Wise Society : Abitare sostenibile: tessuti bio, design sociale e materiali naturali nel circuito di Bestup
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Abitare sostenibile: tessuti bio, design sociale e materiali naturali nel circuito di Bestup

Una mappa di aziende e associazioni che in tutta Italia lavorano sul recupero di antiche tradizioni, riuso e attenzione al mondo del disagio

Donatella Pavan
18 giugno 2012

Bestup è il primo circuito italiano per la promozione dell’abitare sostenibile, dove B sta per Bello, E per Etico, St per Sostenibile ed Up, per diamoci una mossa, creato da Giuliana Zoppis e Clara Mantica nel 2007. Quest’anno, insieme al Consorzio Cascina Cuccagna hanno trasformato l’edificio seicentesco, da poco ristrutturato, in uno dei luoghi più interessanti del FuoriSalone 2012.

Bestup

Spazio alle imprese locali e artigianali

Bestup, itinerario sostenibileOltre 50 le aziende, le associazioni e i designer presenti, tutti accomunati da una nota di sostenibilità di fondo. E molte le esperienze interessanti da tener d’occhio anche in futuro.

Partiamo dal CNA, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, d’Arezzo e Prato, che ha avviato un processo di valorizzazione delle imprese locali e che lavora sul recupero dei materiali e delle antiche lavorazioni artigianali, affidano l’ideazione a giovani creativi e la realizzazione ad imprese territoriali.

Alla base un concorso internazionale legato a “La casa del terzo millennio”: alcuni dei prototipi selezionati entrano nel mercato grazie alle imprese locali, alla base della selezione tre temi chiave: compatibilità, innovazione e sostenibilità.

Opere aperte è invece una rete di aziende (Galliano Habitat, Residence du Parc, Blu Acqua) impegnate sul fronte del design sistemico, ovvero quello che lavora nel rispetto dei cicli della natura e del recupero dei materiali. Al centro un progetto di social design che coinvolge un gruppo di pazienti psichiatrici nel recupero di mobili di scarto per trasformarli negli arredi della propria residenza.

Un occhio alla salute e all’impatto ambientale

ArsalitArtesSempre di disagio e territorio si occupa Mario Prandina, designer anima di Plinio il Giovane, uno tra i primi marchi italiani a costruir oggetti in rovere. Non per caso: è un legno così duro  da permettere di assemblare le parti ad incastro senza l’uso di colle, un sistema compatibile con la salute e l’impatto ambientale. L’ultimo progetto del pirotecnico Prandina è un progetto di social design che vede coinvolte le carceri di Bollate e Monza: Prandina prepara il prototipo e insegna loro come realizzarlo. Il risultato sono il tavolo Pic-Nic, la poltrona letto Box e la collezione di lampade Timberland.

Mantener in vita il patrimonio artigianale, quello tramandato dai padri o suggerito dal territorio in cui si vive, è questa la sfida di Arsalitartes, Dubbini e Marco Stefanelli, tre piccole grandi realtà che contribuiscono a preservare il bagaglio di conoscenze del saper fare italiano.

Arsalitartes si definisce un circuito artigianale a filiera corta, è composto da Michela Cavagna, architetto, Marina Maffei, grafica e Corrado Fileppo,  designer-filosofo. Hanno scelto di recuperare la lana autoctona biellese e attraverso una filiera cortissima, fatta da un pastore, da una filatrice e da un tintore, ottengono dei filati bio, che tessono con telaio manuale a navetta. Ne fanno cuscini da terra per living e outdoor, microcuscini imbottiti con foglie di faggio e soluzioni d’arredo personalizzate.

Marco Stefanelli, giovane designer lavora con i materiali naturali arrivati a fine vita, come gli sfridi di lavorazione delle segherie o i tronchi portati dall’acqua, e li reinterpreta: “Brecce”, per esempio, è una collezione di lampade fatta di tronchi, resina e led.

Progetti di aiuto alle donne in carcere

 

Associazione Filo drittoInfine a Enna, in Sicilia, l’alienazione del carcere si cura “feltrando”, grazie a Ninni Fussone, sociologa appassionata di feltro. Nel 2007 nella casa Circondariale di Enna fonda l’Associazione Filo dritto, una cooperativa sociale tessile per curare l’anima delle donne carcerate usando le mani. Lavorano la lana delle pecore locali e non e con un ago la trasformano in manufatti di feltro secondo l’antica tecnica siciliana. È un mestiere quello di punzecchiare la fibra fino a trasformarla in una “pasta da pizza”, che ricorda i procedimenti alchemici e aiuta a centrarsi, a stare su di sé, a non pensare a passato e futuro.

La lana cardata e lavorata con l’acqua calda e il sapone di Marsiglia, rollata a mano o con bastoni di legno fa nascere sciarpe, coperte, giochi per bambini bellissimi che iniziano ad essere venduti fuori dal carcere.

Da allora il lavoro si è evoluto, si è allargato, è fuori e dentro le sbarre. Sono ormai molte le persone donne e uomini che hanno imparato quest’arte grazie a Ninni e al supporto di altri soggetti, come lo Sportello Antiracket, Ikea Social e la CGIL. Oggi il più bravo in quest’arte  è Hmet, un giovane egiziano di 23 anni che presto uscirà di prigione, con il cuore un po’ meno duro e l’arte del feltro nelle mani.

 

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