Wise Society : Decrescita: come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere
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Decrescita: come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere

Uscire dalla logica dei consumi e dello sviluppo a tutti i costi e tornare a investire nelle relazioni sociali e nella solidarietà. Ecco la ricetta dell'economista Stefano Bartolini alla conferenza di Venezia, dove ha presentato il suo "Manifesto per la felicità"

Michele Novaga
3 settembre 2012

Image by © Cargo/ImageZoo/Corbis«Nelle società occidentali ansia e depressione sono in costante crescita soprattutto negli Usa. E questo nonostante i grandi cambiamenti degli ultimi decenni, che ci hanno portato a liberarci dalla povertà di massa, ci hanno permesso di accedere ai beni di consumo, all’istruzione. Oggi viviamo più a lungo e in modo più salubre.

Tuttavia molti sono coloro che vivono in uno stato di disagio e di malessere nel quale le relazioni sociali ed interpersonali sembrano conoscere crescenti difficoltà. Tutto ciò in un mondo aggravato dalla situazione dell’ecosistema minacciato costantemente».

Più ricchi ma più scontenti e stressati

 

Stefano Bartolini

Incomincia così, l’economista Stefano Bartolini, docente di Economia Politica ed Economia Sociale all’Università di Siena, l’intervento di presentazione a Venezia (nell’ambito della terza Conferenza internazionale sulla Decrescita) del suo ultimo libro-analisi Manifesto per la felicità: come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere frutto di un lavoro di 15 anni passati a studiare i dati della crescita economica nei paesi occidentali e gli indicatori sociali.

Un malessere che ci pone nuove domande: se la vita media si è allungata, se le tecnologie sono alla portata di tutti, se viaggiare è diventato un modo di accrescere le nostre conoscenze, dal punto di vista del benessere c’è qualcosa che sembra non aver funzionato. Secondo Bartolini, studioso del tema della felicità nelle società avanzate, «siamo andati via via impoverendo le nostre relazioni sociali, la qualità della nostra attività relazionale è venuta meno sotto i colpi del benessere economico.

La crescita economica ha tradito le sue promesse, come per esempio quella del tempo libero. Una popolazione liberata dalla povertà di massa avrebbe dedicato una porzione crescente del proprio tempo libero non a fare soldi ma ad attività culturali, di relazione, familiari. Non è accaduto: abbiamo creato, invece, un mondo di gente stressata», continua l’economista. Non solo.

Rivitalizzare il tessuto sociale delle città

 

«I beni che una volta erano comuni e gratis oggi sono privati e a pagamento. Come la badante, come la playstation, il pc, la baby sitter frutto del fatto che non esiste più un tessuto sociale di quartiere. Ci si chiude in casa, non ci si parla più nemmeno tra condomini per risolvere i piccoli problemi del vivere insieme, ma si ricorre a intermedieari e avvocati», sottolinea Bartolini.

Il degrado sociale ed il degrado ambientale sono dei motori della crescita economica: spingono la gente a compensare quello che una volta era in comune comprando cose. Così c’è bisogno di lavorare di più. Produciamo di più inquiniamo di più ci stressiamo di più.

Un circolo vizioso in cui il degrado ambientale e relazionale produce crescita economica, la crescita economica produce degrado ambientale e relazionale. Il risultato non è un maggior benessere. «Diventiamo più ricchi di beni privati diventiamo più poveri di beni comuni”, aggiunge l’economista.

Ma perché i paesi ricchi non sono riusciti a coniugare sviluppo economico e benessere? Perché il benessere materiale ci ha spinto a essere più poveri di relazioni, di tempo, di natura? «Il nostro sistema economico, e molti aspetti della nostra vita individuale e collettiva, hanno bisogno di un profondo cambiamento culturale e organizzativo.

Coniugare prosperità economica e felicità è possibile e ora più che mai necessario», conclude Bartolini. Come? «Cambiando la scuola, le città, lo spazio urbano e riducendo il traffico e la pubblicità. Almeno come punti di inizio». Tante e semplici proposte concrete per cambiare e migliorare la democrazia, il lavoro. Un’utopia che, a pensarci bene, non sembra così irrealizzabile.

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