni non si fa più. Per trovare uno studio valido sulla città di Milano bisogna andare indietro di 7/8 anni».

Quindi nessuno si sta chiedendo come può cambiare il panorama urbano nel nostro paese…

«Purtroppo è così, al contrario di ciò che accade in altri paesi europei nei quali questi dati sono i primi a venire valutati nella programmazione urbana. Come detto prima le nostre città richiamano realtà terzomondiali»

La decrescita felice auspicata da molti può essere una soluzione?

«La decrescita più che felice mi pare obbligata. Purtroppo ha anche un effetto domino che non può essere pianificato. Occorre invece applicare le tecnologie nelle città, va fatto in modo che il sapere non resti nei laboratori, che le conoscenze diventino di massa e si radichino nella testa delle nuove generazioni. Viviamo in un presente pieno di contraddizioni gigantesche quando esisterebbero  le opportunità e alcuni esempi virtuosi ce lo mostrano».

Ce ne sono anche in Italia?

«Purtroppo no. Qui anche quei pochi piani che vengono fatti sono realizzati soltanto per salvaguardare gli edifici storici. Ma sono pochi e l’Italia non è solo quello».

 

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