Wise Society : Stop ai test cosmetici sugli animali
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Stop ai test cosmetici sugli animali

L'Europa vieta i test nel settore cosmetici. Ma è solo un primo passo verso la messa al bando degli esperimenti sugli animali che ancora vengono sacrificati in grande numero nonostante la scienza abbia dimostrato la loro scarsa attendibilità scientifica. Eppure le alternative non mancano

Francesca Tozzi
11 marzo 2013

Foto di Luigi Mengato/flickr L’11 marzo 2013, ha rappresentato una data molto importante nella lotta contro la vivisezione e tutte le pratiche di sperimentazione che infliggono dolore e sacrificano la vita di molti animali: l’Unione Europea ha vietato la pratica di test cosmetici sugli animali, divieto esteso anche alle sostanze usate per confezionare creme, shampoo e profumi. A partire da questa data dovranno essere rigorosamente “cruelty free” non soltanto i prodotti finiti ma anche le materie prime – sviluppate in Europa o importate – che vengono utilizzate per realizzarli.

La battaglia per la liberazione dei 2500 cani detenuti a Greenhill, l’allevamento di beagle destinati alla vivisezione diventato famoso in tutta Italia, è stata una delle più importanti vittorie del movimento animalista italiano. E ha riaperto il dibattito sulla vivisezione, una pratica contestata non solo da chi difende i diritti degli animali, ma anche da gruppi sempre più vasti di medici, ricercatori e scienziati. Quello di oggi è un altro passo importante ma non basta, come evidenziano i dati riportati dall’associazione “Gaia Animali & Ambiente Onlus”: 2.603.671 animali sono stati uccisi in Italia a fini sperimentali nel triennio 2007-2009 (dati pubblicati sulla GU n.53 del 03.03.2010) con una prevalenza di topi (1.648.314) e ratti (682.925); seguono uccelli (97.248), altri roditori e conigli (73.362), pesci (59.881): animali largamente impiegati a causa del loro basso costo e perché facilmente maneggiabili; è in aumento il ricorso alle scimmie con una “preferenza” per i macachi. Lav (Lega anti vivisezione) denuncia che oltre 1.500 cani, in gran parte della razza beagle, muoiono ogni anno nei laboratori italiani.

«Sempre più vasti settori del mondo della ricerca considerano la sperimentazione animale, oltre che eticamente inaccettabile, sbagliata e addirittura fuorviante perché porta a risultati errati – sottolinea Edgar Meyer presidente di Gaia Animali & Ambiente – Il modello animale non può essere predittivo per l’uomo. Siamo diversi, con organismi diversi, e quindi reagiamo in maniera differente alle sostanze. I topi reagiscono ai farmaci in modo diverso dai ratti. Alcuni farmaci risultano nocivi per gli uni e innocui per gli altri. Noi a chi assomigliamo, ai topi o ai ratti? Che validità può avere una sperimentazione fatta su una specie diversa dalla nostra? Usiamo le alternative serie, a partire dalle colture cellulari».

Perché le alternative alla sperimentazione animale ci sono. Un esempio? Con la ricerca in vitro, utilizzando tessuti umani provenienti da biopsie o da interventi chirurgici, si risparmierebbe la vita a 400.000 animali solo in Italia. Senza contare che indagini ottenute su tessuti o cellule umane provengono dalla specie di vero interesse (l’uomo, appunto) e sono quindi più affidabili dei dati ottenuti da animali.

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