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Sostenibilità dello sviluppo: l’Europa del futuro punta sulla bioeconomia

Per far fronte ai nuovi modelli di produzione e consumo, Bruxelles ha messo a punto una vera e propria "green strategy" che riguarda da vicino settori fondamentali della nostra vita: cibo, energia, lavoro, difesa del clima e delle risorse

Lia del Fabro
16 marzo 2012

Foto di Håkan Dahlström/flickrIn uno scenario futuro non lontanissimo, tra meno di quarant’anni, la popolazione mondiale avrà raggiunto i nove miliardi di persone con un aumento del 30 percento rispetto ai livelli attuali, la domanda di prodotti alimentari crescerà del 70 percento con un previsto raddoppio del consumo di carne. Non solo: i cambiamenti climatici  saranno ormai diventati irreversibili e la perdita di biodiversità e l’esaurimento di risorse naturali  minacceranno l’equilibrio delle specie viventi. Non si tratta di fantascienza, ma sono gli elementi di riflessione da cui l’Unione Europea è partita per elaborare la sua nuova strategia – divulgata recentemente in un convegno a Roma – per  una sostenibilità dello sviluppo da attuare nei prossimi anni, che vede al centro di tutto un modello di produzione e di consumi diverso rispetto al passato, basato su alimenti sani e sicuri ed energia pulita. Una sfida forte ma che Bruxelles ritiene l’unica possibile per una crescita sostenibile e che richiede anche una nuova parola chiave: bioeconomia. Con questo termine si fa riferimento, in realtà, a una strategia  piuttosto complessa che coinvolge in modo trasversale settori dell’economia a volte anche in concorrenza tra loro.

Gestione dei rifiuti e sicurezza alimentare

 

Foto di GreenRon/flickrLa bioeconomia comprende la produzione di quelle  risorse biologiche rinnovabili provenienti  dalla terra dal mare, e anche dai rifiuti, da trasformare in alimenti, mangimi, bioprodotti e bioenergie. Un esempio tipico di questa filosofia verde è quello delle biomasse (residui agricoli e forestali o coltivazione di piante industriali da trasformare in energia), che l’Europa intende sostenere  per ridurre la sua dipendenza dalle risorse fossili, mantenendo la competitività dei propri mercati. Anche i rifiuti organici possono fare la loro parte perché rappresentano un potenziale notevole in alternativa ai concimi chimici o per la conversione in bio-energia, e possono coprire il 2 percento dell’obiettivo stabilito dall’UE per le energie rinnovabili. Anche la produzione di alghe da trasformare in energia è un settore a forte potenzialità su cui la ricerca scientifica sta lavorando intensamente. Oltre a quella energetica, le altre sfide che l’Europa intende affrontare con la bioeconomia, riguardano la sicurezza alimentare, la gestione delle risorse naturali, i problemi climatici, il lavoro.

Guerra agli sprechi e sinergie nel mondo agricolo

 

Foto di Rick McCharles/flickrChe cosa significa tutto questo? Andiamo con ordine: per quanto riguarda la sfida alimentare, significa che la bioeconomia intende garantire, attraverso il sostegno della ricerca di base, uno sviluppo sostenibile della produzione agricola, un’alimentazione più sana, sistemi di approvvigionamento  alimentari più efficienti in una battaglia agli sprechi più che giustificata, se si pensa ogni anno 90 milioni di tonnellate di cibo, vale a dire 180 kg per ogni cittadino europeo, sono destinati al macero. Con la gestione delle risorse naturali, l’Europa si pone l’obiettivo di produrre “di più con meno” nel settore agro-alimentare, senza mettere sotto pressione l’ambiente e il territorio, tutelando gli habitat naturali e la biodiversità, cercando il più possibile di creare sinergie tra le diverse politiche destinate all’agricoltura, alla pesca, alle foreste. Per affrontare i cambiamenti climatici, come i fenomeni di siccità e alluvioni, ormai ineludibili, l’Unione europea con le strategie della bioeconomia pensa di incoraggiare sempre più i sistemi di produzione a ridotta emissione di gas e carbonio a effetto serra, anche attraverso la sostituzione di processi di produzione esistenti con quelli più efficienti sotto il profilo delle risorse e più rispettosi dell’ambiente. Infine, la questione fondamentale del lavoro. A oggi, la bioeconomia comprende i settori dell’agricoltura, silvicoltura, pesca, produzione alimentare, produzione di pasta di carta e carta, oltre i comparti dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica: 22 milioni di persone, che rappresentano il 9 percento dell’occupazione complessiva dell’EU e che insieme producono un fatturato di 2 miliardi di euro l’anno. Aumentare i posti di lavoro è possibile, dice la Commissione europea,  se si punta all’innovazione, al lavoro altamente qualificato nei settori più tradizionali, come l’agricoltura  e la trasformazione alimentare,  e a quelli più nuovi come i settori delle bioindustrie e dei bioprodotti. Bruxelles ha calcolato che gli investimenti potrebbero creare 130mila nuovi posti di lavoro entro il 2025.

Più investimenti nella ricerca e nell’innovazione

 

Image by © Images.com/CorbisL’Europa ha in mente  tre linee guida per la realizzazione di un cambiamento sostanziale nello sviluppo dei paesi dell’Unione tenendo anche conto dell’uso sostenibile delle risorse rinnovabili a fini industriali, della tutela ambientale e delle biodiversità, nonché dell’incremento del mercato del lavoro. Al primo punto mette la ricerca e l’innovazione, e non sembrano parole vuote perché la Commissione europea sembra crederci davvero. E allora, maggiori finanziamenti dell’UE, degli Stati e dei privati, ma insieme anche a un maggiore coordinamento tra ricerca e industria, più informazione ai cittadini, migliore sfruttamento di brevetti perché le conoscenze di base e le nuove tecnologie siano diffuse in tutta la catena della bioeconomia. Per ora, a livello europeo, c’è la proposta di stanziare investimenti per 4,7 miliardi di euro destinati alla ricerca e innovazione nei settori della sicurezza alimentare, dell’agricoltura sostenibile, della ricerca marina, insomma nella bioeconomia. È stato stimato che ogni euro speso in ricerca e innovazione nella bioeconomia produrrà dieci euro di valore aggiunto entro il 2025. Una seconda priorità  riguarda lo sforzo di interazione tra le diverse  politiche destinate ai settori della bioeconomia: l’agricoltura e la pesca, l’ambiente, l’industria, l’occupazionale e l’energetico, che dovranno essere più coordinati tra loro. Si pensa, per favorire le sinergie, alla creazione di una Piattaforma comune dove potrebbero confrontarsi tutte le azioni destinate alla green strategy. Infine il rafforzamento dei mercati e della competitività nel settore della bioeconomia: il che significa, tra le altre cose, un settore agro-alimentare rafforzato con un aumento produttivo sostenibile e con l’approfondimento delle opportunità ed anche le criticità della domanda e della disponibilità futura della biomassa.

Una ricerca interessante in ecologia presso l'Università del Maryland, foto di School of Natural Resources/flickr

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