Wise Society : Lo studio dell’osteoporosi passa dallo Spazio
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Lo studio dell’osteoporosi passa dallo Spazio

A bordo della navicella in partenza a maggio 2017 per la Stazione Spaziale Internazionale anche un macchinario per capire come la micro-gravità modifica le caratteristiche delle cellule ossee

Fabio Di Todaro
20 ottobre 2016
osteoporosi, spazio, cellule

L’obiettivo della missione della navicella spaziale in partenza a maggio 2017 è quello di ricercare nello spazio cause e soluzioni per l’osteoporosi, Image by iStock

Ci sarà anche il sangue di Mauro Maccarrone, ordinario di biochimica al Campus Bio-Medico di Roma, sulla navicella spaziale che decollerà dagli Stati Uniti d’America a maggio del 2017 in direzione della Stazione Spaziale Internazionale. A bordo troverà infatti spazio anche una speciale macchina dotata di otto contenitori con i suoi campioni ematici, vari composti e tutta la tecnologia necessaria per capire come la micro-gravità modifica le caratteristiche delle cellule ossee. Obiettivo: ricercare nello spazio cause e soluzioni per l’osteoporosi, di cui il 20 ottobre si celebra la giornata mondiale. Questo perché si sa da tempo che l’indebolimento dell’apparato scheletrico umano, alla base dell’aumentato rischio di fratture che si portano dietro i pazienti osteoporotici, è particolarmente accentuato negli astronauti, «le cui ossa dopo alcuni mesi in micro-gravità nello Spazio perdono in modo importante densità ossea», precisa il docente.

LO STUDIO DELL’OSTEOPOROSI PASSA DALLO SPAZIO – Del viaggio farà parte, per la terza volta, anche l’astronauta italiano Paolo Nespoli. E sarà probabilmente proprio lui a dare avvio alla procedura di attivazione dei micro-pistoni e dei cilindri dell’apparecchiatura, che inietteranno vari composti nel sangue presente nei contenitori.  Al termine, il tutto sarà «congelato» sottozero, affinché le istantanee che fotografano le modificazioni subite dalle cellule ematiche al trascorrere delle settimane nello Spazio possano essere osservate e analizzate a Terra dagli scienziati, mostrando loro il progredire nel tempo degli effetti della micro-gravità sulle cellule del sangue.  Oltre al Campus Bio-Medico, il progetto vede coinvolte l’Agenzia Spaziale Italiana, quella europea (Esa), la Nasa e gli atenei di Teramo e Tor Vergata. Come spiega Maccarrone, «scopo primario dell’esperimento è quello di affrontare in modo innovativo il problema dell’indebolimento dell’apparato scheletrico umano».

UNA RISPOSTA DALLE STAMINALI? – La questione tocca innanzitutto gli astronauti, le cui ossa – com’è noto – dopo alcuni mesi in micro-gravità nello spazio perdono in modo importante densità. Prosegue Maccarrone: «Con queste sperimentazioni capiremo se è possibile velocizzare il ripristino delle loro condizioni di massa normale attraverso il prelievo, prima che partano, di cellule staminali presenti nel loro sangue che sono poi capaci di evolvere in cellule ossee, come abbiamo dimostrato in passato». Se tutto funzionerà, diventerà possibile ripristinare la corretta densità ossea umana non più grazie a una terapia o a una medicina. «Basterà dare ad alcune cellule staminali ematiche degli astronauti gli stimoli giusti per trasformarsi in osteociti, prendendo il loro sangue e attivandolo perché si differenzi, per poi reimmetterlo nel loro circolo».

A CACCIA ANCHE DI NUOVE SOLUZIONI TERAPEUTICHE – La ricerca, negli obiettivi

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Osteoporosi: una speciale macchina a boro ea navicella spaziale con i campioni ematici, cercherà di capire come la micro-gravità modifica le caratteristiche delle cellule ossee, Imahe by Istock

del progetto, non sarà però limitata agli astronauti, ma punterà anche a trovare nuove possibilità per combattere l’osteoporosi, determinata in parte da un fisiologico processo di invecchiamento cellulare, ma pure da un alterato funzionamento di particolari molecole regolatrici (gli endocannabinoidi) che genera una riduzione della massa ossea. «La seconda parte del progetto verificherà se siamo riusciti a individuare alcuni segnali responsabili del processo d’indebolimento osseo – chiarisce Maccarrone -. Si tratta di sostanze molto accreditate in tal senso nel mondo della ricerca. Per questo abbiamo pensato di sfruttarli nello Spazio per comprendere meglio il meccanismo dell’osteoporosi». Lo Spazio fungerà da acceleratore dei processi cellulari. «Se capiamo quello che succede lassù, avremo un nuovo e importante strumento da usare a livello preventivo per le malattie proprie dell’invecchiamento. L’obiettivo è arrivare un giorno a sfruttare gli endocannabinoidi come bersagli terapeutici o come spunto per costruire nuovi farmaci anti-osteoporosi».

Twitter @fabioditodaro

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