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Il global warming si scatena ad alta quota

Secondo uno studio sull’altopiano tibetano dal 1961 al 2012 ogni decade la temperatura ha registrato un aumento da 0.4 a 0.7 gradi

Fabio Di Todaro
24 giugno 2015

Manaslu Peak - Image by © Craig Lovell/CorbisÈ un problema sentito a tutte le altitudini. E dei danni che il riscaldamento globale – le cui responsabilità vengono addossate principalmente all’uomo, colpevole di aver fatto accrescere le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera – provoca al pianeta, a risentirne per prime, e in maniera più rilevante, potrebbero essere le montagne. Una conseguenza all’apparenza sorprendente, ma che di fatto è un’ipotesi tutt’altro che irreale. A metterla nero su bianco un gruppo di ricercatori in uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Nature Climate Change. «Le regioni d’alta quota sono soggette a un riscaldamento più intenso e più rapido di quelle circostanti, con possibili cambiamenti del ciclo idrologico e nella disponibilità di risorse idriche, perdita di biodiversità, possibile estinzione di alcune specie di flora e fauna».

Dunque si stanno scaldando anche i ghiacciai, dagli esperti descritti come dei giganti in ritirata. La notizia in sé non è nuova. Ciò che emerge adesso, però, è che il global warming – un’emergenza per larga parte della comunità scientifica, che però non gode di consenso unanime nel mondo – è un problema più sentito in alta quota. L’esempio più significativo, affermano gli autori della ricerca, è costituito dal Plateau Tibetano, l’altopiano più alto al mondo, comprendente gran parte della catena himalayana. Tra il 1961 e il 2012 si è assistito a un aumento continuo di temperatura di 0.4 gradi per decade, crescente man mano che si sale di quota. Se valutato nel periodo più recente 1991-2012, il trend si attesta attorno a 0.7 gradi (sempre ogni dieci anni) al di sopra dei quattromila, con aumenti di poco inferiori al di sotto dei 2500 metri.

Senza andare troppo lontano, però, l’allarme è scattato anche in Lombardia, dove Everest Region - Image by © Karsten Wrobel/imageBROKER/Corbisl’estensione dei ghiacciai – ritenuti il più attendibile indicatore delle variazioni climatiche – s’è ridotta del 24% nell’ultima metà di secolo. Un contenimento delle dimensioni accompagnato da un aumento di numero. Più che di un paradosso, è corretto parlare di “frammentazione”: quello che una volta era un unico cumulo di neve e ghiaccio, oggi si è diviso in blocchi distinti. Così il fenomeno è stato descritto nell’ultima edizione del Catasto dei ghiacciai italiani, un censimento che da cinquant’anni racconta lo stato di salute delle vette più alte della Penisola. A portare a una sottovalutazione del dato è anche la ridotta densità di stazioni meteorologiche al di sopra dei 4.500 metri di altezza, dove i rilevatori sono circa un decimo rispetto a quelli posizionati a livello del mare. Manca uno “storico” che vada indietro di più di due lustri. «Ma nonostante queste difficoltà e le incertezze, le misure disponibili indicano che in molte regioni di alta quota si assiste davvero a un aumento delle temperature più rapido che nelle aree circostanti», dichiara Elisa Palazzi, ricercatrice dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Cnr, tra gli autori della pubblicazione.

Oltre che sull’ambiente (riduzione di acqua disponibile, perdita di biodiversità, innalzamento dei livelli del mare), gli effetti delle variazioni climatiche sulle regioni montane hanno ripercussioni anche sull’economia. Secondo il manuale “I Image by © Ann Johansson/Corbiscambiamenti climatici nelle Alpi: adattamento del turismo invernale e gestione dei rischi naturali” redatto dall’Ocse, delle 666 aree sciistiche alpine in Italia, Francia, Svizzera, Austria e Germania, 609 sono affidabili dal punto di vista della copertura nevosa. Ma questo numero potrebbe scendere a 500 e 404 con, rispettivamente, aumenti di uno e due gradi della temperatura.

 

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