Wise Society : Nasce Milano Green Point: centro per la cultura del paesaggio
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Nasce Milano Green Point: centro per la cultura del paesaggio

Voluto dall'architetto Patrizia Pozzi, il centro propone un modo diverso di pensare i rapporti fra natura, architettura, paesaggio e città. In termini non solo estetici ma anche funzionali e sociali. Attraverso incontri e workshop

Francesca Tozzi
31 maggio 2013

Patrizia Pozzi nel suo giardino. MilanoL’architettura può arrivare a snaturare il paesaggio o vivere in contrasto con il contesto urbano nel quale sorge? Purtroppo accade quando un’idea, un progetto, per quanto belli sulla carta, non tengono conto abbastanza delle relazioni che andranno a instaurare con la città e i cittadini.

Per questo ci vuole meno protagonismo e più osservazione, meno effetti speciali e più cultura. Proprio per incoraggiare la cultura del paesaggio nasce a Milano in Via Paolo Frisi 3, zona Porta Venezia, «Milano Green Point», un nuovo spazio realizzato e fortemente voluto dall’architetto milanese Patrizia Pozzi, specializzata in parchi e giardini e autrice del libro Contemporary landscape. Nuovi racconti e visioni. «L’idea è nata già ai tempi della mia tesi di laurea – spiega – tesi dedicata all’idea di costruire un centro botanico a Milano, creando in città un punto di riferimento per la cultura e la divulgazione del landscape contemporaneo. Ospitando orti, corsi e tavole rotonde, uno spazio per la ristorazione, la biblioteca, un po’ come accade all’estero. Il progetto prevedeva quindi una serie di servizi più allargati rispetto a Milano Green Point. Spero di trasformarli in realtà nel prossimo futuro ma questo è comunque un primo passo per mettere a disposizione della città non solo la mia esperienza professionale e i libri che ho raccolto in trent’anni di lavoro ma soprattutto un luogo accessibile a tutti con incontri, master di formazione e presentazioni su argomenti legati al mondo della natura e dell’ambiente. L’idea è creare delle sinergie fra la natura e le realtà professionali e produttive del territorio».

 

La natura si trasforma in architettura

Giuliano Mauri, Zenobia, 2003, MilanoIl primo workshop, dal titolo “Abitare la natura: nuove visioni” – che si terrà dal 3 al 7 giugno presso Milano Green Point for Landscape Design e The Flat – Massimo Carasi – è rivolto a professionisti provenienti da formazioni diverse (fotografi, esperti di lettere e cinema, pianificatori, agronomi, paesaggisti, architetti). Sarà la prima occasione di incontro con il grande pubblico quando, giovedì 6 giugno dalle ore 17 alle ore 20, alla Galleria The Flat – Massimo Carasi verranno esposti i progetti frutto del loro lavoro. L’iniziativa è legata al II Master paesaggi straordinari, diretto da Elisabetta Bianchessi e Marco Scottini, e rientra all’interno del programma formativo di Naba-Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e del Politecnico di Milano.

Il programma prevede la partecipazione di alcuni artisti contemporanei quali Giuliano Mauri (rappresentato da Francesca Regorda, responsabile dell’Archivio), Simon Benetton, scultore di fama internazionale e Filippo Armellin, artista emergente e fotografo che espone in questi mesi alcuni suoi lavori alla Galleria Carasi.

«Il sito scelto per la realizzazione del progetto – spiega Patrizia Pozzi – è l’area davanti alla Triennale di Milano, dove nel 2003 Giuliano Mauri realizzò la grande volta Zenobia, ora distrutta. Qui i professionisti dovranno pensare uno “spazio” partendo dall’osservazione dell’elemento naturale, per poi trasformarlo, attraverso il progetto, in architettura di uno spazio aperto: “osservo l’elemento naturale e lo declino in spazio da abitare”. Dovranno considerare un luogo visibile da più punti di vista: dall’ingresso della Triennale, dal pedone, dal guidatore, dalla Torre Branca, da chi arriva dal ponte, dall’interno della Triennale. Fruibile a diverse velocità: da fermo, a piedi, in bicicletta, in automobile. Che può essere vissuto come zona sedentaria o di passaggio, in occasione dell’apertura delle mostre in Triennale o quotidianamente, dal cittadino comune, quasi inconsapevolmente. Che può trasformarsi per effetto degli elementi naturali utilizzati, per la loro crescita e la trasformazione, col cambiare delle ombre e delle luci naturali, dei riflessi e dei suoni. Abitare la natura significa entrare in contatto con materiali vegetali e naturali: acqua, sabbia, roccia, terra, aria, cielo, e la loro stessa specificità. I progettisti dovranno quindi pensare a uno spazio che persista nel tempo, nel rispetto dei ritmi della natura».

 

Non basta avere una buona idea

Questo non dovrebbe sempre avvenire?

Sì, ma di fatto non avviene. Un architetto non dovrebbe mai trascurare le relazioni che un progetto di paesaggio ha con il contesto che lo ospita. È quello che cerchiamo di far capire: a differenza di un progetto di giardino, un progetto di landscape crea relazioni importanti con il tessuto urbano e le persone che lo abitano. Il tema non è solo la creazione di un nuovo spazio ma la fruizione e l’impatto del progetto sulla città. Questo approccio non è molto praticato nella cultura italiana. Basta osservare come vengono realizzati i lavori in Italia per capire che innanzi tutto non si osserva abbastanza la natura da cui si parte e non se ne rispettano i ritmi. La natura non è un mattone: è fondamentale studiarla, conoscerla e ricavarne i concetti del progetto. Poi, appunto, non si curano abbastanza tutte le implicazioni che uno spazio aperto al pubblico presenta in termini di viabilità, funzionalità, impatto compositivo. Ne risultano progetti un po’ avulsi da contesto. In questi anni si è creato una sorta di scollamento dovuto al fatto che gli architetti, professionisti da sempre incaricati di occuparsi di questi aspetti, li hanno un po’ trascurati per concentrarsi sull’idea, il più possibile diversa e innovativa. Così noi specialisti, architetti del paesaggio, siamo stati chiamati a compensare queste “mancanze”. Architetti capaci di utilizzare il paesaggio in stretta relazione e coerenza con i propri progetti sono per esempio Frank Lloyd Wright , Kenzō Tange , Luis Barragán, Carlo Scarpa, Frank Gehry.

E il nostro Stefano Boeri?

Lui, secondo me, rappresenta oggi un approccio diverso da quello che le ho appena descritto. Ha delle idee molto belle, brillanti e originali, buoni come concetti, meno sostenibili nella pratica. La fase di realizzazione va curata quanto quella della progettazione di uno spazio o di una struttura, bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo. In questo siamo in generale un po’ indietro. Torno adesso da un viaggio che mi ha dato la possibilità di studiare un esempio di architetture e landscape ben inseriti nel contesto della città.

Foto di Davide Forti

 

Un esempio virtuoso dal Nord Europa

Di che si tratta?

Mi riferisco a tutta la parte nuova di Amsterdam per realizzare la quale non sono stati chiamati degli architetti di grido per un mega progetto bensì dei giovani che hanno prodotto singole architetture affiancate, non ce n’è una uguale all’altra, creando rapporti con lo spazio aperto circostante assolutamente innovativi sia dal punto di vista compositivo sia materico sia sociale. Quando uno spazio è progettato in modo davvero innovativo può riuscire a sovvertirne l’uso, in questo caso la fruizione da parte del cittadino sia dello spazio pubblico che di quello privato. Compito dell’architetto non è solo quello di disegnare un bel progetto ma di chiedersi il perché, a chi si rivolge, quali esigenze va a soddisfare, come può cambiare la vita della collettività in meglio. Questi sono progetti che hanno voluto far fruire l’abitazione dal cittadino direttamente dalla strada, creando un elemento che fa da collante fra spazio pubblico e privato, i giardini sul marciapiede, generando nuove forme compositive e relazionali. Non solo si ha una diversa visualizzazione dei giardini e della città nel suo insieme ma, essendo questi affiancati, viene incoraggiata una maggiore aggregazione e una socialità più libera. Qui non viene fuori la personalità dell’”archi-star, viene fuori la città.

Foto di Patrizia Pozzi

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