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Vespa velutina, il calabrone cattivo che mangia api e alveari

L'insetto, dopo la Liguria, minaccia il Veneto, la Lombardia e l’Emilia. Gli esperti: "Occorre il finanziamento di una rete di monitoraggio scientifica"

Fabio Di Todaro
14 dicembre 2016
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Esemplare di vespa velutina – Image by iStock

Mai così lontano dalla zona rossa di infestazione, il Ponente Ligure, dove è apparsa per la prima volta nel 2012. La Vespa velutina, o calabrone asiatico, pericoloso insetto alieno predatore di api e altri impollinatori, dopo la penetrazione in Liguria e Piemonte meridionale e centrale (in provincia di Cuneo e Torino), si sta spingendo sempre più verso il Veneto (in provincia di Rovigo), la Lombardia e l’Emilia. Comparsa in Europa per la prima volta nel 2004 in Francia, la Vespa velutina è stata responsabile, secondo i dati forniti dalla Francia stessa, della perdita di alveari pari al cinquanta per cento, con un avanzamento potenziale di cento chilometri all’anno. Oltre a cacciare direttamente le api all’ingresso dell’arnia, il calabrone impedisce loro di uscire per raccogliere nettare e polline, indebolendo in questo modo anche le colonie che rischiano di morire.

L’EMERGENZA-VELUTINA POTREBBE ESPLODERE IN PRIMAVERA – La segnalazione è giunta sul sito della rete scientifica Stop Velutina, coordinata dal Consiglio per la Ricerca in Agricoltura ed Economia Agraria (Crea) e comprendente il Centro Nazionale Ricerche (Cnr), le università di Firenze e di Pisa e gli apicoltori di Apiliguria. «Si tratta sicuramente del calabrone asiatico e purtroppo ora è tardi per mettere in piedi una squadra che individui ed eradichi i nidi – ha confermato Laura Bortolotti, entomologa del Crea e coordinatrice di StopVelutina -. In questa stagione, infatti, i nidi sono già spopolati e le regine di velutina, già fecondate dai maschi, stanno iniziando il periodo di svernamento in attesa di fondare una nuova colonia. A primavera la popolazione di calabroni potrebbe aumentare esponenzialmente».

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Le api e degli altri impollinatori sempre più a rischio estinzione anche a causa della vespa velutina, Foto: Danel Solabarrieta/Flickr

LA RETE DI MONITORAGGIO E’ SGUARNITA – I ricercatori del Crea sono già al lavoro per avviare una procedura di sorveglianza per la prossima primavera. In accordo con la Regione Veneto e con quelle limitrofe, infatti, si coordineranno con gli apicoltori, le associazioni, i rappresentati di enti competenti per delineare insieme una strategia per tentare di eradicare o quanto meno contenere questo nuovo focolaio della Vespa velutina. In quest’ottica, segnalano gli esperti, è sempre più urgente il finanziamento di una rete di monitoraggio scientifica, composta da alveari sentinella, in grado di intercettare l’avanzata di questo e altri parassiti. La  rete preesistente, grazie ai progetti Beenet e Velutina, non è stata più finanziata ed è oggi basata solo sul volontariato degli apicoltori. «Occorre dunque  – conclude Laura Bortolotti – proseguire e incrementare le reti regionali già avviate nelle regioni fin ora considerate indenni, come quelle di Toscana, Emilia Romagna e Lombardia, e ampliarle al Veneto e a tutto il Nord Italia».

Si tratta di un’ulteriore tegola abbattutasi sul capo delle api e degli altri impollinatori, che secondo il primo rapporto pubblicato dall’organismo dell’Onu per la biodiversità, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), sarebbero a rischio di estinzione. Un aspetto tutt’altro che irrilevante per l’ecosistema, se si considera che quasi il novanta per cento delle specie di piante selvatiche e oltre tre colture alimentari su quattro dipendono in parte dall’impollinazione da api, farfalle e altri animali. L’ape occidentale è l’impollinatore più diffuso nel mondo e produce circa 1,6 milioni di tonnellate di miele all’anno. Il declino delle api ha raggiunto il 37 per cento delle specie. Tra le cause di questa situazione, gli esperti indicano diverse cause: dall’agricoltura intensiva (con uso di pesticidi) all’inquinamento, dall’arrivo delle specie aliene al cambiamento climatico.

Twitter @fabioditodaro

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