Wise Society : Il borgo industriale emiliano diventato modello d’impresa
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Il borgo industriale emiliano diventato modello d’impresa

A Marzabotto, in Emilia-Romagna, la trasformazione di una storica area dismessa in polo industriale sostenibile. Che si ispira al modello "Ivrea" di Adriano Olivetti

Olivia Rabbi
20 dicembre 2011

Veduta generaleA Marzabotto, città poco distante da Bologna, da circa un anno è partito il progetto per la costruzione di Borgo Ecologico, un insediamento industriale di ultima generazione in Europa che punta dritto alla “green economy” per il recupero e il riutilizzo delle materie prime provenienti dai rifiuti elettrici ed elettronici. Tutto con una forte sensibilità sociale, che ha fatto conquistare al progetto il riconoscimento di “buona pratica” all’ultima edizione del Premio per l’innovazione amica dell’ambiente, promosso da Legambiente. Sono oltre 45mila i metri quadrati di superficie della ex Cartiera Burgo interessati dalla nuova multipiattaforma ecologica, promosso da un gruppo di imprenditori emiliano-romagnoli con capofila la società bolognese Dismeco, specializzata nel settore dei rifiuti Raee. Al posto di una centrale a termogas inizialmente prevista sulla stessa area, sorge un polo produttivo e insieme di arte, ricerca ed educazione ambientale, per il trattamento e il riciclo di circa 500 lavatrici al giorno e tonnellate di piccoli televisori e computer. Il funzionamento è alimentato da pannelli fotovoltaici e altre fonti di energia pulita come geotermico e mini-eolico, cui si aggiungerà in futuro l’energia idroelettrica generata dalla vecchia turbina della cartiera attraverso la forza motrice del fiume Reno, una volta recuperata, per coprire almeno il 50 per cento del fabbisogno energetico totale.

Un’azienda innovativa e responsabile

 

Apertura al pubblicoCome è nata la decisione di costruire il Borgo Ecologico? «Ce lo chiedono tutti» risponde divertito Claudio Tedeschi, amministratore delegato di Dismeco e ideatore dell’iniziativa. «Le nuove normative sui rifiuti elettrici ed elettronici ci hanno portato a cercare spazi più ampi per la nostra attività di azienda specializzata nel settore. Potevamo trovare uno o più capannoni ma abbiamo voluto fare un passo avanti con l’acquisizione dell’ex cartiera dismessa che, fino a pochi anni fa, occupava 650 persone», spiega. Non una fabbrica, ma un insediamento industriale a marchio “green” aperto al sociale, all’innovazione e alla sostenibilità. Si parte dal recupero architettonico e funzionale degli edifici, testimonianze preziose di archeologia industriale dell’hinterland di Bologna, per arrivare a una cittadella dove l’industria si sposa con la qualità della vita. Il modello è Ivrea, il capolavoro dell’imprenditoria illuminata di Adriano Olivetti. «Ci hanno chiesto di ospitare anche un mercato di prodotti biologici nei giardini della villa, un’altra espressione di un modo di pensare e di agire». Sono rilevanti anche le implicazioni che la presenza del Borgo Ecologico potrà avere sull’occupazione della zona. Oggi gli occupati sono trenta, e non è escluso che in futuro, con la crescita dell’attività industriale, possano venire effettuate nuove assunzioni a partire dagli ex dipendenti della cartiera. Intanto la logica resta quella dei piccoli-grandi passi. L’investimento totale che permetterà di completare gli interventi previsti per il recupero del borgo si aggira sui 10 milioni di euro. Sovvenzioni zero. «Il nostro è un progetto interamente privato e le tappe di realizzazione devono essere sostenibili economicamente», aggiunge Tedeschi.

L’importanza di saper riciclare i materiali

 

Veduta generaleRicerca e innovazione vanno di pari passo con il recupero dei materiali da rifiuti. E un vecchio oblò di lavatrice può rinascere in una mattonella di vetrocemento. Di questo si occupa il Centro studi sul materiale edilizio ecocompatibile, aperto all’interno del Borgo Ecologico secondo un progetto coordinato da Francesco Marata, architetto e docente dell’Università di Bologna. Solo il metallo viene recuperato per il 98 per cento, ma l’obiettivo è avviare al riutilizzo tutti i diversi materiali che compongono una lavatrice, per produrre componenti adatti alle costruzioni sostenibili. Il secondo progetto sulla sperimentazione delle materie prime di riuso vede la collaborazione con l’Università svedese di Goteborg, con cui Dismeco sta portando avanti il recupero delle Terre Rare dalle lampade al neon, una sostanza molto pregiata e utile in numerose applicazioni tecnologiche dai componenti di veicoli ibridi alle fibre ottiche, magneti, e altro. Due le macchine acquistate di recente a questo scopo dall’azienda. Ma l’innovazione da sola non serve a nulla se non diventa occasione di crescita per la comunità. Nella ex villa Rizzoli trova spazio il Centro didattico, un complesso dotato di aule didattiche e attrezzature interattive che consente a bambini e ragazzi di seguire passo per passo il processo di riciclo dei materiali che compongono una lavatrice dismessa. E diventare “riciclatori provetti” di nuove materie prime. «L’impresa deve avere un rapporto molto stretto con l’ambito sociale», puntualizza Tedeschi. Insegnare a riutilizzare i materiali dismessi è un atto educativo: «l’educazione ambientale non è solo insegnare a gettare i rifiuti nei cassonetti, noi vogliamo contribuire a formare adulti responsabili». Anche l’arte offre un contributo, con il coninvolgimento di artisti di livello chiamati a dare una nuova vita alle materie prime recuperate, a cominciare da metalli e plastiche.

Porte aperte al reinserimento sociale

 

Della filosofia di impresa green socialmente responsabile fa parte l’impegno nel campo del recupero sociale dei detenuti. Grazie a un accordo con il ministero della Giustizia e alla collaborazione con le carceri di Bologna e Ferrara, dal 1° ottobre scorso all’interno del borgo ecologico lavora anche un detenuto in libertà provvisoria del carcere bolognese della Dozza, il primo a essere coinvolto nel progetto “Raee in carcere” varato nel 2005 nell’ambito dell’iniziativa Equal Pegaso di Regione Emilia Romagna e Fondo Sociale Europeo, attivato in collaborazione con Ecodom (Consorzio italiano recupero riciclaggio elettrodomestici). Per lui, la possibilità dell’inserimento in un processo industriale professionalizzante e il rientro nella vita sociale e nel mercato del lavoro. Ogni mattina uscirà dal carcere, prenderà il treno e lavorerà al fianco dei colleghi dalle 8 alle 17. La sera rientrerà nella casa di detenzione. «Crediamo nella funzione etica dell’impresa e nel dovere, per l’imprenditore, di impegnarsi concretamente nel sociale, soprattutto nel proprio territorio», spiega Tedeschi. «Come ha detto Giovanni Paolo II, crediamo che il lavoro come forma di elevazione dell’uomo sia il fine ultimo dell’impresa e ci impegniamo, nei limiti di quanto ci è possibile, per darne una prova tangibile». Non è solo una questione d’immagine: «iniziare a lavorare con le carceri è stato avviare un percorso al termine del quale speravamo di poter dare una prospettiva, una speranza, un aiuto vero a persone che sono state sfortunate. È lo stesso spirito che ci ha portato, per esempio, a sostenere anche un percorso di reintegro nel lavoro di ex cassintegrati».

Apertura al pubblico

 

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