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L’Italia apre agli Ogm per volontà europea

La Corte di Giustizia dell'Ue ha condannato il nostro Paese per avere vietato la coltivazione di mais Mon810 alla multinazionale statunitense Pioneer Hi Bred. Ma i giochi sono ancora aperti

Francesca Tozzi
17 settembre 2012

Mais Foto di Twicepix/flickr Ogm sì, Ogm no. Il dibattito sui rischi e i vantaggi degli Organismi geneticamente modificati non è nuovo ed è ancora aperto tra chi ritiene che rappresentino un rischio per la salute, perché non ne si conoscono le conseguenze a lungo termine, e chi li considera una risorsa di cui il pianeta non può fare a meno. In tutto questo si inseriscono i sospetti dei consumatori verso le multinazionali che ne gestiscono la produzione anche se, in effetti, gli stessi costi di produzione uniti alle difficoltà normative li rendono poco accessibili alle piccole aziende.

Ed è proprio sul fronte normativo che c’è una novità: l’Italia non si può più opporre alla coltivazione di semi Ogm sul proprio territorio. Ce lo chiede l’Europa. Anzi, ce lo impone. Come ben spiega il Fatto quotidiano, la Corte di Giustizia ha infatti condannato il nostro Paese per avere vietato la coltivazione di mais Mon810 alla multinazionale statunitense Pioneer Hi Bred. Multinazionale che, nel 2008, aveva fatto causa al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali per non avere permesso alla sua filiale italiana di coltivare il cereale in questione. Secondo la Corte, se la coltivazione di una pianta geneticamente modificata è già stata autorizzata dall’Unione, non c’è sovranità nazionale che tenga e ogni Stato membro si deve adeguare. Cosa che l’Italia, in effetti, non ha mai fatto, preferendo rimanere in stand by.

 La vittoria dei produttori di Ogm, dunque, può essere vista come una conseguenza delle lacune normative italiane, e dell’assenza di leggi regionali che regolino la coesistenza di varietà tradizionali e geneticamente modificate. «La messa in coltura di Ogm quali le varietà del mais Mon 810 – ha spiegato la Corte di Giustizia europea – non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazionequando l’impiego e la commercializzazione di quelle varietà sono state autorizzate dall’Ue».

In pratica, essendo il mais Mon 810 una coltura autorizzata a livello europeo, l’Italia non può a priori vietarne la semina e la vendita. Stefano Masini, coordinatore della Task Force per un’Italia Libera da Ogm – che raggruppa decine di associazioni fra cui Coldiretti, Codacons, Slow Food e Wwf – la sentenza della Corte di Giustizia in realtà non cambia nulla: «In Italia – spiega – lo stop agli Ogm nei campi è stato deciso non in via generale, ma in forza di un provvedimento interministeriale che è intervenuto su un caso concreto e proprio sulla base della disciplina europea che assegna allo Stato l’accertamento circa la pericolosità della coltivazione Ogm nei confronti delle altre colture tradizionali confinanti. Sebbene la sentenza lasci intendere che allo Stato sia precluso il divieto di introdurre misure volte a prevenire l’impatto della commistione di Ogm con le colture derivate da prodotti tradizionali, essa in realtà non tiene conto dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale che ha portato l’Italia a ottemperare alla facoltà di utilizzare Ogm sulla base delle regole di coesistenza». Si preannunciano insomma nuove battaglie legali. L’Italia deve comunque dotarsi di una normativa in grado di disciplinare la coesistenza “pacifica” tra agricoltura biologica, convenzionale e Ogm stabilendo vincoli e limiti per le fasce di rispetto. Come previsto dalla legge comunitaria.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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