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La sostenibilità aziendale crea più valore. Per tutti

Il direttore del "Centro di Ricerca su Sostenibilità e Valore" dell'Università Bocconi, conferma che le aziende orientate alla qualità e all'innovazione hanno una maggior tenuta nel tempo e trasferiscono i benefici del loro agire virtuoso a dipendenti e stakeholder

Vincenzo Petraglia
14 luglio 2011

Stakeholder Management, album di Robert Higgins/flickrSono diversi gli elementi di interesse emersi dallo studio “Creazione e distribuzione del valore della sostenibilità”, condotto al fine di individuare indicatori capaci di valutare il reale impatto degli investimenti in sostenibilità, per l’azienda e i suoi stakeholder. Ce ne spiega i risultati più significativi Francesco Perrini, direttore del CReSV (Centro di Ricerca su Sostenibilità e Valore) dell’Università Bocconi di Milano, all’interno del quale è stata condotta l’indagine.

Quali ambiti siete andati ad indagare nel vostro studio?

La ricerca racchiude tre studi, effettuati su un campione di aziende europee che avessero almeno dieci anni di vita, relativi a: creazione di valore delle aziende sostenibili rispetto a quelle che non lo sono, creazione di valore all’interno di relazioni di filiera – quindi nella gestione degli altri stakeholder fra cui le risorse umane e gli azionisti – e la correlazione dell’investimento in sostenibilità o responsabilità socialità con la performance aziendale.

Cosa è venuto fuori? Per esempio, a proposito della distinzione tra aziende value driven e imprese cost driven

Sotto questo punto di vista sono emersi due grandi risultati: il primo dice che non c’è differenza in termini di utili fra i due tipi di azienda mentre l’altro mette in evidenza una superiorità delle imprese sostenibili nella soddisfazione del proprio stakeholder network. Vale a dire che queste società creano un maggior valore aggiunto che distribuiscono con tutti gli stakeholder e, alla fine, l’azionista guadagna gli stessi rendimenti che guadagnano le imprese cost driven. Questo è un risultato positivo perché dimostra che la sostenibilità aziendale genera creazione di valore per tutti e non soltanto per un unico stakeholder.

Fra le imprese sostenibili avete riscontrato anche il 70 percento di fallimenti in meno rispetto a quelle cost driven. Questo significa che le aziende del primo tipo sono più affidabili nel tempo?

Sono meno rischiose e volatili rispetto a quelle cost driven perché creano maggiore valore nel lungo periodo. Nel condurre la nostra ricerca siamo partiti da un ampio numero di aziende, che abbiamo poi ridotto a un campione di 102. È venuto fuori che le imprese sostenibili, quindi quelle orientate alla qualità e all’innovazione, creano maggior valore e hanno una maggiore tenuta nel tempo rispetto a quelle che sono invece orientate soltanto alla minimizzazione dei costi, quindi alla ricerca di maggior profitti attraverso la riduzione dei prezzi di vendita e dei costi di gestione. Danno risultati migliori in termini di distribuzione del valore aggiunto agli stakeholder e i soggetti che beneficiano di tale valore sono in primis le risorse umane interne, quindi dipendenti e manager dell’azienda, e quelle esterne, quindi coloro che lavorano nella filiera produttiva dell’impresa.

Key stakeholders, album di Kaja.A/flickr

Un nuovo approccio all’impresa, che richiama in qualche modo quello che considera il Pil come un indicatore ormai superato per misurare il reale benessere di una nazione…

Non a caso nel portare avanti il nostro studio non siamo andati a guardare solo le performance economico-finanziarie che derivano dalla semplice analisi del bilancio, quindi della profittabilità e della marginalità, ma siamo andati a valutare invece la creazione di valore per tutti gli stakeholder e quindi anche la distribuzione del valore aggiunto, da parte dell’impresa, ai soggetti con i quali si interfaccia. Se facciamo un parallelismo con la misurazione a livello macro, il Pil corrisponde al conto economico dell’azienda. Guardando al fatturato è come se guardassimo, infatti, a livello macro il Pil, ma per andare oltre bisogna valutare i cosiddetti “parametri intangibili”. Qualcuno parla di benessere interno lordo, altri di felicità, ma il concetto non cambia: vicino ai dati quantitativi del Pil bisogna valutarne anche altri, qualitativi.

Quanto influisce l’attuale periodo di crisi sulla maggiore attenzione alla sostenibilità, anche come chiave per reiventarsi e superare le difficoltà degli ultimi anni?

Anche se siamo ancora troppo vicini all’inizio della crisi e quindi è difficile poter quantificare il suo impatto sulle politiche di sostenibilità e responsabilità sociale delle imprese, possiamo dire che le aziende che hanno preservato, per esempio, il capitale umano, riducendo al massimo i tagli sul personale, oggi si trovano in posizione di vantaggio nel ripartire, nell’investire in ricerca e sviluppo e nel fare innovazione, magari anche con prodotti sostenibili. L’aver sopportato dei costi di manodopera superiori, per qualche tempo, ritorna quindi come fatto positivo, perché permette di ripartire, non dovendo sostenere costi di assunzione e di formazione. Le imprese sostenibili, proprio grazie alla maggiore capacità professionale e alla più alta propensione alla ricerca e all’innovazione, non solo possono innovare nel settore in cui operano ma possono andare ad aprire nuovi mercati, quelli dei prodotti socialmente responsabili. Questi nuovi mercati sono valutati dal World Economic Forum per lo Sviluppo Sostenibile all’incirca in 6,2 trilioni di dollari da qui al 2030, quindi un nuovo amplissimo mercato tutto da aggredire.

Planet, album di azrainman.com/flickrSu cosa si giocherà il futuro della sostenibilità? Quali gli scenari che ci attendono, fra rischi e opportunità?

Sono ottimista perché ho in mente un dato: oggi sul Pianeta siamo 5 miliardi di persone e secondo alcune proiezioni demografiche al 2030 e al 2050 diventeremo probabilmente 9 o 10 miliardi. È stato calcolato che, continuando a consumare e gestire l’economia come stiamo facendo, se anche rimanessimo 5 miliardi di persone avremmo bisogno di 2 pianeti e mezzo per soddisfare i nostri fabbisogni. Essendo però previsto un raddoppio della popolazione mondiale, vuol dire che nel 2030 avremo bisogno di ben 5 Terre. Questo significa che siamo insostenibili e che i modelli di produzione e di consumo devono necessariamente cambiare. Man mano che ci avviciniamo a quella scadenza, se non vogliamo soccombere, è ragionevole pensare che i nostri comportamenti cambieranno sempre di più e sempre più in fretta.

 

 

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