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Professione rewilder, per aiutare la natura e l’economia

Il processo di rinselvatichimento crea opportunità per l’ambiente, l’economia e l’occupazione. Ma va gestito bene, spiega Alberto Zocchi, di Rewilding Europe

Andrea Ballocchi
10 ottobre 2017
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Il rewilder cura il processo di gestione e promozione del ritorno allo stato selvatico e naturale di alcune aree, in Europa e nel mondo, Foto: Rewilding Europe

Tra le professioni emergenti trova spazio il rewilder. Ma chi è e cosa deve fare? Prima di rispondere, è bene sapere cosa sia il rewilding. È il processo di gestione e promozione del ritorno allo stato selvatico e naturale di alcune aree, in Europa e nel mondo. Spiega Rewilding Europe, l’associazione nata con l’esplicito obiettivo di “rendere l’Europa un posto più selvaggio” come scrivono, s’intendono creare i presupposti perché la fauna selvatica e, nel complesso, i processi naturali godano di un più ampio spazio. Inoltre si creano i presupposti utili per offrire alle persone occasioni per goderne di questa rinaturalizzazione, anche in termini economici. L’idea di coniugare ecologia ed economia trova conferme nei dati che registrano un grande successo del turismo verde: Coldiretti, a questo proposito, segnala che negli ultimi dieci anni è raddoppiato il fatturato specifico, toccando nel 2015, ultimo dato utile, la cifra record di 12,3 miliardi di euro.

ENTRA IN GIOCO IL REWILDER – Se occorre ripristinare il quadro naturale europeo, in uno stato di cambiamento “drammatico”, come evidenzia Rewilding Europe e fornire spazi e occasioni alla fauna selvatica di riappropriarsi di una parte di quegli spazi originariamente occupati, bisogna farlo, presto e bene. E qui entra in gioco il rewilder, come spiega Alberto Zocchi, presidente Rewilding Appennines, partner del network Rewilding Europe, autentico esperto in materia: «quello del rewilder è un ruolo che è il risultato di un gioco di squadra. La mission di Rewilding Europe parte dall’occasione offerta dal rinselvatichimento di terreni, lasciati allo stato brado e presenti in tutta Europa, causato principalmente dall’abbandono di pratiche quali il pascolo o l’allevamento. Molti grandi carnivori, ma non solo, si sono riappropriati di questi spazi. Tuttavia questo crea dei problemi, specie in termini di conflitti con le popolazioni locali. Per questo il processo di rewilding va amministrato al meglio. Da qui nasce l’attività di Rewilding Europe, che intende gestire il processo, trasformando il problema in opportunità, non solo dal punto di vista ecologico, ma anche economico».

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Alberto Zocchi, rewilder presidente Rewilding Appennines, partner del network Rewilding Europe

LA VIA E’ IL TURISMO GREEN – Zocchi cita proprio il turismo ecosostenibile, evidenziando che «è in crescita esponenziale, soprattutto da parte dei Paesi del nord Europa e anglosassoni, che ricercano il contatto con la natura selvaggia». Il rewilder cerca di favorire questo processo. «Ribadisco, da solo però non basta, come non sono sufficienti, singolarmente, il biologo o il naturalista – prosegue – Nel gruppo di Rewilding Europe esistono a questo proposito una serie di professionalità che affrontano in modo sinergico questo argomento sotto diversi punti di vista. C’è chi cura il ripopolamento di specie animali, chi il loro ritorno nelle loro sedi naturali». Ci sono poi gli economisti che riescono a predisporre piani economici per lo sviluppo di questa opportunità, e gli esperti di questo tipo di turismo che supportano con le loro competenze l’azione di promozione del territorio sotto forma di opportunità turistiche: da qui nascono interventi mirati, quali la ristrutturazione edifici abbandonati, la nascita di servizi vari, la promozione dei prodotti locali nati da questo ambiente naturale. «Questo tipo di opportunità per il territorio genera una leva occupazionale, stimolando la necessità di contare su un determinato tipo di professioni legate al contesto ecologico ed economico. Sono tutte figure presupposto di un processo di filiera che è innescato dal processo di rewild», afferma Zocchi. Posto questo, la figura del rewilder deve seguire un determinato percorso di studi o altro? «Non ci sono corsi di studi specifici e specializzati – risponde il presidente di Rewilding Appennines – Ma in generale anche un laureato in scienze economiche può mettere in pratica una scelta personale vocata ad attività utili al rewilding. In generale, chiunque è sensibile a questo tema e vede in questo ambito uno sbocco professionale consiglio di mettersi in contatto con enti specifici».

COSA FA REWILDING EUROPE – Per comprendere meglio l’azione di Rewilding Europe può essere di aiuto un esempio: «Nell’Appennino Centrale, dove operiamo noi partner italiani, ai margini del Parco nazionale d’Abruzzo abbiamo avviato il recupero di uno stazzo, ossia un insediamento tipico, ormai abbandonato dalla pastorizia, raggiungibile esclusivamente a piedi. Stabilendo un accordo sia con il Comune sia con un imprenditore locale specializzato in turismo naturalistico, la Wildlife Adventures, abbiamo posto le condizioni basilari per arrivare a ridargli vita. Per questo si è ottenuto un finanziamento, tramite la formula di prestito a condizioni molto vantaggiose e flessibili, opzione creata da Rewilding Europe con il sostegno della Bei – Banca europea per gli investimenti. Oggi quella struttura in declino è stata rigenerata, diventando attraente e attrattiva ed è localizzata in un contesto naturalistico nella massima tranquillità all’interno della quale è possibile osservare lupi, orsi, cervi e cinghiali. Chi lo visita può fare non solo un’esperienza naturalistica di pregio, ma anche visitare il contesto dei paesi vicini, favorendo anche le condizioni perché anch’essi, generalmente al di fuori dei contesti turistici, possano godere della presenza di visitatori».

La BEI ha ottenuto fondi specifici dalla Commissione Europea da stanziare per progetti e attività di questo tipo. «Rewilding europe è stata la prima struttura in Europa ad aver avuto accesso a questo tipo di meccanismo», sottolinea Zocchi, affermando che l’Unione Europea dimostra di crederci in questo tipo di processo, come confermano anche i fondi LIFE i cui ultimi progetti hanno recentemente introdotto tra le modalità di gestione l’approccio tipico dell’associazione europea, e il concetto stesso di rewilding è chiaramente espresso come opportunità da esplorare e da supportare.

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Rewilder: Rewilding Europe opera in otto aree, dalla Lapponia all’Appennino centrale, dalla Spagna alla Romania. In ognuna di esse l’obiettivo è portare allo stato di “rinaturalizzazione” almeno 100mila ettari di terreno, Foto: Rewilding Europe

COSA ACCADE IN ITALIA, IN EUROPA E NEL MONDO – A livello italiano, c’è un interesse crescente specie a livello locale: «già col Parco nazionale d’Abruzzo abbiamo firmato un protocollo di intesa e stabilito ottimi rapporti, inoltre diverse aree si sono iscritte allo European Rewilding network, che condividono l’approccio e vogliono condividere le proprie esperienze». Ci sono poi positive esperienze in termini di collaborazione con alcuni Comuni.

Nel contesto europeo Rewilding Europe opera in otto aree, dalla Lapponia all’Appennino centrale, dalla Spagna alla Romania. In ognuna di esse l’obiettivo è portare allo stato di “rinaturalizzazione” almeno 100mila ettari di terreno. Sono un’estensione significativa: basti pensare che il Parco d’Abruzzo conta meno di 50mila ettari. In ognuna di esse si stanno realizzando diverse attività che spaziano dalla reintroduzione dei bisonti nei Carpazi meridionali alla creazione di strutture di accoglienza in Spagna. L’interesse è anche confermato a livello globale: «In Gran Bretagna, per esempio, si stanno interessando per avviare progetti di rewilding, ricreando le condizioni per il ritorno dei grandi predatori, scomparsi da tempo. In Nord America esistono associazioni che si occupano di acquistare aree molto ampie da lasciare all’evoluzione naturale o dove reintrodurre carnivori ed erbivori originari, creando poi i presupposti per un turismo ecocompatibile e naturalistico», illustra Zocchi.

UNA RISPOSTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO – Nello scenario di contrasto al cambiamento climatico la sfida di Rewilding Europe e delle associazioni analoghe va verso questa direzione: «promuovere la rinaturalizzazione fornisce strumenti in questo senso. Un esempio è dato anche dagli interventi svolti per ricreare l’alveo naturale dei fiumi in modo da contare su aree che supportano alluvioni naturali, zone umide e selvagge che favoriscono la ricreazione di un ambiente sparito, favorendo allo stesso tempo particolari forme di turismo a contatto con la natura, come il birdwatching. In generale, la pratica del rewilding favorisce l’attuazione di tecniche di mitigazione e adattamento al climate change che sicuramente avranno una considerazione sempre maggiore», conclude il rewilder italiano.

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Una risposta a Professione rewilder, per aiutare la natura e l’economia

  1. Buonasera, interessante il vostro articolo. Sono tra le fondatrici dell’Associazione Parco Piazza d’Armi Le Giardiniere di Milano che si occupa, da sei anni, di sottrarre alla speculazione edilizia una vasta area militare dismessa, ora di proprietà del Demanio statale. Quest’area (35 ha. di verde, 8 ha. di magazzini dismessi) abbandonata dai militari, non lo è stata però dalla Natura che, grazie al suo silenzioso ed incessante lavoro, nell’arco di una ventina d’anni l’ha ripopolata di vegetazione e animali, stanziali (lepri, conigli, fagiani, anfibi) e di passo (43 specie di uccelli e anatre selvatiche). Un esempio di ‘rewilding’ spontaneo e urbano che vogliamo difendere dalla voracità degli immobiliaristi. Noi abbiamo messo a punto un progetto – equo,sostenibile, denominato RIMANI- che prevede il suo riutilizzo a fini agricoli, produttivi, didattici, scientifici, artigianali, sportivi. Ci siamo chieste se la vostra organizzazione potrebbe fare un intervento- e di quale tipo – su quest’area. Sarebbe possibile avere un contatto con Voi? Grazie per l’attenzione, un cordiale saluto

    maria castiglioni – milano – 3395620152

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