Wise Society : Lo sport è una questione di testa. Soprattutto per chi non ha più le gambe
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Lo sport è una questione di testa. Soprattutto per chi non ha più le gambe

Amputato per un incidente d'auto a 21 anni, Daniele Bonacini, ingegnere e sportivo, non si è perso d'animo. E ha fondato un'azienda di protesi, per dare a tutti la speranza di correre

Michele Novaga
26 aprile 2012

Daniele BonaciniLa cosa che più colpisce di Daniele Bonacini, ingegnere 42enne di Milano, è il sorriso stampato in faccia. Nonostante il terribile incidente d’auto nel quale è rimasto coinvolto quando aveva solo 21 anni: «Era il 22 dicembre del 1993: lo sterzo della macchina si è bloccato di colpo in curva e così sono andato a sbattere contro il guard rail che mi ha letteralmente segato la gamba destra sotto il ginocchio», racconta.

Difficile riprendersi da un trauma di questo tipo per chiunque. Ma Daniele non si è perso d’animo e, dopo aver messo la prima protesi presso un centro specializzato di Budrio in provincia di Bologna, ha ricominciato di nuovo a camminare. Certo, il periodo immediatamente dopo l’incidente non è stato facile.

Tornare in pista dopo un grave trauma

 

«Ho trascorso tre mesi all’Ospedale di Niguarda. E poi, dato che il livello tecnologico degli anni ’90 non era quello di oggi, ho affrontato un periodo di riabilitazione per imparare a camminare», continua Bonacini. Che, ancora studente di ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, ha ricominciato di nuovo a correre partecipando a quattro europei e tre mondiali e alle Paralimpiadi di Atene nel 2004.

«Lentamente ho preso coscienza del fatto che le limitazioni che un amputato poteva avere erano più che altro legate al progresso tecnologico. Nel momento in cui una persona ha accesso alla tecnologia, può fare quasi tutte le cose che faceva prima».

Mettere la tecnologia al servizio di tutti

 

Ed ecco l’intuizione nata proprio al ritorno da Atene dove, per la cronaca, ha conquistato un dignitoso sesto posto nel salto in lungo. «Stavo svolgendo un dottorato di ricerca in Disegno e Metodi di sviluppo prodotti al Politecnico di Milano e ho convogliato lì tutta la mia esperienza sui materiali compositi, quella della vita vissuta e aggiungendoci la mia passione, ho creato la Roadrunnerfoot.

Le paralimpiadi di Atene sono state per me una grossa opportunità per rendermi conto dell’impatto della tecnologia in Paesi diversi: ho visto atleti correre con invasi Sache fatti in legno e altri che gareggiavano con protesi altamente sofisticate e tecnologiche in fibra di carbonio, alcune realizzate in collaborazione con l’ESA, l’Ente spaziale Europeo. Un impatto diverso a seconda dei mondi di provenienza e delle possibilità economiche dei singoli atleti».

Come è nata Roadrunnerfoot

 

Roadrunnerfoot nasce proprio da questa esperienza. Un’azienda nata nel 2007 e che, dopo due anni di start-up dedicati a ricerca e sviluppo, oggi produce ed esporta circa 1000 protesi l’anno vendendole in Italia attraverso una trentina di ortopedie e in vari Paesi d’Europa, Africa e USA.

«La mission è quella di rendere accessibile la tecnologia all’utenza cercando di contenere i prezzi che non significa realizzare ausili low cost anche perché noi facciamo protesi che offrono la massima performance. I nostri piedi sono realizzati in modo che ci sia un equilibrio elevato tra energia accumulata ed energia restituita per migliorare la vita di una persona amputata consentendogli il reinserimento nell’ambiente sociale e lavorativo».

Un piede innovativo perché si basa sul funzionamento di tre appoggi con l’attivazione e la restituzione di spinta di ogni lamina nello stesso momento in cui si attiva il gruppo muscolare di riferimento. Durante la camminata la persona amputata ha un cammino completamente assistito cosa che non fanno gli altri piedi.

Dare una mano ai Paesi in via di sviluppo

 

Ma la Roadrunnerfoot ha eleborato anche una protesi per correre. «La protesi è il risultato delle analisi della biomeccanica della corsa fatte durante il dottorato di ricerca da cui abbiamo potuto evincere come i piedi dei concorrenti durante il caricamento a terra presentano una componente negativa che si genera sull’anca.

L’obiettivo della progettazione della nostra protesi era eliminare questa componente attraverso una diversa distribuzione degli spessori lungo il profilo del piede massimizzando l’energia restituita durante l’appoggio a terra», spiega Daniele. «E sembra che l’obiettivo sia stato centrato dato che siamo arrivati ad una restituzione dell’85 percento dell’energia elastica, un 5 percento in più rispetto ai piedi dei nostri concorrenti, eliminando la componente negativa che facilita l’avviamento allo sport del principiante e massimizza la prestazione dell’atleta agonista».

Questa mission di mettere la tecnologia a disposizione di tutti, Daniele Bonacini e la sua azienda lo praticano nei Paesi in via di sviluppo con l’obiettivo di fornire le protesi a costo di produzione senza margine di guadagno per consentire soprattutto ai bambini di riprendere a camminare. Sono già intervenuti ad Haiti con la Fondazione Rava e poi con i Lions. Ma anche in altri paesi come Iraq e Siria.

Un consiglio? Non smettere di sentirsi atleti

 

«Cerchiamo dei finanziatori che coprano i costi di produzione, sostanzialmente i pezzi, e poi noi li forniamo andando in loco e assicurandoci che vengano montate nella maniera corretta», aggiunge ancora Daniele. Che vuol anche lanciare un appello a tutti gli amputati a fare sport. «La tecnologia ha fatto passi da gigante consentendo una riabilitazione nei confronti della persona amputata che non si deve più limitare alla camminata quotidiana.

Il mio suggerimento è quello di praticare sport come prima. A me lo sport ha dato tantissimo, è una parte fondamentale della mia vita. Nel momento in cui uno perde un arto e riesce a correre facendo buoni tempi capisce che i limiti sono soprattutto nella testa e che nella vita di ogni giorno è possibile per tutti spostare l’asticella dei propri obiettivi sempre più in alto».

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