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Green 3.0, ripartire dalla sostenibilità per dare nuovo futuro all’Italia

Un libro e un recente evento, organizzato a Milano dall'Osservatorio Green Economy della Fondazione ISTUD, rilanciano la necessità per le imprese di innovare, fare sistema e abbattere gli sprechi

Vincenzo Petraglia
16 gennaio 2013

Di questi tempi in cui la spending review è diventata il centro assoluto del dibattito politico-economico non solo italiano, è utile partire da alcuni dati inequivocabili per sottolineare quanto tale dibattito si concentri solo su certi limitati aspetti, presunti sprechi e tagli di spesa tralasciandone invece altri, importantissimi, che oltre a ridurre la spesa pubblica potrebbero contribuire anche alla ripresa economica, favorendo per esempio nuovi posti di lavoro, apertura di imprese, maggiore utilizzo di fonti energetiche alternative.

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Italia più verde, meno spread

 

Ogni anno sei grandi Paesi (Brasile, India, Filippine, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti) buttano via 5,3 miliardi di mele. Messe in fila farebbero il giro della Terra nove volte. 5,3 miliardi di mele inquinano quanto 10 milioni di barili di petrolio bruciati: la quantità di gas serra che si produce buttandole in discarica è la stessa.

Il maggior produttore di yogurt in Italia spende 20 milioni di euro l’anno per smaltire il prodotto scaduto. Meglio sarebbe forse razionalizzare la produzione piuttosto che produrre per poi buttar via. La grande distribuzione spreca un miliardo di euro ogni anno in cibo che si butta (mentre nelle nostre case si getta il 42 percento del cibo complessivamente sprecato).

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Una cifra che potrebbe servire a sfamare 600mila persone. L’Italia è il terzo Paese europeo per dimensione del mercato dei rifiuti urbani, ma il riciclo si ferma al 33 percento, mentre il 53 percento finisce in discarica e solo il 4 percento dei rifiuti è sfruttato come combustibile per produrre energia, un business che a sua volta porterebbe parecchi nuovi posti di lavoro.
Sono solo alcuni dei dati inseriti nel libro dal titolo un po’ provocatorio Green 3.0. Italia, più verde meno spread (a cura di M. Guandalini e V. Uckmar – Mondadori Università, 368 pagg., 24 euro), frutto del lavoro dell’Osservatorio Green Economy della Fondazione Istud e Mondadori Università. Ad esso è anche legato un evento di recente organizzato a Milano da Istud che ha chiamato a raccolta alcuni dei player più innovativi ed attivi del nostro Paese nel campo della green economy.

Come trasformare la crisi in opportunità

 

Obiettivo? Far conoscere queste realtà virtuose, che troppo spesso rimangono nell’ombra, e fare insieme sistema velocizzando così un processo di modernizzazione rispetto al quale le decisioni della politica sono spesso ancora notevolmente in ritardo. E questo perché la crisi può diventare un’opportunità per tutti, occasione per rivedere il vecchio sistema socio-economico su cui sì è finora fondato il mondo occidentale e ripensarlo secondo un’idea semplice quanto veritiera ed attuale che un genio come Albert Einstein esplicitò già molti anni fa: “La crisi è la benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi”.

A patto ovviamente che si sappia imparare dai propri errori. Ecco dunque l’urgenza, come emerso anche durante l’evento Istud, del riordino, per esempio, dei consumi e dei vecchi modelli produttivi secondo un concetto di crescita che non va più inteso e confrontato con i modelli del passato, ormai superati e rivelatisi inefficaci nel garantire un reale benessere sociale.

“Più verde meno spread” può diventare, dunque, lo slogan per una nuova Italia decisa a fondare il suo futuro sulla sostenibilità e sul definitivo abbandono di un’economia vecchia, satura, ricavandosi invece nuove opportunità di investimento e lavoro.

Orti urbani, Image by © Max Wanger/Corbis

Rivedere il nostro modello industriale

 

«La green economy è la risposta alla doppia crisi, economica e climatica, di questa nostra epoca e offre la possibilità di una radicale revisione dell’attuale modello industriale, evidentemente sbagliato e poco rispettoso delle generazioni future» ha sottolineato nel corso dell’evento Pietro Colucci, presidente Kinexia Spa, una delle tante realtà produttive italiane ospiti.

«Essa favorisce la trasparenza dei sistemi produttivi, l’abbassamento dei prezzi, per esempio dell’energia, e quindi di conseguenza anche la competitività delle imprese e nuovi posti di lavoro. Un circolo virtuoso reso possibile dal fatto che, diversamente dal passato, oggi industria e ambiente possono procedere di pari passo».

Le imprese innovative e l’industria tradizionale – è emerso – non sono, infatti, in antitesi fra loro ma devono, invece, collaborare e fare sistema. L’appello è innanzitutto alla politica, come sempre in ritardo sull’economia reale e sulla realizzazione degli obiettivi indicati dalla Ue, e che in alcuni casi, invece di fornire alla società e alle imprese gli strumenti necessari all’innovazione, frena la crescita di un’economia basata sull’efficienza energetica, sullo sviluppo delle fonti alternative agli idrocarburi, sulla realizzazione delle smart city (le città intelligenti), sulla mobilità sostenibile e la tutela del territorio.

Credit: Ricardo Francone/madeinphotos

Più ricerca e innovazione

 

Il problema è che troppo spesso sia lo Stato che le aziende utilizzano la crisi come alibi per tagliare in ricerca ed innovazione. Niente di più sbagliato, ha sottolineato Eliana Baruffi, corporate communication manager di Abb Spa, multinazionale che ha fondato proprio su queste due parole chiave il proprio successo.

«Il vero cambiamento», ha detto, «non può prescindere dalla ricerca e dall’innovazione. Nessuna impresa può ormai esimersi dall’investire in tali ambiti per ridurre l’impatto della propria attività economica sia sull’ambiente che sui suoi stakeholder. Questo significa agire sia a livello tecnologico che culturale, affinché maturino in tutti atteggiamenti più attenti alla sostenibilità», ha proseguito Baruffi, «non solo per questioni etiche, ma anche per ragioni economiche: è statisticamente provato che gli investimenti in sostenibilità vengono sempre ammortizzati da un’azienda in termini di risparmio dei costi di gestione e maggiore produttività».

Su questa scia anche l’intervento di Paolo Ronchetti, giovanissimo general manager di Equilibrium, il quale ha focalizzato l’attenzione sulla necessità di passare dal classico forecasting aziendale al cosiddetto backcasting, chiave di volta per un percorso imprenditoriale davvero innovativo.

Dunque, pianificazione dell’attività economica a ritroso, a monte di tutti i processi aziendali, così da valutare le conseguenze che le scelte di base e l’operato di un’azienda potrebbero avere sul futuro, «discorso quantomai valido – ha sottolineato Ronchetti – per quelle start-up che vogliono capitalizzare i propri investimenti e durare nel tempo, dando nel contempo una mano al Pianeta, alle generazioni future e a un’economia più saggia e lungimirante».

Image by © Philippe Intraligi/Ikon Images/Corbis

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