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Second hand economy: quanto piace ed è green l’usato

Passare dall’economia lineare all’economia circolare è una via premiante per l’ecosostenibilità e che piace sempre più ai consumatori. E gli esempi non mancano

Andrea Ballocchi
6 novembre 2017

Passare dall’economia lineare all’economia circolare è ormai cruciale per garantire una prospettiva sostenibile all’ambiente. Ne sono convinti ormai la stragrande maggioranza delle persone interpellate sul tema e da parte dei giovani questa sensibilità è sempre crescente. Questi aspetti sono stati analizzati nel corso del Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, presso l’Università Bocconi a Milano.

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Il giro d’affari della Second hand economy nel 2016 è stato di 19 miliardi di euro, con una crescita di 1 miliardo rispetto al 2015, foto:publicdomainpictures.com

QUANTO PIACE ED E’ GREEN L’USATO – Tra i protagonisti dell’incontro anche Anna Comincini, di Doxa – Osservatorio Second Hand Economy, con i dati raccolti attraverso i consumatori che si riferiscono al portale di compravendita online Subito.it. E a proposito di economia basata su beni di seconda mano, si scopre che il giro d’affari che ha generato nel 2016 è stato di 19 miliardi di euro, con una crescita di 1 miliardo rispetto al 2015. Una cifra enorme, pari all’1,1% del PIL. Di questa cifra, il 37% è legato alla sfera online. È interessante anche notare quanto la second hand economy sia percepita come una pratica sostenibile: il 60% del campione crede che favorisca lo sviluppo della sostenibilità ambientale. E sostenibile lo è davvero se si pensa che, grazie alla pratica di compravendita dell’usato, è stata evitata l’emissione in atmosfera di un quantitativo di CO2 equivalente a 6,1 milioni di tonnellate nel solo 2016.

L’indagine Doxa ha evidenziato inoltre che la compravendita dell’usato piace e si diffonderà sempre più: il 59% degli utilizzatori lo farà in termini di acquisto in prospettiva e il 56% per la vendita futura.

IL MODELLO HUMANA – Ci sono realtà che si occupano di reimmettere abiti usati attraverso un percorso che dagli appositi cassonetti arriva all’utente finale, creando iniziative e programmi di utilità sociale. Stiamo parlando di Humana, società nata negli anni Settanta con un obiettivo umanitario focalizzato sulla raccolta di indumenti usati per le popolazioni più disagiate. Questa realtà si è espansa e ottimizzata, e oggi il recupero dei vestiti donati nei contenitori Humana genera un sensibile impatto sociale, che nel 2016 ha contato su più di 1,4 milioni di euro impiegati a sostegno degli interventi di cooperazione internazionale. Non solo: il recupero ha un’importante valenza ambientale, grazie alla riduzione delle emissioni di CO2 e dell’impiego di risorse naturali per produrre abbigliamento e accessori nuovi.

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Il mercato della Second hand economy in Italia rappresenta l’1,1% del PIL, foto: iStock

La stessa realtà ha mostrato l’andamento di quello che è economia circolare ed economia lineare in un esempio. Si stima, infatti, che ciascuno di noi acquista 14 kg di abbigliamento e calzature ogni anno. Ovvero circa tre miliardi di prodotti. Da qui l’importanza del consumatore perché faccia scelte più sostenibili. La differenza tra sharing economy e circular sta proprio qui: la prima ha il suo focus sull’oggetto mentre nella seconda il soggetto è il consumatore.

L’analisi di Humana è andata anche a mostrare come va a finire quanto contenuto negli armadi di casa nostra: fatto 100 quello che si ha al suo interno «abbiamo cercato di analizzare a chi lo si destina – ha spiegato Alessandro Strada, Responsabile Marketing and Key Partners Humana People to People Italia – solo 1% vende i capi; il 19% rimane nell’armadio mentre il 14% viene regalato ad amici e parenti; il 12% viene conferito in discarica; il 54% viene donato a realtà di raccolta indumenti usati. E qui entra in gioco Humana, che ne prende una fetta di 20mila tonnellate su 124 mila indumenti dati in raccolta e le inserisce in un percorso tale da reimmettere ogni anno 50 milioni capi ogni anno attraverso i propri punti vendita; coperti i costi, i margini dell’attività vanno a sovvenzionare programmi di utilità sociale.

I limiti sono ancora evidenti: secondo gli ultimi dati Ispra la raccolta pro capite effettuata tramite donazioni è di 2 kg per abitante, molto inferiore rispetto ad altre realtà, quali la Germania che arriva a 7 kg e comunque più bassa rispetto al quantitativo annuo di prodotti d’abbigliamento acquistati ogni anno. Un altro limite per le attività che si occupano di questo comparto è costituito dalla sfera legislativa e fiscale che ostacola e grava su di esse.

PROGETTI SOSTENIBILI E SOLIDALI – In attesa che anche a livello legislativo si riesca a facilitare le realtà che operano nel settore “seconda mano”, ad esempio parificando l’IVA al 10% com’è oggi per la raccolta differenziata invece del 22% dell’imponibile richiesto per l’attività di raccolta specifica si sono ricordati alcuni progetti nati grazie a Humana e alla collaborazione con diversi enti e aziende. Uno di questi vede impegnata Assocalzaturifici, la principale associazione delle imprese calzaturiere italiane. Il progetto in questione, “Anche con i piedi si può dare una mano”, prevede che le aziende consociate donino a Humana calzature di fine serie e vecchie collezioni. Quest’ultima le impiegherà per finanziare il progetto di inclusione scolastica in Malawi, dove il problema dell’analfabetismo è ancora sensibile. Un ottimo esempio di come la sostenibilità ambientale si fa sociale ed economica.

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