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Amnesty International condanna l’olio di palma

Nel rapporto "Il grande scandalo dell’olio di palma" l'organizzazione dei diritti umani mette sotto accusa le multinazionali che sfruttano i lavoratori e ledono i loro diritti

Fabio Di Todaro
22 dicembre 2016
amnesty international, olio di palma

Secondo Amnesty Inernational i diritti dei lavoratori delle piantagioni di olio di palma in Idonesia sarebbero violati, Image by iStock

«I principali marchi mondiali di cibo e prodotti domestici che utilizzano olio di palma stanno contribuendo a portare avanti gravi violazioni dei diritti umani in Indonesia, dove bambini di soli otto anni lavorano in condizioni pericolose». È perentoria l’organizzazione no-profit Amnesty International, che nel rapporto intitolato «Il grande scandalo dell’olio di palma» mette sotto accusa il sistema di certificazione dell’olio di palma sostenibile, adottato dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), l’organizzazione internazionale che dal 2004 riunisce gli operatori della filiera del grasso tropicale e alcune Ong, come il Wwf.

SOTTO ACCUSA IL COLOSSO WILMAR – A queste conclusioni la charity è giunta dopo aver condotto un’indagine sulle piantagioni dell’Indonesia appartenenti al più grande coltivatore mondiale di palme da olio, il gigante dell’agro-business Wilmar, che ha sede a Singapore e risulta fornitore di nove aziende mondiali (otto delle quali fanno parte della Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile): Afamsa, Adm, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever. «Le aziende stanno chiudendo un occhio di fronte allo sfruttamento dei lavoratori nella loro catena di fornitura – afferma Meghna Abraham di Amnesty International, che ha condotto l’indagine -. Nonostante assicurino i consumatori del contrario, continuano a trarre benefici da terribili violazioni dei diritti umani. Non c’è nulla di sostenibile in un olio di palma che è prodotto col lavoro minorile e forzato. Le nostre conclusioni dovrebbero scioccare tutti quei consumatori che pensano di fare una scelta etica acquistando prodotti in cui si dichiara l’uso di olio di palma sostenibile». L’organizzazione ha fatto sapere che avvierà presto una campagna per chiedere alle aziende di far sapere ai consumatori se l’olio di palma contenuto in noti prodotti come il gelato Magnum, il dentifricio Colgate, i cosmetici Dove, la zuppa Knorr, la barretta di cioccolato KitKat, lo shampoo Pantene, il detersivo Ariel e gli spaghetti Pot Noodle proviene o meno dalle piantagioni indonesiane della Wilmar.

LESI I DIRITTI DI DONNE E BAMBINI – Per arrivare a queste conclusioni, Amnesty International ha intervistato 120 lavoratori delle piantagioni di palma di proprietà di due sussidiarie della Wilmar e per conto di tre fornitori di quest’ultima nelle regioni indonesiane di Kalimantan e Sumatra. È così emerso che le donne sono spesso costrette a lavorare per molte ore dietro la minaccia che altrimenti la loro paga verrà ridotta, con un compenso inferiore alla paga minima e risultano prive di assicurazione sanitaria e di trattamento pensionistico. Non se la passano meglio i bambini, impiegati in attività pericolose, fisicamente logoranti e costretti ad abbandonare la scuola per aiutare i genitori nelle piantagioni. Tutti i lavoratori, oltre che privi degli adeguati strumenti protettivi, sono risultati intossicati da paraquat: un agente altamente tossico ancora usato nelle piantagioni, nonostante sia stato messo al bando nell’Unione europea e anche dalla stessa Wilmar. Problematiche che pure il colosso ha in parte ammesso, ma che non hanno impedito al prodotto finito di essere riconosciuto come idoneo dal Tavolo sull’olio di palma sostenibile, istituito nel 2004 dopo uno scandalo ambientale. «Il rapporto mostra che le aziende usano quell’organismo come uno scudo per evitare controlli – ha aggiunto Seema Joshi, direttore del programma imprese e diritti umani di Amnesty International -. Sulla carta hanno ottime politiche, ma nessuna ha potuto dimostrare di aver identificato rischi di violazioni nella catena di fornitura della Wilmar».

Twitter @fabioditodaro

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