Wise Society : Il costo ambientale degli alimenti che consumiamo è ancora alto
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Il costo ambientale degli alimenti che consumiamo è ancora alto

E tra chi ha provato già a produrre pulito e in attesa di una legislazione precisa in materia, il consiglio resta quello della dieta mediterranea

Fabio Di Todaro
29 luglio 2015

 Foto di Giuseppe Moscato/FlickrGusto, equilibrio nutrizionale e ripercussioni minime per l’ambiente. È questo l’ordine dei requisiti che gli italiani vorrebbero sempre soddisfare quando si accomodano a tavola. Da qui l’idea di valutare il “costo” ambientale degli alimenti – il Life Cycle Assessment (Lca) – attraverso l’impiego di diversi parametri: dall’impronta idrica (esprime in litri la quantità totale di consumi di acqua associati, direttamente o indirettamente, a un prodotto) a quella di carbonio (esprime in equivalenti di anidride carbonica la quantità di emissioni di gas serra associate a un prodotto). Fino a quella ecologica, che rileva gli ettari di terra necessari per ottenere un alimento.

COSA VUOLE DIRE SOSTENIBILITÀ? – La strada è stata imboccata già da qualche anno, anche se la nuova idea di sostenibilità stenta a decollare. Questione di costi – chi esibisce il rispetto per l’ambiente immette sul mercato un prodotto meno economico – e di mancanza di pressione legislativa sul tema. Nel frattempo, però, la comunità scientifica non manca di far sentire la propria voce a sostegno di questa scelta. A supportarla è anche la nuova politica agricola comune, che promuove l’utilizzo di metodi di coltivazione ecocompatibili, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera. Uno dei punti chiave è la transizione verso sistemi di agricoltura in grado di conciliare le loro funzioni economiche ed ecologiche, riducendo le emissioni di carbonio e l’utilizzo di risorse in modo più efficiente. Chi si farà promotore di questa piccola svolta, sarà direttamente sostenuto da Bruxelles con incentivi finanziari.

LE PRIME ESPERIENZE – Alcuni produttori hanno già imboccato la strada giusta. È il caso di chi lavora e commercializza la pasta, l’olio, il latte e i suoi derivati e il vino e comunica l’impatto ambientale delle sue produzioni, valutato da enti di certificazione esterni e riferito in etichetta (o attraverso Qr code). Incoraggianti, per esempio, sono Image by Flickri risultati ottenuti dal progetto Viticoltura Sostenibile del ministero dell’Ambiente, che ha portato alla stesura di un disciplinare tecnico contenente i parametri da rispettare per fregiarsi dell’etichetta. Ma il settore su cui si punta a fare di più è quello della produzione di derivati animali. Per quanto rimanga controverso il dato relativo all’impronta idrica di una bistecca, è un dato di fatto che l’aumento della popolazione e la crescita dei consumi rischiano di minare gli equilibri dell’ambiente.

L’EMERGENZA GAS SERRA – Nella zootecnia notevoli emissioni di metano derivano dalla fermentazione dei ruminanti, dal letame e dai liquami. «Questo gas serra ha un potere alterante del clima che è venti volte superiore a quello della anidride carbonica e la lavorazione dei mangimi impatta per quasi la metà delle emissioni totali che provengono dagli allevamenti», ha spiegato Pierpaolo Duce, responsabile del’istituto di biometeorologia del Cnr di Sassari, durante un convegno organizzato nel Padiglione Italia di Expo. L’obiettivo è tagliare fino al 30% le emissioni di gas serra. Voce a cui occorre aggiungere la produzione e la trasformazione degli alimenti per gli animali, allevati quasi sempre in maniera intensiva. Dagli esempi citati è emerso come per ottenere un hamburger di manzo sia necessario consumare 2400 litri di acqua (impronta idrica), mentre ne bastano la metà per ottenere sei uova. Un chilo di pasta “nasconde” 1770 litri di acqua, una bistecca più del doppio (4650 litri).

IL CHILOMETRO ZERO È UN VANTAGGIO? – Sul tema dell’impatto ambientale degli alimenti, spesso si raccontano anche alcune inesattezze. Una di queste riguarda le produzioni biologiche, ritenute più rispettose anche dell’ambiente. Non è evidentemente sempre così, se da un articolo apparso nel 2012 sul Journal of Sustainable Agriculture emerge come tra 12 prodotti vegetali coltivati in California, in maniera biologica o Image by Flickrconvenzionale, sette dei primi comportino emissioni superiori anche del 10% per chilogrammo di alimento. Altro mito da ridimensionare è quello che riguarda le produzioni a chilometro zero. Queste valutazioni hanno un riflesso sulle diete. È di pochi mesi fa la stima compiuta negli Stati Uniti sui valori di sostenibilità di diversi schemi alimentari. Le raccomandazioni consigliano un ridotto consumo di carne rossa, opposto a quello di frutta, verdure, cereali integrali, legumi e noci. Il modello da prendere a esempio è quello della dieta mediterranea, premiata per qualità nutrizionale e sostenibilità ambientale.

Twitter @fabioditodaro

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