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La riscoperta delle viti antiche si fa green

In Val d’Aosta un enologo appassionato riscopre alcuni dei più antichi vitigni d’Italia e li cura attuando pratiche ecosostenibili

Andrea Ballocchi
17 ottobre 2017

Si chiama Chul Kyu Peloso, è un enologo, coreano d’origine, ma nato e cresciuto in Valle d’Aosta. Sta lavorando a un progetto che suona come una sfida: recuperare alcune tra le viti antiche d’Italia, in particolare una vite di Petit Rouge di oltre 300 anni e portarle a fruttificazione, producendo un vino dal carattere secolare. Perché abbiamo parlato di sfida? Ci vuole tanta passione per svolgere un lavoro del genere, impegnativo, che richiede una profonda competenza e tante ore trascorse in campo per restituire vigore e ripristinare un equilibrato processo di fruttificazione. Recuperare viti antiche significa anche fare attenzione all’ambiente in cui si vive, rispettarlo, tralasciare la chimica, ma prediligere un approccio eco sostenibile… ed è quello che ha scelto Chul Kyu Peloso.

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Chul Kyu Peloso ha deciso di recuperare in chiave sostenibile le viti antiche della Valle D’Aosta

UNA PASSIONE DI FAMIGLIA – La storia di questo progetto parte da lontano come la passione per la produzione di vino ereditata dal nonno «…produceva vino per le necessità famigliari, una pratica diffusa nella maggior parte delle famiglie», racconta l’enologo, ammettendo affettuosamente che «spesso e volentieri quel che produceva il nonno aveva un duplice utilizzo… inizialmente lo si apprezzava come vino, ma poi passato un certo periodo si prestava meglio a condimento per insalate». Ma quella passione familiare l’ha portato a studiare come produrre in modo competente. E così, dopo una formazione scolastica all’Istituto Umberto I di Alba, Chul Kyu Peloso ha trascorso anni in Piemonte, nelle Langhe, studiando e lavorando all’interno di cantine prestigiose dove si producevano grandi cru quali Barolo e Barbaresco, partendo dalla base imprescindibile del Nebbiolo.

DAL BAROLO ALL’ENFER D’ARVIER – Dopo l’apprendistato in terra piemontese è tornato in Valle d’Aosta. Qui è entrato alla Cooperativa de l’Enfer, che negli anni ha deciso di fare una scelta all’insegna del biologico, convertendo totalmente la produzione al metodo e disciplinare bio. «Al suo interno ho affinato tutti i lavori che sovrintendono alla produzione e vendita del vino» racconta, spiegando anche come coltivare in questi territori non sia certo semplice, vigneti inerpicati su pareti scoscese. Anche le stesse produzioni della Valle d’Aosta non sono minimamente paragonabili alle grandi rese che si hanno in altre parti d’Italia. Per fare un confronto col Piemonte, nella regione valdostana la superficie vitata è pari a 486 ettari per una produzione totale vinicola che oscilla tra i 15 e i 20mila ettolitri. Quella piemontese conta su una superficie vitata di 48.100 ettari per una produzione totale di 2.580.000 ettolitri. Il Molise, per fare un confronto più vicino, conta su 5.540 ettari e 319.000 ettolitri (fonte: il sole 24ore, Assovini).

IL RECUPERO SI FA ECOSOSTENIBILE – Ma la scelta sostenibile va anche nella direzione di preservare il paesaggio, filosofia che oggi segue quotidianamente nella sua piccola (per il millesimo 2016 si parla di un migliaio di bottiglie) azienda Cave Monaja, proseguendo il suo percorso di crescita. «Per ridare vitalità ad un terreno stanco e impoverito da anni di abbandono si è deciso di utilizzare una consociazione avvalendosi di leguminose, graminacee e crocifere, piante che hanno funzioni diverse, ma complementari». Scelte apprese in cooperativa e seguite, grazie alla collaborazione con l’agronomo Prosperi.

UN VINO APPREZZATO DA NAPOLEONE – Torniamo al progetto di recupero vitivinicolo di Chul Kyu, nato due anni fa e partito da una vite, a ridosso di un rudere, in un villaggio abbandonato nella frazione Farys di Saint Denis. Il proprietario del terreno ha fatto visionare la vite a un esperto che ha datato la pianta facendone un’importante scoperta: l’età è superiore ai 300 anni. Si tratta di Vitis Vinifera varietà Petit Rouge, storico vitigno da sempre il più coltivato nella zona di Aosta, da cui si ricava anche l’Enfer d’Arvier. È un’età ragguardevole per una vite, che in Italia trova pochi altri casi. È probabile che lo stesso Napoleone, nel suo passaggio in Italia, abbia assaggiato questo vino; ma la storia del vitigno è ancora più antica, confermata la sua esistenza nei documenti già nel 1312. «In ogni caso è il vitigno utilizzato da secoli in Valle per produrre vino con cui hanno pasteggiato generazioni e generazioni di valdostani».

Da qui alla sua scelta di occuparsi personalmente di ridare valore e produttività alla vite il passo è breve. Ma non l’unico: «Sono almeno tre i vitigni da me seguiti di particolare rilevanza e recuperati nei vecchi vigneti: oltre al Petit Rouge c’è il Vien de Nus, nella zona tra Nus e Fenis, e il Fumin».

DAL RECUPERO ALLA PRIMA PRODUZIONE – Il percorso di recupero è stato fatto dopo un profondo lavoro: «una delle prime vigne antiche dove sono intervenuto era un’autentica foresta: la vite è un rampicante e negli anni di abbandono i rami più lunghi avevano superato i 15 metri» ricorda Peloso. Con accorta potatura le vigne sono rinate, col plauso anche dei vicini che hanno apprezzato gli sforzi.

Dalla riscoperta alla produzione sono trascorsi un paio di anni, e ora la prima produzione

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Petit Rouge, Vien de Nus e Fumin sono le tre viti antiche dalle quali la Cave Monaja di Chul Kyu Peloso ricava circa un migliaio di bottiglie di vino

riposa in tonneau di rovere francese. «Non ho scelto di curare il terreno per una scelta di “ortodossia biologica” quanto per permettere alla natura di fare il suo corso, con specifiche piante che aiutano in questo senso e grazie ad ammendante prodotto praticando il compostaggio. Sarebbe più facile applicare il diserbante chimico e fertilizzante, ma poi si devono andare a contrastare in maniera altrettanto chimica gli infestanti».

La scelta, che ha portato alla nascita dell’etichetta Cave Monaja (in ricordo del nonno materno, Cavaliere della Repubblica, che gli ha trasmesso la passione del vino) è già oggi promettente. «I primi assaggi fatti anche da colleghi mi hanno confermato la bontà del vino. I frutti della prima vendemmia, datata 2016 daranno un migliaio di bottiglie a cui spetta ancora un periodo di affinamento. Intendo dare a questo vino la possibilità di esser padrone del suo tempo, lasciandogli esprimere al meglio tutte le sue potenzialità », conclude l’enologo.

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