Wise Society : A casa per occuparsi dei figli? Ci potrebbe stare lui
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A casa per occuparsi dei figli? Ci potrebbe stare lui

Per una giovane laureata, rispetto a un collega maschio, è più difficile scegliere la carriera della ricerca scientifica, soprattutto se decide di diventare madre. Ma in altri Paesi la situazione è diversa

Lia del Fabro
23 febbraio 2012

IFOM, ricercatrici nel lab G, un laboratorio riservato alle future e neomammeLa possibilità di introdurre l’obbligatorietà del congedo parentale anche per gli uomini nel nostro Paese potrebbe diventare una realtà. Lo spunto è venuto da Elsa Fornero, attuale Ministro del lavoro e delle Pari opportunità che si è detta favorevole, almeno a livello teorico. E a Wise Society ne ha parlato in toni molto convinti la scienziata Elisabetta Dejana che riscontra quotidianamente quanto sia più difficile per una giovane laureata, rispetto a un suo collega maschio, scegliere la carriera della ricerca scientifica. Chi sostiene questa proposta ritiene che potrebbe essere molto interessante perché porterebbe con sé un cambiamento sociale e di atteggiamento culturale nei confronti della lavoratrice. In realtà esiste una legge (la n. 53 dell’8 marzo 2000) che prevede la possibilità per i lavoratori dipendenti di assentarsi dal lavoro per un periodo di sei mesi la madre, e di sette per il padre. Questa possibilità per ora è utilizzata da una minoranza risicata di lavoratori: alcuni dati del 2010 indicavano in meno del 4  percento la quota di padri che ne usufruiva, mentre il 60 percento delle aziende dichiarava di non aver mai ricevuto richieste di questo tipo. I dati non stupiscono, anche perché si è visto che i datori di lavoro in molti casi scoraggiano, magari in modo silenzioso, il ricorso alla legge 53/2000 da parte di quei padri che vorrebbero restare a casa qualche mese per prendersi cura del neonato al pari della neo-mamma.

Gestione della famiglia: serve un nuovo approccio

 

Image by © Matthias Ritzmann/CorbisIn altri Paesi del Nord Europa, come la Svezia e la Norvegia, la situazione è molto diversa. Il problema però non è solo legislativo e organizzativo, ma anche di approccio culturale come dimostra un’indagine dell’Ifom (Istituto che si occupa della ricerca per la cura dei tumori) che ha intervistato, in ambito europeo, un gruppo di neo laureati e dottorandi in materie scientifiche. I risultati sono significativi perché evidenziano alcune resistenze da parte maschile che fanno fatica a scomparire anche nella mentalità di persone giovani e con studi scientifici alle spalle. Un primo dato che colpisce riguarda il diverso approccio alla questione dei figli: solo il 18 percento degli studenti maschi interpellati risponde affermativamente alla domanda se ritiene che avere bambini sia di ostacolo alla carriera delle donne, mentre oltre il 72 percento delle donne è convinta che l’accudimento dei figli ponga dei problemi al loro percorso professionale. I fatti poi danno ragione alle donne in modo inconfutabile perché testimoniano difficoltà crescenti per le lavoratrici: se ci limitiamo  alla ricerca scientifica, gli iscritti alle facoltà di quel tipo sono per il 54 percento donne e per il 46 percento maschi, ma se seguiamo il percorso professionale di entrambi i gruppi, le percentuali man mano si invertono, per arrivare al massimo della carriera a una situazione che vede l’85 percento di uomini e solo il 15 percento di donne impegnati come professori o manager nel settore della ricerca. Le ricercatrici che si perdono per strada sono quindi tantissime, ma le risposte fornite dagli studenti abbiamo visto come indichino che esiste una percezione molto diversa tra maschi e femmine su una situazione di abbandono del lavoro da parte delle donne in cui le incombenze familiari e la crescita dei figli pesano in modo decisivo.

La discriminazione sulle retribuzione

 

Se allarghiamo il discorso, emergono altri spunti interessanti. Poco più del 40 percento degli interpellati maschi pensa che non ci sia differenza di salari e promozioni rispetto alle donne, le quali invece all’83 percento sono convinte che esista una discriminazione sulle retribuzioni e sulla carriera. Su questo (sfortunatamente) hanno ragione ancora una volta le studentesse: nel 2010 la rivista scientifica Nature riportava i dati relativi a una indagine effettuata a livello internazionale su 10.500 accademici nel settore della ricerca scientifica e sul trend dei loro salari suddivisi tra uomini e donne: ovunque nel mondo i due gruppi partono allo stesso livello salariale e in seguito si delinea una forbice molto netta che indica un netto vantaggio a favore degli uomini. In Europa, la base salariale di partenza è di circa 25mila dollari annui per uomini e donne, salario che cresce sino a essere, dopo almeno sedici anni di lavoro, più del 20 percento superiore per gli uomini (quasi 90mila dollari l’anno) rispetto alle donne (70 mila dollari/anno). Un altro aspetto interessante riguarda la differenza tra capo uomo o donna. Il 40 percento circa dell’intero gruppo di intervistati risponde di non avere preferenza tra un capo donna o uomo, a parità di competenza. Se però suddividiamo i dati secondo il genere, emerge che a preferire un uomo come capo sono il 40 percento degli studenti e il 30 percento delle studentesse, a dimostrazione che anche tra le donne è duro a morire lo stereotipo del boss di sesso maschile. Un capo donna lo sceglierebbero in pochi, all’incirca nella stessa percentuale (il 15 percento) sia maschi che femmine.

Il valore aggiunto della visione femminile

 

Infine un’indicazione su quanti pensano sia un valore aggiunto avere sul lavoro una presenza femminile più forte: si è chiesto agli studenti e studentesse se ritengano che la cosa sia “corretta” o se rappresenti un vero e proprio miglioramento. Le risposte delle studentesse si dividono all’incirca a metà, tra chi ritiene che avere più donne nel posto di lavoro sarebbe più giusto e chi lo ritiene invece un miglioramento della situazione. Gli intervistati maschi in prevalenza pensano sarebbe corretto, più del 55 percento risponde in questo modo, mentre si riduce a circa il 30 percento la parte di maschi che pensa che più donne si traduca in un miglioramento). Sulla possibilità di sanare le disparità uomo/donna, gli uomini che hanno risposto alle interviste sono ottimisti perché all’80 percento, contro il 40 percento nel caso delle donne, pensano che sia solo questione di tempo colmare la differenza di genere che esiste nel settore della ricerca scientifica. Ma questo “tempo”, di cui sono così convinti gli studenti maschi interpellati, rischia di essere…biblico se non si inizia a modificare quell’atteggiamento culturale che considera il lavoro femminile meno importante di quello maschile: in una recente indagine svolta in Italia, alla domanda chi sarebbe meglio perdesse il lavoro in questo momento di crisi, il 63 percento degli interpellati non ha dubbi e risponde che dovrebbero essere le donne, contro il 13 percento di chi risponde gli uomini.

Con la collaborazione di Elisabetta Dejana, professore Ordinario di Patologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Milano

Image by © Randy Faris/Corbis

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