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Il land grabbing nuoce all’economia dei paesi in via di sviluppo

Milioni di ettari di terreni comprati dalle industrie occidentali per produrre cibo che, se messo a disposizione delle popolazioni locali, sfamerebbe mezzo miliardo di persone

Fabio Di Todaro
9 marzo 2015

Image by © Ingo Arndt/Minden Pictures/CorbisDati ufficiali non ce ne sono. Ma prendendo per buoni quelli raccolti dal Land Matrix – l’osservatorio globale sull’utilizzo delle terre -, il fenomeno dell’accaparramento è tutt’altro che trascurabile. «Con il land grabbing le multinazionali si sono aggiudicate nel mondo 86 milioni di ettari negli ultimi sei anni: esattamente cinque volte la superficie dell’Italia», ha affermato Eric Holt-Giménez, direttore di Food First, nel corso dell’ultimo Salone del Gusto e Terra Madre.

Dati parimenti recenti giungono dall’organizzazione no-profit Grain, che ha documentato 416 investimenti dal 2006 al 2012, per un equivalente di 35 milioni di ettari di terreno in 66 Paesi riconvertiti alla produzione di colture alimentari e biocarburanti. Non ci sarebbe nulla da eccepire, se i raccolti fossero messi nelle disponibilità di questi Paesi: dalla Sierra Leone al Madagascar, dalla Cambogia alla Nuova Guinea, dal Sudan alla Malesia. Invece i viaggi che compiono i frutti di queste coltivazioni sono ben più lunghi e diretti a soddisfare la crescente domanda di cibo nei Paesi occidentali.

«Se i prodotti di queste colture rimanessero nei rispettivi territori, potrebbe essere sfamata una quota di persone compresa tra 300 e 550 milioni». La stima porta la firma di Maria Cristina Rulli e di Paolo D’Odorico, rispettivamente ricercatrice del dipartimento di ingegneria ambientale e civile del Politecnico di Milano e professore di scienze ambientali dell’Università della Virginia. In uno studio apparso sulle colonne di Environmental Research Letters, i due autori hanno provato a determinare la quantità di cibo che potrebbe essere prodotta in questi terreni di piccola scala riconvertiti a uso commerciale. Assumendo che tutti gli ettari certificati dal Land Matrix siano oggi utilizzati per coltivazioni intensive, Rulli e D’Odorico hanno stimato un Image by © Juan Carlos/Corbisaumento sensibile delle principali coltivazioni: +308% per il riso, +280% per il mais, +148% per la canna da zucchero, +130% per l’olio di palma. Quantità che, da sole, avrebbero un impatto deciso sui tassi di fame nel mondo. Ma ciò che si produce in queste terre, lontane dalle principali aree di potere, non rimane mai in loco. E la resa non è interamente utilizzata per la produzione di alimenti, ma anche per irrobustire il settore dei biocarburanti. Così il problema dello scarso accesso al cibo persiste. «Questi numeri sollevano alcune preoccupazioni – affermano i due studiosi -. Sebbene sia necessario trovare il modo per aumentare la produzione di cibo, ciò accade troppo di frequente nei Paesi che soffrono di più la malnutrizione, senza che ci sia una ricaduta per le popolazioni locali».

L’Africa è l’obiettivo primario dei land grabbers, ma sono ingenti anche gli investimenti in America Latina, Asia ed Europa dell’Est, a dimostrazione che questo è un fenomeno globale. Chi indossa le vesti dell’accaparratore? La maggior parte degli investimenti provengono dal settore agroalimentare, ma ci sono anche società finanziarie e fondi sovrani, responsabili di circa un terzo delle offerte. Azionisti europei, soprattutto dal Regno Unito e dalla Germania, e asiatici, da Cina e India, rappresentano circa i due terzi dei soggetti protagonisti del land grabbing. Anche gli Stati Uniti sono in corsa, seguiti dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Il Mozambico è uno dei Paesi che maggiormente sta subendo il fenomeno, con un totale di 25 investimenti da parte di 13 nazioni (Brasile, Cina, Francia, India, Italia, Libia, Mauritius, Portogallo, Singapore, Sud Africa, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti), di cui 21 portati a termine e cinque in via di definizione. Il totale fa oltre un milione e mezzo di ettari espropriati ai contadini.

Non soltanto terra, però. Anche l’acqua va a ruba. Il 60% delle risorse idriche totali, stando ai dati raccolti in uno studio pubblicato lo scorso anno su Proceedings of National Academy of Sciences, è oggi nelle disponibilità di aziende americane, inglesi, indiane, Image by © Hugh Sitton/Corbisegiziane, israeliane e cinesi. Le vittime del saccheggio? Filippine, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Tanzania e Sudan. «Tutti questi paesi dovrebbero essere coinvolti nei processi alla base della ripartizione di queste risorse della natura – chiosa D’Odorico -. Un contributo da parte di chi investe potrebbe migliorare in maniera sensibile le condizioni di sicurezza alimentare di molte popolazioni». Ma se le aziende non ci pensano, toccherebbe ai governi e alle organizzazioni internazionali farsi portavoce dell’emergenza. Da dieci anni, nel frattempo, il saccheggio va avanti senza controlli.

Twitter @fabioditodaro

 

 

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