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Troppo poche le donne nella scienza: ne servono di più

Un eptalogo delle scienziate di tutto il mondo vuole aprire la strada all’avanzamento delle donne nella ricerca scientifica

Fabio Di Todaro
5 ottobre 2015

Image by iStockTempi duri per le donne nella scienza. Servono fondi per sostenere le spese familiari e arruolare tecnici, assistenti amministrativi e giovani ricercatori nel periodo che segue la nascita di un figlio. Urge istituire la parità di genere nelle commissioni che valutano le pubblicazioni, abbinata al riconoscimento dei “bias” che possono caratterizzare il loro operato e a una sensibilizzazione negli enti di ricerca e nelle università. Occorrerebbero, infine, una banca dati e una scheda di valutazione (per singolo ente) con cui stimare i rapporti di forza tra i due sessi nei posti di comando. È questo il sunto dell’eptalogo pubblicato da un pool di ricercatrici su Cell Stem Cell. Tra loro anche l’italiana Paola Arlotta, docente di biologia delle cellule staminali e medicina rigenerativa all’università di Harvard.

CAMICI “ROSA” IN AUMENTO – Il documento vuole aprire la strada all’avanzamento delle donne nella ricerca scientifica. Le scienziate partono da un assioma: la parità di genere non è ancora stata raggiunta nel campo delle scienze. A tutte le latitudini le donne in camice bianco vengono promosse con minore frequenza. Sempre più di rado risultano invitate come relatori ai convegni scientifici. All’estero, soprattutto negli istituti privati, sono anche pagate peggio. «Le basi per avviare il progresso sono state gettate, adesso occorre definire una strategia per stimolare l’azione», è la sintesi del messaggio lanciato dalle ricercatrici. Il dibattito è acceso a tutte le latitudini. Ma l’Italia non è messa peggio di altre realtà. Stando ai dati forniti da Futuro@lfemminile, il progetto di Microsoft che promuove l’espressione del potenziale femminile in ambito tecnologico, la presenza “rosa” tra i laureati e i dottori di ricerca è in aumento: nella matematica e nell’informatica si è arrivati al 40%, mentre nell’area medico-farmaceutica la quota è prossima al 70%. Lungo lo Stivale si costruisce anche il primato europeo delle donne tra i dottori di ricerca: pari al 52% (meglio di Stati Uniti e Giappone).

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La senatrice a vita Elena Cattaneo, docente di farmacologia all’Università di Milano

COME CONCILIARE LAVORO E FAMIGLIA? – I nodi, però, giungono al pettine andando avanti nella carriera di ricerca. Le ragazze che si laureano sono di più (60%) e arrivano prima al traguardo, salvo poi defilarsi. Soltanto un terzo di esse raggiunge i livelli di carriera più avanzati – per arrivare all’equilibrio tra i primari ospedalieri occorrerà attendere il 2087 – e meno di un professore su dieci è donna. Appena 5 su 78 i rettori degli atenei italiani in tailleur: operative a Napoli (L’Orientale), L’Aquila, Siena (Università per stranieri), Milano (Bicocca) e Trento. Alla base di questi numeri, oltre a una maggiore capacità di leadership che va riconosciuta agli uomini, c’è una minore predisposizione a fare rete. Oltre, naturalmente, all’esigenza di conciliare il lavoro con la famiglia, cui segue una minore presenza delle scienziate ai congressi internazionali: ritenuta importante quasi quanto la qualità delle pubblicazioni, quando una commissione passa al vaglio un progetto di ricerca.

COME FARE RICERCA E VIVERE FELICI – L’istantanea, come detto, non riguarda soltanto l’Italia. In Germania è minore la quota di chi occupa le posizioni apicali, mentre negli Stati Uniti le donne che fanno ricerca ai livelli più alti quasi mai si sposano. «Da noi, invece, per fare carriera occorre non derogare dalla “regola dei tre metalli”: servono nervi di acciaio, salute di ferro e un marito di oro», afferma Rossella Palomba, demografa sociale del Cnr e autrice del libro “Guida pratica per ragazze in gamba – Come fare ricerca e vivere felici” (Scienza Express). Dopo anni di lotte silenziose, però, l’Unione Europea si sta dimostrando sensibile al tema. Il motto per il settennato che si concluderà nel 2020 è “responsible science”. Un occhio di riguardo è riservato alla parità di genere: da raggiungere nei disegni degli studi e nelle commissioni valutatrici. Secondo Antonella Viola, docente di patologia generale all’Università di Padova e membro nella commissione del Consiglio Europeo della Ricerca, «occorre lavorare sul piano culturale, ma serve anche praticità. Bisogna spiegare alle bambine qual è il nostro ruolo nella società, facendo sentirle libere di esprimersi secondo le proprie volontà. Ma nell’immediato vanno garantiti anche assistenza sociale e salari più alti. Quando una ricercatrice ha un figlio, vive una crisi profonda: spesso si sente inadeguata come mamme e come scienziata».

In Italia sono sempre meno le donne nella scienza, Image by iStockLA FAMIGLIA RIMANE UN CAPOSALDO – Più che una questione di genere, dunque, è un problema di eccellenza scientifica non rispettata. «Finora ci si è adattati a vivere in un mondo di uomini, ma oggi in medicina e biologia la quota di donne che si laurea è più alta – chiosa Carolina Ciacci, ordinario di gastroenterologia all’Università di Salerno -. I rapporti di forza, dunque, cambieranno presto. Ciò da cui sarà difficile derogare, invece, è la famiglia di origine. I servizi, dove ci sono, costano cari. E i nonni, nonostante tutto, continuano a essere un caposaldo per chi vuole vivere della ricerca».

Twitter @fabioditodaro

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