Wise Society : Decrescita: da Venezia 2012 una nuova strada verso la sostenibilità globale e locale
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Decrescita: da Venezia 2012 una nuova strada verso la sostenibilità globale e locale

Dopo cinque giorni di convegni, workshop, e incontri si è conclusa la Terza conferenza internazionale sulla Decrescita. Che ha ribadito la necessità di avviare un nuovo modello di econonomia a favore dell'ambiente e dei più poveri

Michele Novaga
25 settembre 2012

Conferenza Internazionale sulla Decrescita a VeneziaDopo cinque giorni di convegni, workshop, presentazione di libri e film si è conclusa la terza conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2012. Un evento per fare il punto su come uscire dalle logiche della produttività a tutti i costi imposta dalle teorie del neoliberismo e dalla globalizzazione imperante che riconosce come unico indicatore di benessere il PIL. Un sistema economico che secondo i teorici della decrescita non può portare lontano. Ma che anzi, va cambiato al più presto prima che porti ad altri disastri.

Dopo il convegno di apertura al Teatro Malibran con gli interventi, tra gli altri, di Serge Latouche e Helena Norberg-Hodge di mercoledì 19 settembre, nei giorni successivi si è parlato di beni comuni, lavoro, democrazia. Temi di grande interesse che fanno pensare che sia ormai tempo di cambiare anche a giudicare dall’interesse dei partecipanti: 800 le persone registrate ai seminari, diverse migliaia le presenze agli eventi paralleli. Come quello intitolato “Immaginazione e Spiritualità” tenutosi giovedì 20 nello splendido scenario della Basilica dei Frari gremita da mille persone provenienti da 47 paesi diversi in cui Alex Zanotelli, Serge Latouche e Marcelo Barros hanno parlato di sud del mondo, sostenibilità e Cristianesimo. «Non è più concepibile che in un mondo limitato abbiamo una crescita illimitata. Nel nostro pianeta ci sono risorse limitate e, secondo la FAO, un miliardo di esseri che fanno la fame» dice  padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano da anni impegnato a fianco dei poveri del mondo. Che aggiunge: «nelle previsioni di UN-Habitat, il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, alla fine del secolo saranno 3 miliardi le persone che vivranno in baraccopoli. Questo sistema economico-finanziario non è più supportato dal pianeta terra».

Trovare nuove soluzioni per il cambiamento

 

Ma quali misure contrapporre a questa cieca logica del profitto a tutti i costi imposta dalla globalizzazione? «Dobbiamo rompere col neoliberismo e col social-liberismo e con tutte le politiche economiche degli stati e del FMI basate su rigore e rilancio», ha spiegato l’economista Serge Latouche, forse l’esponente più illustre del movimento della decrescita. «Dobbiamo demondializzare e rilocalizzare liberandoci del protezionismo e dei predatori finanziari a cui dobbiamo contrapporre il protezionismo dei poveri e dell’ambiente».

Ambiente che secondo Helena Norberg-Hodge si protegge puntando sulla produzione locale. «Se tutti mangiassero prodotti locali, le multinazionali ridurrebbero i loro profitti. Non è possibile che il burro che si consuma a Ulan Bator sia importato dalla Gran Bretagna e quello consumato in Gran Bretagna non sia quello della fattoria vicina ma venga importato da migliaia di chilometri. Dobbiamo riprendere controllo della nostra economia locale riunendo tutti i movimenti come la “via campesina” o i GAS e fare pressione sui governi».

Ma alla critica alla globalizzazione si unisce anche Ignacio Ramonet, giornalista e ex direttore per 17 anni de Le Monde Diplomatique che nel suo libro “L’esplosione del giornalismo: dai media di massa alla massa dei media” racconta come internet abbia modificato in maniera profonda lo stato dei mass media controllati dai grandi poteri diventando veicolo di informazione imparziale. Anche se, non sempre, di buona qualità.

Basilica dei Frari

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